Il Paese delle due anime La Germania all'indomani del Vertice europeo sul Recovery Fund di Christian Blasberg Professore di Storia contemporanea

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Il Paese delle due anime
La Germania all’indomani del Vertice europeo sul Recovery Fund

di Christian Blasberg
Professore di Storia contemporanea

Policy Brief 04/2020

Mentre molti analisti europei stanno ancora cercando di approfondire tutti i veri motivi della svolta di
Angela Merkel, trasformatasi da leader del rigore fiscale durante la crisi dei debiti sovrani a capofila
dell’assistenza finanziaria ai Paesi mediterranei all’indomani della pandemia da Coronavirus, in questo
Policy Brief lo storico Christian Blasberg analizza il metodo negoziale della cancelliera tedesca e il suo
impatto anche sulla politica interna tedesca. Con la proposta iniziale e poi il compromesso raggiunto al
Consiglio europeo sul Recovery Fund, Merkel in fondo non ha fatto altro che riconfermare quella
strategia che le ha assicurato il successo negli ultimi quindici anni: nel dibattuto interno tedesco, la
cancelliera si è posizionata in un centro talmente malleabile, grazie a compromessi che assicurano un
sufficiente grado di soddisfazione a tutti, che nessuna forza politica riesce a trovare un profilo
chiaramente diverso da lei e dalla sua CDU. Se dieci anni fa tutti i principali partiti tedeschi seguivano
Merkel nel suo rigore finanziario – anima del successo economico della Germania nel dopoguerra – oggi
tutti la seguono sulla strada dell’accettazione dell’indebitamento europeo, rivelando l’altra anima della
Germania moderna. E con la stessa strategia che adotta in Germania, Merkel ha ritenuto di poter salvare
l’Europa dove, come si osserva all’indomani dell’intesa raggiunta per la ricostruzione post-pandemia,
nessuno si può considerare chiaramente vincitore e nessuno si può definire perdente assoluto. Rimane
da vedere l’effetto di questa svolta di Angela Merkel sul futuro politico della Germania che si giocherà
nell’autunno prossimo alle elezioni parlamentari, stavolta con nuovi protagonisti.

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   Benché i “cinque frugali” (Austria, Danimarca, Finlandia, Olanda e Svezia) siano stati in un certo
   senso i nuovi protagonisti della politica di rigore finanziario sulla scena europea, sostituendo la Gran
   Bretagna ormai uscita dall’Unione europea, la Germania, attuale presidente di turno del Consiglio
   europeo, è pur sempre il maggiore contribuente per le casse europee e quindi rimane il Paese
   centrale e cruciale in tutte le decisioni nel campo della distribuzione di fondi e risorse finanziarie nel
   continente. Non è ancora del tutto chiaro che cosa questa volta abbia convinto Angela Merkel,
   signora inflessibile e bestia nera di tutti i Paesi fortemente indebitati dell’Ue nella grande crisi
   economica iniziata nel 2010, a battersi per mettere generosamente a disposizione ingenti quantità di
   denaro a Paesi come l’Italia e la Spagna. Quello che per ora conta è che l’ha fatto, anche se il
   successo è limitato.
   Forse quella di proporre inizialmente un pacchetto di 500 miliardi di euro di aiuti a fondo perduto, di
   concerto con la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (a lungo ritenuta
   l’erede naturale della cancelliera tedesca), è stata fin dall’inizio soltanto una mossa tattica.
   Certamente la cancelliera sapeva delle resistenze non indifferenti da parte dei Paesi tradizionalmente
   più vicini alla Germania in materia di politica economica e finanziaria, con l’Olanda capofila, ed era
   consapevole che il risultato finale sarebbe stato una somma ben al di sotto dei mitici 500 miliardi.
   Forse Merkel era persino pronta ad accettare alla fine una somma intorno ai 300 miliardi o anche
   meno, quindi i 390 miliardi dell’accordo finale trovato dopo quattro giorni e notti di negoziati epici
   per lei segnano un duplice successo:
     •    da un lato la soluzione trovata può far dormire sonni più tranquilli agli economisti liberali, non
          pochi dei quali si trovano nel partito di Merkel, la CDU, i quali temevano sarebbero stati
          davvero versati 500 miliardi di euro senza garanzie a Paesi che ritengono avere una lunga
          storia di inaffidabilità da debitori, in primis l’Italia. D’altronde Merkel, liberata dai vincoli della
          politica elettorale perché non in cerca di rielezione, sembrava ormai poter agire al di sopra del
          suo partito, o addirittura contro il suo partito, e chissà che non sia stata tentata di dare un addio
          da europeista “socialisteggiante”, idea orripilante soprattutto per Friedrich Merz, il suo
          antagonista storico che si accinge a diventare il nuovo capo della CDU – e forse cancelliere.
     •    dall’altro lato Merkel è stata certamente tentata dall’idea di realizzare quest’ultimo scenario:
          cioè lasciare il palcoscenico dell’Europa da grande mediatrice, mostrando di avere un cuore
          rispetto a chi soffre maggiormente per una pandemia che nessuno ha voluto e che nulla ha a
          che fare con l’incapacità di gestire i conti pubblici dello Stato. In questo senso la cancelliera ha
          ottenuto un Recovery fund finanziariamente molto più dotato rispetto alle pessimistiche
          previsioni di chi ricordava con angoscia la “vecchia” Angela, quella che intorno al 2010
          appariva, sui manifesti dei Paesi mediterranei, in divisa nazista e con baffetto hitleriano, lo
          sguardo tenebroso e freddo della donna senza pietà. No, Angela è una donna dura, certo, ma
          giusta, e si è costruita così un monumento in Europa.
   Il risultato del vertice di Bruxelles è una svolta che obbliga la Germania a contribuire di più
   all’Europa, a investire in un progetto che, tanto più dopo la Brexit, dipende interamente dalla potenza
   economica tedesca, un progetto rispetto al quale nessun popolo è più convinto di quello tedesco
   (seppure ad alcune condizioni). Un compromesso che fa sentire un po' tutti vincitori, i “frugali” come

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   gli “ambiziosi”, non può essere seriamente avversato da chi si colloca nel solco dell’europeismo, né
   dalla destra, né dalla sinistra, ma solo da chi per principio è contrario all’idea europea.

   I giudizi dei partiti politici tedeschi sull’accordo europeo
   Come sono quindi distribuiti gli umori politici tra i partiti in Germania e quali saranno le conseguenze
   per la politica tedesca? Ecco una panoramica delle forze politiche più rilevanti.
     •    Iniziamo dai partner di governo della Merkel, i socialdemocratici della SPD. Bisogna dire che
          per l’ennesima volta la mossa della cancelliera ha spiazzato una sinistra moderata da tempo in
          cerca di identità. A Norbert Walter-Borjans, uno dei due capi del partito eletti l’anno scorso con
          l’obiettivo di portarlo fuori dal governo, poi invece piegatosi a rimanere l’appendice della CDU,
          non è rimasto altro che sottolineare il merito di Olaf Scholz, ministro socialdemocratico delle
          Finanze, nel raggiungere un risultato che nessun cancelliere socialdemocratico avrebbe potuto
          ottenere così efficacemente come Merkel; l’unico punto di critica di Walter-Borjans consiste nel
          non aver vincolato gli aiuti europei alle garanzie per lo Stato di diritto, motivo di gioia per il
          premier ungherese Orban e i suoi, un aspetto di cui Merkel ha parlato poco. Per il resto però
          non si vede in che cosa la SPD si distingua attualmente dalla CDU.
     •    I Verdi sono stati il principale partito di opposizione negli ultimi due anni. Prima dello scoppio
          della pandemia, nei sondaggi erano quasi alla pari con la CDU e già si ipotizzava un futuro da
          cancelliere per Robert Habeck, uno dei due capi degli ecologisti. Da marzo in poi però il partito
          è stato ridimensionato per la mancanza di una linea chiara nella crisi del Coronavirus. È
          scontato che i Verdi siano i principali fautori di un “Green New Deal” europeo, e quindi anche
          dell’impegno per l’utilizzo dei mezzi del Recovery fund per misure che combattono il
          cambiamento climatico. Ma anche in questo caso Merkel è riuscita a ridurre lo spazio di
          manovra dei Verdi come forza di opposizione: il 30 per cento dei fondi europei infatti dovrà
          essere usato per la protezione del clima… non sembra poco! Non è quindi semplice per Habeck
          e i Verdi muovere una critica sostanziale al pacchetto: chiedere una percentuale più alta, il 40
          per cento, può convincere chi è già ecologista, ma per il cittadino medio tedesco – che i Verdi
          cercano di (ri)conquistare per mutare la scena politica nazionale – non è altro che un disperato
          tentativo di uscire dall’angolo, dimostrazione di una certa monotematicità dei Verdi che non ne
          fa un “partito piglia-tutto”.
     •    I più “frugali” tra i cittadini tedeschi si trovano senz’altro nelle fila del partito liberale, la FDP.
          Tale partito oggi sembra più olandese, austriaco o danese che tedesco. E non sorprende che il
          capo liberale Christian Lindner elogi l’eroica resistenza del premier olandese Mark Rutte per
          aver evitato che la storica disciplina di bilancio a lungo difesa anche dalla Germania (ricordiamo
          che nella crisi dell’Euro nel 2009-13 la FDP fu partito di governo, e certamente il rigore
          merkeliano di allora era dovuto anche all’influenza dei Liberali) sia del tutto svanita a favore
          della nuova linea Merkel-Macron. La posizione di Lindner ha puntato senz’altro al raccordo con
          l’ala “econofila” della CDU guidata da Friedrich Merz, ma ha fatto una certa cattiva impressione
          perché ha riecheggiato le parole di Alice Weidel, portavoce dei nazional-populisti di AfD, la

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          quale vedeva la posizione naturale della Germania a fianco dei fratelli olandesi, austriaci, danesi
          e finlandesi.
     •    Quanto a AfD, le tendenze di convergenza con i Liberali vanno ben al di là delle loro reazioni al
          compromesso di Bruxelles; va ricordata infatti la vicenda della Turingia, dove a gennaio i
          parlamentari di AfD portarono proprio un candidato della FDP alla guida del governo regionale
          (per due giorni), evento inaudito perché i partiti del consenso democratico, compreso i Liberali,
          hanno sempre riservato l’isolamento ai nazional-populisti. La comune opposizione al Recovery
          Fund è ora una nuova occasione che dimostra che i Liberali sempre più si identificano con
          l’anti-europeismo della AfD – partito con un grave problema interno di estremismo neo-nazista
          e razzista – e sono tra gli ultimi difensori di un’Europa che ha dimostrato di non poter
          funzionare, priva di una concreta solidarietà tra i popoli. Entrambi i partiti comunque non sono
          riusciti ad approfittare dalla crisi generata dal Coronavirus e sono scesi nei sondaggi;
          l’”alleanza” nazional-liberale oggi arriverebbe intorno ai 15 per cento dei voti, anche se la AfD
          continua a essere decisamente più forte nella Germania orientale.
     •    A proposito della Germania orientale, che riceverà anch’essa un miliardo di euro dal
          programma di ricostruzione deciso a Bruxelles, bisogna guardare anche a quel partito che
          rappresenta ancora oggi per certi versi l’eredità del regime socialista di una volta: la Linke
          (sinistra), che da tempo fatica ad aprirsi all’ipotesi di una futura alleanza di sinistra con i Verdi e
          la SPD, mette anch’essa in risalto gli aspetti negativi del Recovery Fund. La parte delle
          sovvenzioni per i Paesi in crisi, dice il capopartito Bernd Riexinger, è troppo ridotta e l’utilizzo
          dei fondi troppo mal definito, soprattutto per quanto riguarda la lotta alla disoccupazione
          giovanile e la protezione ambientale, e certamente anche riguardo la molle difesa dei valori di
          democrazia e Stato di diritto in Europa come condizione per l’attribuzione dei fondi. Ma la
          critica non sembra originale e in grado di costituire la base di una politica incisiva che potrebbe
          portare la Linke fuori dal suo attuale isolamento nella politica tedesca. Nemmeno il monopolio
          dell’identità politica dell’Est è rimasto intatto da quando la AfD ha conquistato i bastioni della
          protesta anti-Merkel cavalcando le istanze anti-immigrazione.
     •    Da notare il ruolo della CSU bavarese, partito gemello della CDU che però in passato aveva più
          volte tentato di prendersi la sua autonomia e di estendersi in tutta la Germania (come nel 2018,
          durante il conflitto sulle scelte in materia di immigrazione). All’apice della crisi da Coronavirus,
          la CSU guidata dal primo ministro della Baviera, Markus Söder, si è dimostrata particolarmente
          efficace, così Söder si è trasformato nel candidato oggi più quotato nei sondaggi a diventare il
          comune candidato cancelliere di democristiani e cristiano-sociali bavaresi – destando in questo
          modo le preoccupazioni dell’antagonista Friedrich Merz. Non c’è motivo quindi per Söder per
          manifestare in questa fase anche solo il minimo dissenso con l’amica Angela.

Dal 2005 a oggi, per Merkel strategia che vince non si cambia
   L’impatto della strategia della Merkel nei negoziati di Bruxelles sulla politica tedesca è quindi una
   clamorosa riconferma di ciò che le ha assicurato il successo per gli ultimi quindici anni: la cancelliera

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   si è posizionata in un centro talmente malleabile, grazie a compromessi che assicurano un sufficiente
   grado di soddisfazione a tutti, che nessuna forza politica riesce a trovare un profilo chiaramente
   diverso da lei e dalla sua CDU.
   Dal 2005, cioè da quando Angela Merkel è cancelliera in Germania, nel Paese è di fatto assente il
   concetto di “opposizione”. Anche la ratifica del Recovery Fund nel Parlamento tedesco è scontata,
   con CDU, CSU, SPD e Verdi in quasi perfetta armonia, e con gli altri partiti considerati praticamente
   irrilevanti. Se dieci anni fa tutti seguivano Merkel nel suo rigore finanziario – anima del successo
   economico della Germania nel dopoguerra – oggi tutti la seguono sulla strada dell’accettazione
   dell’indebitamento europeo, rivelando l’altra anima della Germania moderna.
   E con la stessa strategia che adotta in Germania, Merkel ha cercato di salvare l’Europa dove, come si
   vede all’indomani dell’intesa raggiunta per la ricostruzione post-pandemia, nessuno si può
   considerare chiaramente vincitore e nessuno si può definire perdente assoluto. Così oggi si parla di
   un rafforzamento dell’Europa grazie al fatto che la Germania è venuto incontro alle esigenze degli
   altri Paesi in materia fiscale e finanziaria. Rimane da vedere l’effetto di questa svolta di Angela
   Merkel sul futuro politico della Germania che si giocherà nell’autunno prossimo alle elezioni
   parlamentari, stavolta con nuovi protagonisti.

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