Esclusione finanziaria. Acquisizioni e sfide della finanza di frontiera

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Studi e Note di Economia
                                   Anno XIII, n. 3-2008, pagg. 551-573

       Esclusione finanziaria. Acquisizioni e sfide
               della finanza di frontiera
                                        RENATA LUPONE*
    Recently around the world, governments, international multilateral and nongo-
    vernmental organisations have become concerned about the extent of “financial
    exclusion”, the limited or inadequate access of a significant number of indivi-
    duals, households, enterprises, suburbs and communities to basic financial ser-
    vices (credit, insurance, payment services, affordable deposit accounts). It is
    widely recognised that lack of “financial citizenship” is a prominent, if not
    determinant, element of general deprivation, a main reason for persistent ine-
    quality and slower growth. Despite a progressive mushrooming of policy
    options and institutional arrangements oriented to improve access for under-
    served segments, provision of finance “at the frontier” remains fragmented and
    limited in coverage. As for the “microfinance revolution”, innovation in pro-
    ducts, processes and partnerships is the way forward to expand the frontier over
    the niches, to build inclusive financial systems. Broad access to financial facili-
    ties, if properly complemented, can empower individuals, giving them the chan-
    ce to grasp opportunities and to protect themselves against economic shocks.
                                                  (J.E.L.: G10, G20, G21, I30, O16)

    The stark reality is that most poor people in the world still lack access to sus-
    tainable financial services, whether it is savings, credit or insurance. The great
    challenge before us is to address the constraints that exclude peoples from full
    participation in the financial sector... Together we can and must build inclu-
    sive financial sectors that help peoples to improve their lives.
                                                     Kofi Annan, 29 dicembre 2003

Finanza “esclusiva” e sviluppo: alcuni fatti stilizzati
   Il credito, generalmente concesso a condizioni agevolate, ha costituito l’e-
lemento centrale di buona parte delle politiche di sviluppo adottate da gover-
ni ed organizzazioni internazionali a partire dalla seconda metà del
Novecento: a livello macro, quale fattore propulsivo per la crescita economi-

* Titolare di insegnamenti di microfinanza presso le Università di Firenze (SECI) e Padova (CSV). E-mail:
renata.lupone@unifi.it. Revisionato per l’occasione, il presente scritto ha costituito la base per un inter-
vento dell’autrice al convegno “Dare credito alle persone. Dalla garanzia del possesso alla garanzia delle
relazioni”, Firenze, 28 gennaio 2006.
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ca di aree fortemente depresse (i Paesi fiaccati dal secondo conflitto mondia-
le prima, i nuovi stati ex-coloniali poi) e, a livello micro, quale strumento di
mobilizzazione sociale o di ‘democratizzazione’ delle relazioni sociali, di
riscatto dei poveri dall’influenza egemonica degli aventi accesso privilegiato
ai fattori chiave della produzione.
    In contesti economici caratterizzati dalla prevalente rilevanza delle atti-
vità agricole su piccola scala e/o delle micro-attività produttive, commercia-
li e di servizio, riconducibili alla cosiddetta “economia informale”1 – estre-
mamente vitale, ma assolutamente marginale in termini di accesso ai merca-
ti, al credito, alla formazione, ai servizi pubblici e alle strutture sociali – la
fornitura di strumenti di accompagnamento e sostegno finanziario che ne
consentissero una maggiore capitalizzazione ed una più adeguata valorizza-
zione del potenziale imprenditoriale poteva risultare strategica nel tentativo
di consolidare le prospettive di sviluppo di aree locali connotate da un’eleva-
ta incidenza della povertà, umana e di reddito. È quanto a partire dagli anni
Ottanta studiosi ed organizzazioni internazionali iniziarono a riconoscere, in
un clima di inedito interesse per le mini-economie informali in cui gran parte
della popolazione povera mondiale produceva e consumava. Accrescere la
produttività dell’agricoltura su piccola scala poteva comportare migliora-
menti reddituali per i piccoli proprietari, ma anche vantaggi in termini di
incremento dell’occupazione rurale, agricola e non, di riduzione o stabilizza-
zione dei prezzi alimentari. Ugualmente, potenziare la capacità produttiva
delle microimprese urbane significava promuovere attività economiche ad
alta intensità di lavoro in aree densamente popolate e scarsamente capitaliz-
zate, generando reddito e occupazione a basso costo e, conseguentemente,
dando ulteriore impulso alla domanda dei beni e servizi localmente prodotti.
    I sistemi finanziari dei Paesi a basso reddito (PBR) hanno esibito, e con-
tinuano ad esibire, una sostanziale inerzia rispetto alle necessità finanziarie di
cui in precedenza. ‘Repressi’ ed inefficienti fino agli anni Settanta, liberaliz-
zati a partire dagli anni Ottanta, essi, ad oggi, non sembrano aver superato la
limitatezza (volumi di attività e passività, numerosità e diversificazione delle
componenti istituzionali), le inefficienze, gli squilibri allocativi, a svantaggio
del settore primario e delle aree marginali (geograficamente ed economica-
mente), che le riforme avrebbero dovuto attenuare. Eloquenti, in proposito, i
dati relativi ai tradizionali indicatori di sviluppo finanziario, inerenti le
dimensioni del sistema (es. M2/PIL) ed il grado di intensità dei processi di
intermediazione (es. credito al settore privato/PIL), completati da quelli di
più recente utilizzo relativi alle performances degli intermediari bancari (es.
margine di interesse netto), alle caratteristiche della struttura finanziaria

1 Si consideri che nei PVS il settore informale assorbe quote di manodopera oscillanti tra il 20% ed il 60%
dell’occupazione totale, con punte dell’80% per alcuni Paesi africani (documenti ILO).
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(concentrazione, controllo statale o estero), significativamente correlate con
il grado di efficienza del sistema2, alla effettiva fruizione dei servizi finanziari
(capillarizzazione dei presidi, numero di depositi e prestiti, entità media degli
stessi)3. Nello specifico, relativamente ad un ristretto ma sufficientemente
suggestivo saggio di indicatori, si rileva che:
– il credito al settore privato rappresenta, rispettivamente, il 16 ed il 33 % del
PIL, nei Paesi a reddito basso e medio basso, mentre si attesta sull’88% nei
Paesi ad alto reddito (Claessens e Feijen 2007)4;
– il margine di interesse netto registrato mediamente dalle istituzioni banca-
rie è pari a 0,075 nel gruppo di PBR, a 0,025 in quello dei Paesi a reddito ele-
vato;
– nei Paesi in via di sviluppo, la quota di popolazione bancarizzata, detentri-
ce di almeno un deposito a risparmio presso un’istituzione formale, è media-
mente attestata intorno al 30%, con valori medi del 24% in Africa sub-saha-
riana, del 32% in Asia orientale e Pacifico, del 38% in America Latina, seb-
bene si rilevino valori sensibilmente inferiori (minori del 10%) in Paesi di
quasi tutte le aree (Honohan 2007)(Fig.1)5;
– il numero di prestiti in essere su 1000 abitanti, superiore a 400 nei Paesi ad
alto reddito, è mediamente pari a 74 in quelli a reddito medio-basso, a 37 nei
PBR, oscillante tra 6 dell’Uganda, 20 del Pakistan, 55 del Bangladesh (Beck
et al. 2005)6;
– il grado di penetrazione demografica delle filiali bancarie, ossia il numero
di filiali per 100.000 abitanti, è inferiore a 4 in buona parte dei PBR, oscil-
lante tra 30 e 50 per i Paesi industrializzati (Beck et al. 2005).

2 Per una rassegna dettagliata degli indicatori utilmente impiegabili nelle analisi dei sistemi finanziari si
veda World Bank, 2005a o si consulti il Financial Development and Structure Database, elaborato da
Beck T., Demirgüç-Kunt A. e Levine R. (2000) nel 1999 e costantemente aggiornato.
3 Da diversi anni, un nutrito gruppo di ricercatori della World Bank (S. Claessens, Honohan P., Beck T.,
Demirguc-Kunt A., Martinez Peria M.S., Levine R. e Kumar A.), riconoscendo alla finanza un ruolo cen-
trale nelle dinamiche di sviluppo economico, lavora alla predisposizione di strumenti analitici che meglio
consentano di valutare il grado di sviluppo e l’efficienza dei sistemi finanziari (vedi nota precedente).
Degno di nota è, inoltre, il lavoro di dimensionamento/qualificazione dei fenomeni di esclusione finan-
ziaria, di misurazione ed analisi dell’accesso ai servizi finanziari di imprese e/o famiglie, condotto attra-
verso indagini sui comportamenti delle stesse (Claessens e Demirguc-Kunt 2006) e/o raccolte cross-coun-
try di dati, prodotti dagli erogatori di servizi finanziari, relativi all’offerta, che si tratti di indicatori di
performances istituzionale (quali il tasso di penetrazione delle filiali o il numero di depositi o prestiti pro
capite) (Beck et al. 2005) o di accessibilità della stessa (Beck et al. 2006).
4 I dati citati nel testo sono inerenti un campione di 155 Paesi, relativamente al periodo 2000-2004
(media). Analizzando il database da cui sono tratti (vedi nota 2) è possibile individuare i trend di varia-
zione degli indicatori relativamente ad un arco temporale più ampio (1970-2005), sebbene per molti PVS
non si disponga della gamma completa di statistiche finanziarie.
5 Honohan (2007) ha prodotto una stima delle percentuali di popolazione bancarizzata relativa a 160 Paesi,
effettuando una sintesi delle indagini di vari autori, basate su informazioni derivanti da banche ed istitu-
zioni di finanza alternativa, variamente intese, in combinazione con indagini sulle famiglie.
6 I dati derivano da un’indagine condotta da Beck et al. 2005 relativamente a 99 Paesi, nel periodo 2003-
2004, attraverso le somministrazione di questionari alle autorità di controllo del sistema bancario della
quasi totalità dei Paesi.
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                 Fig.1 - Mappa del livello di bancarizzazione delle famiglie (%).
                                    Fonte: Honohan 2007: 36

    I dati in precedenza riportati e, in generale, quelli più largamente utilizza-
ti per configurare processi di esclusione finanziaria, sono relativi all’utilizzo
corrente dei servizi, più che all’accesso nelle sue varie dimensioni di reperi-
bilità, appropriatezza di prezzi e condizioni, continuità e conoscibilità del-
l’offerta7. Sebbene indicativi, essi non possono, senza opportuni approfondi-
menti, essere chiamati in causa per postulare l’esistenza di bisogni finanziari
inevasi: la non fruizione potrebbe essere legata ad un non bisogno (accesso
senza utilizzo) e, parallelamente, alcuni servizi potrebbero non essere ade-
guati alle esigenze della clientela che ne fruisce o non essere utilizzati appie-
no e consapevolmente (utilizzo con accesso limitato).
    Progressi nella direzione di una maggiore completezza d’analisi sono rap-
presentati dall’intensificarsi degli sforzi di quantificazione e qualificazione
della domanda, attraverso indagini campionarie ad hoc8 ed approfondimenti
qualitativi su comportamenti e bisogni di imprese e famiglie (ancora poco fre-
quenti, in verità), e dell’offerta, attraverso l’analisi di dati, di fonte bancaria,
rappresentativi della estensione/diffusione e/o dell’accessibilità della stessa.
    La inadeguata o inesistente fruizione di facilitazioni bancarie, opportunità
creditizie o servizi assicurativo-previdenziali è tendenzialmente ascrivibile a
barriere di prezzo e non, riconducibili all’accessibilità fisica (prossimità ter-
ritoriale), alla convenienza/costosità (minimali di deposito e transazione,

7 Numerosi sono in letteratura i tentativi di sistematizzazione delle possibili dimensioni dell’esclusione
finanziaria. Si parla di access, condition, price, marketing e self-exclusion in Kempson e Whyley 1999,
Kempson et al. 2000, Connolly e Hajaj 2001; di income e price exclusion in Bridgeman 1999; di reliabi-
lity, convenience, continuity e flexibility in Morduch 1999; di access e utility exclusion in Chant Link &
Associates 2004.
8 Le indagini sui bilanci e sugli standard di vita famigliari, periodicamente prodotte da o per conto di auto-
rità centrali bancarie (es. Italia) o governative, alla base di molte analisi sull’esclusione, indagando margi-
nalmente sulla fruizione dei servizi finanzi e, raramente, si soffermano sulle caratteristiche della domanda.
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costi di gestione), alla eleggibilità, ossia ai criteri fissati per la fruizione dei
servizi, siano essi documenti di certificazione, strumenti di screening diretto
o tempi di attesa. Questi, se eccessivamente lunghi, posso rappresentare
un’autentica barriera de facto laddove inibiscano la fruizione di quanti non
siano nelle condizioni di attendere e/o di cercare soluzioni alternative. In pro-
posito, a completamento dei dati relativi all’utilizzo dei servizi finanziari, di
cui in precedenza, si riportano alcune delle risultanti del primo sistematico
sforzo di documentare e analizzare le barriere del sistema bancario trasver-
salmente ad un elevato numero di Paesi (Beck et al. 2006)9:
- GRADO DI DECENTRAMENTO DELLE OPERAZIONI DI APERTURA CONTO: indicato-
re di accessibilità, esso viene approssimato attribuendo alle istituzioni finan-
ziarie (e, aggregando i dati delle istituzioni campionate, ai relativi Paesi) un
punteggio crescente, da 1 a 3, a seconda che venga garantita ai clienti la pos-
sibilità di aprire un conto a deposito presso le varie articolazioni della strut-
tura istituzionale, sedi centrali, filiali di zona, sportelli locali. Mediamente
l’operatività in tal senso di sportelli locali, non di filiale, risulta essere eve-
nienza piuttosto rara (la media è 2); nello specifico, spiccano i casi di Paesi
in cui anche l’iniziativa delle filiali sembra essere limitata: curiosamente, si
tratta in prevalenza di Paesi industrializzati quali Grecia (1,2), Spagna (1,5),
Svezia (1,7)10;
- GIACENZA MINIMA PER L’APERTURA DI UN CONTO CORRENTE: compresa tra il
10 e il 50% del PIL pro capite per buona parte dei PVS, supera il 100% per
Camerun e Nigeria, mentre non è prevista in molti Paesi industrializzati;
- COSTO ANNUO DI GESTIONE DEL CONTO CORRENTE: mediamente oscilla tra l’1
e il 10% del PIL pro capite, supera il 20% in Malawi, Uganda e Sierra
Leone11, è pari a 0 in Bangladesh, Etiopia e, tra i Paesi industrializzati, in
Svezia;
- IMPORTO MINIMO EROGATO IN PRESTITO: relativamente ai crediti al consumo,
esso si attesta tra il 50 ed il 200% del PIL pro capite (330 nelle Filippine),
mentre per i prestiti alle piccole e medie imprese, oscilla tra il 200 ed il
2000% del PIL pro capite (oltre 8000 in Bangladesh);
- DOCUMENTAZIONE NECESSARIA PER L’APERTURA DI UN C/C: se in linea di mas-
sima la richiesta si limita a documenti di identificazione, in Paesi come
Bangladesh, Camerun, Cile, Sierra Leone, Trinidad and Tobago e Uganda ne
sono necessari almeno 4;
- TEMPI D’ATTESA PER L’EVASIONE DI UNA RICHIESTA DI CREDITO: per i prestiti al

9 Utilizzando le informazioni di 193 banche di 58 Paesi, Beck et al. 2006 identificano e analizzano dati
relativi ad indicatori di accessibilità, nelle varie accezioni e dimensioni, relativamente a servizi di deposi-
to, credito e pagamento.
10 In assenza di interpretazioni da parte degli autori, non disponendo di informazioni specifiche sulle isti-
tuzioni censite, sarebbe azzardato commentare questo dato, apparentemente controintuitivo.
11 Si consideri che secondo alcune stime, mediamente, i poveri non possono spendere più del 2% del pro-
prio reddito per sostenere spese bancarie di qualsivoglia natura (Beck et al. 2006: 1).
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consumo l’attesa non supera, mediamente, i 4 giorni, sebbene in taluni Paesi
superi gli 8 (Albania, Bangladesh, Filippine, Mozambico) o addirittura i 20
giorni (Pakistan); relativamente ai prestiti alle PMI i tempi si dilatano a 10
giorni in media, a 30 e oltre in Bangladesh, Filippine, Ghana, Pakistan.
    Assumendo che le famiglie a basso reddito non possano spendere più del
2% del proprio reddito per servizi finanziari di sorta, i soli dati sul costo del
conto corrente esibiscono un potenziale di esclusione non trascurabile: in 10
dei Paesi campionati almeno il 30% della popolazione non potrebbe permet-
tersi un conto corrente, mentre in alcuni Paesi africani la percentuale salireb-
be al 50% e oltre (54% in Camerun, 81% in Kenya, 40% in Madagascar, 94%
in Malawi, 89% in Sierra Leone) (Beck et al. 2006).
    Accertare i bisogni finanziari di individui, famiglie o unità produttive,
andando oltre la misurazione dell’utilizzo è, dunque, passaggio obbligato
verso la strutturazione di sistemi finanziari inclusivi, condizione fondamen-
tale per la predisposizione di una gamma di prodotti e servizi che risponda
adeguatamente alle caratteristiche di una domanda potenziale ignorata,
sovente perché inespressa o di difficile rilevazione.

Verso l’inclusione: stato dell’arte e prospettive della microfinanza
    A fronte dell’evidente indisponibilità dei sistemi finanziari formali a farsi
carico dell’innovazione di processi e prodotti in vista dello sfruttamento,
finanziariamente sostenibile, di un’ampia potenziale domanda, nel corso
degli anni Ottanta l’attivismo di enti non lucrativi di varia natura, prevalen-
temente anche se non esclusivamente non governativi12, si sostanziò nella
sperimentazione di un nuovo approccio al finanziamento o microfinanzia-
mento per lo sviluppo, destinato a divenire nei decenni successivi elemento
cardine delle strategie di lotta all’esclusione sociale e finanziaria. Famiglie a
basso reddito, produttori agricoli su piccola scala, microimprenditori urbani
e rurali, hanno da sempre rappresentato per le istituzioni finanziarie un seg-
mento di mercato poco appetibile, scarsamente profittevole per la limitata
capacità di reddito ed eccessivamente rischioso in ragione della concomitan-
za di deficienze informative, che ne ostacolano valutazione e monitoraggio,
ed insufficiente disponibilità di strumenti di mitigazione del rischio di credi-
to (garanzie patrimoniali, contratti assicurativi).

12 Significativa eccezione, esempio di sperimentazione di fonte governativa, è l’esperienza di Bank Rakiat
of Indonesia. Centenaria banca commerciale controllata dallo Stato e orientata alla fornitura di servizi
finanziari in aree rurali, promosse, negli anni Settanta, la creazione di un sistema bancario di villaggio, il
sistema delle Unit Desas (banche di villaggio), preposto all’erogazione di crediti sussidiati per la produ-
zione del riso. Nel 1983, le deludenti performances finanziarie indussero la BRI ad avviare una riorga-
nizzazione del sistema bancario di villaggio. Attualmente la BRI-UD è il maggior fornitore di microfi-
nanza al mondo: con oltre 4000 unità di base dislocate per il Paese, nel 2006 essa registrava oltre 3,5 milio-
ni di mutuatari e 31 milioni di risparmiatori.
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    Le esperienze di “finanza alla frontiera” (Von Pischke 1991), seppur nella
diversità di articolazioni, sembravano coniugare finalità sociali e sostenibilità
istituzionale, garantendo servizi finanziari socialmente e territorialmente dif-
fusi, in un’ottica di autosufficienza prospettica13. La capacità di risposta alle
esigenze delle popolazioni di riferimento, derivante dalla prossimità fisica e
culturale alle stesse, l’adozione di tecniche operative, spesso mutuate dal set-
tore informale, funzionali alla riduzione dei rischi d’insolvenza e dei costi di
informazione e di monitoraggio della clientela, la predisposizione di efficaci
meccanismi di incentivo al rimborso, alternativi o complementari alle garan-
zie reali14, si rivelarono cruciali per il superamento dei tradizionali ostacoli
informativi ed economici tipicamente connessi all’erogazione di servizi in
favore di utenze fragili, economicamente e socialmente.
    Nel corso degli anni Novanta, le incoraggianti performances di alcune
esperienze della prima ora – Grameen Bank e BRAAC in Bangladesh, SANA-
SA in Sri Lanka, BancoSol in Bolivia, Bank Rakyat of Indonesia, con il siste-
ma capillare delle unit desas (Hulme e Mosley 1996) – suscitarono l’interes-
se di studiosi e policy makers e progressivamente alimentarono l’entusiasmo
della comunità internazionali15. Nel corso dell’ultimo decennio, in effetti, gli
interventi microfinanziari, variamente assortiti in quanto a connotazione isti-
tuzionale, clientela specifica, modello di funzionamento16 e caratteristiche
dell’offerta, sono divenuti oggetto di promozione massiccia, canali privile-
giati per il flusso di finanziamenti allo sviluppo erogati da governi ed agen-
zie d’aiuto bi/multilaterali17.

13 Il focus sulla sostenibilità è uno dei caratteri distintivi della cosiddetta “rivoluzione microfinanziaria”,
del nuovo approccio al finanziamento per lo sviluppo rispetto alle fallimentari ed inefficaci esperienze di
credito agricolo sussidiato (Von Pischke 1991), promosse dagli organismi internazionali e dai governi
negli anni Cinquanta e Sessanta.
14 Responsabilità solidale (raramente nell’accezione di responsabilità finanziaria congiunta) e pressione
dei pari (peer pressure), appartenenza alla struttura, incremento progressivo dell’erogazione creditizia, fre-
quenza dei rimborsi, per citarne alcuni.
15 In occasione del Microcredit Summit, tenutosi a Washington nel febbraio del 1997, la World Bank rico-
nosce al microcredito un ruolo centrale nella lotta alla dipendenza economica e lancia un movimento glo-
bale teso a raggiungere entro il 2005, attraverso il finanziamento dell’auto-impiego soprattutto femmini-
le, 100 milioni di famiglie tra le più povere nel mondo, vale a dire 5-600 milioni di persone. Nel dicem-
bre del 1998, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adotta una Risoluzione (53/197) nella quale si
designa il 2005 Anno Internazionale del Microcredito e si invitano Governi, Agenzie delle Nazioni Unite,
organizzazioni non governative implicate, attori della società civile, settore privato e mezzi di comunica-
zione, a dare rinnovato impulso ad iniziative microfinanziarie.
16 L’esperienza microfinanziaria viene, in letteratura, ricondotta a 5 principali modelli operativo-istituzio-
nali: il credito di gruppo à la Grameen, il credito cooperativo, il village banking, veicolato da Finca
International, il microcredito commerciale (in riferimento all’attività delle cosiddette microbanche), le
architetture a più livelli, o linkage models (Ledgerwood 1998; Lapenu e Zeller 2001; Lupone 2004).
17 La quota di aiuto allo sviluppo destinato alla microfinanza, attestata sui 400 milioni di dollari annui nei
primi anni del 2000 (Meyer 2002 b), si aggira nel 2005, secondo stime CGAP, sui 2 miliardi di dollari pro-
venienti da donors, investitori, istituzioni finanziarie internazionali. Il gruppo WB è il principale attore con
oltre 1,2 miliardi di dollari canalizzati attraverso linee di credito e politiche di promozione, formazione,
sensibilizzazione.
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    Successivamente alla prima ondata di sperimentazioni, il processo di svi-
luppo della microfinanza nel mondo si caratterizzò per una tendenziale stan-
dardizzazione degli approcci e dell’offerta di servizi, per lo più creditizi,
essendo prevalentemente improntato all’imitazione di modelli rodati più che
alla sperimentazione competitiva e all’analisi della domanda potenziale. Se
internamente a ciascun’area, regionale o nazionale, si assisteva alla conver-
genza delle esperienze microfinanziarie verso il prototipo di maggior succes-
so in essa realizzato, a livello internazionale il progressivo coinvolgimento
delle organizzazioni multilaterali si sostanziava nella prevalente promozione
dei sistemi di group lending à la Grameen, un approccio che, per la potenza
rivoluzionaria, certo, ma anche in virtù di un maggior impatto comunicativo,
veniva elevato a simbolo della nuova era di finanza per lo sviluppo.
    L’ampliarsi ed il consolidarsi della cosiddetta industria microfinanziaria
nel mondo si accompagnarono ad un’evoluzione del dibattito teorico su quel-
lo che sembrava divenire lo strumento preferenziale di lotta all’esclusione
economica, una sorta di approccio win-win alla povertà (Morduch 1999). Se
inizialmente l’analisi del fenomeno si limitava all’accertamento del grado di
efficienza delle operazioni, sostenibilità, estensione e pervasività dell’azione
relativamente alle esperienze di maggior successo, successivamente iniziò ad
essere sottolineata la necessità di accertare gli effetti sociali, economici e cul-
turali sulle popolazioni interessate e/o sulle comunità di appartenenza (Hulme
e Mosley 1996; Zelle e Meyer 2002) e si evidenziarono i limiti di un’omoge-
neizzazione imitativa di approccio e di prodotto, inadeguata rispetto all’etero-
geneità della potenziale utenza (microimprese/famiglie a vari livelli di capita-
lizzazione/povertà) ed all’assortimento delle relative esigenze finanziarie, la
cui ampiezza trova, peraltro, riscontro in una ricca varietà di accordi, circuiti
e contratti informali (Morduch 1995; Robinson 1997; Gonzalez-Vega 1998;
Rutherford 1999; Zeller 1999; Zeller e Sharma 2000; Meyer 2002a;
Armendáriz de Aghion e Morduch 2005).
    Sperimentare e perfezionare assetti istituzionali e modalità operative,
favorire l’ingresso di nuovi operatori, ampliare la gamma dei servizi offerti
oltre i tradizionali microcrediti alla produzione, diventano dunque strategie
fondamentali per l’espansione della frontiera microfinanziaria. Attualmente,
seppur con modalità, grado di partecipazione e quote di portafoglio estrema-
mente diverse, risultano implicate ONG specializzate, istituzioni finanziarie
specializzate, cooperative di risparmio e credito, microbanche (up-grading)
banche commerciali (downscaling), banche di sviluppo, banche rurali o com-
munity banks. La gamma dei servizi offerti va ampliandosi – seppur non
uniformemente tra le esperienze – includendo, ad esempio, facilitazioni di
pagamento e di risparmio18, finanziamenti al consumo o prestiti di emergen-

18 Il risparmio risulta essere, almeno nella prima ondata di sperimentazioni, la “metà dimenticata” (Vogel
1984) della microfinanza. La scarsa enfatizzazione del ruolo del risparmio (Gonzalez-Vega 2002) è lega-
R. Lupone - Esclusione finanziaria. Acquisizioni e sfide della finanza di frontiera         559

za, crediti per l’edilizia abitativa o per l’istruzione, ma anche microassicura-
zioni, microleasing, servizi di trasferimento del denaro e, recentemente, di
phone-banking, ossia erogati mediante le reti di telefonia mobile.
    Stando al recente Microcredit Summit Campaign19 Report (Daley-Harris,
2007), la più aggiornata ed estesa delle indagini censuarie in materia, ad ottobre
2007 sono 7.407 le istituzioni registrate presso i 15 Consigli della Microcredit
Summit Campaign, 4.777, di 134 Paesi, quelle registrate presso il Microcredit
Council of Practitioners20 e 3.316 quelle censite attraverso la raccolta di dati
dalle stesse forniti21. Alla fine del 2006 queste istituzioni erogano servizi in favo-
re di 133 milioni di clienti, di cui 93 milioni (70%) poverissimi22. Di questi,
l’85% è rappresentato da donne e l’86% è servito dalle 61 maggiori istituzioni
(con oltre 100.000 clienti) e dai 6 networks23 censiti. 2364 delle istituzioni scru-
tinate registrano, individualmente, meno di 2.500 clienti poverissimi e, com-
plessivamente, non raggiungono che l’1,5% della popolazione poverissima mon-
diale.
    La diffusione geografica della microfinanza, sebbene ampia, evidenzia una
distribuzione non uniforme delle esperienze: il 51% delle istituzioni censite
opera in Asia, il 30% in Africa e Medio Oriente, il 17% in America Latina e
Caraibi. Ancora embrionale risulta, invece, lo sviluppo della “finanza di frontie-
ra” nei paesi industrializzati (1,8%), ossia in Nord America ed Europa
Occidentale (1,2%), in Europa orientale ed Asia Centrale (0,6%) (Fig. 2)24.
    In termini di clientela raggiunta con servizi creditizi, nel 2006 le istitu-

ta alla massiccia affermazione dei meccanismi microfinanziari à la Grameen, esclusivamente orientati alla
fornitura di credito, che hanno messo in secondo piano l’esperienza in materia di istituzioni quali le coo-
perative di risparmio e credito. È solo sul finire degli anni Novanta che, sull’onda di un rinnovato dibat-
tito, vengono avviati interventi più decisamente orientati alla mobilizzazione del risparmio – si pensi all’e-
sperienza di SafeSave in Bangladesh, Micro-Save in Africa – ed istituzioni microfinanziarie consolidate
includono il risparmio volontario nella propria gamma di prodotti.
19 Si tratta di un organo di coordinamento tra quanti, practitioners, ONG, agenzie d’aiuto, istituzioni inter-
nazionali, hanno raccolto l’invito del Microcredit Summit e lavorano per realizzare l’obiettivo di raggiun-
gere col microcredito 100 milioni di famiglie poverissime (http://www.microcreditsummit.org).
20 Erogatori di microcredito o istituzioni che forniscono loro servizi ed assistenza.
21 Le istituzioni che nel 2007 hanno inviato un Institutional Action Plan sono soltanto 873. Si è scelto, tut-
tavia di includere nel rapporto anche i dati relativi alle rimanti 2.443, avendo queste, negli anni preceden-
ti inviato informazioni in merito alla propria attività. Per avere idea del rapido consolidarsi della “indu-
stria microfinanziaria” nell’ultimo decennio, si consideri che nel 1997 le istituzioni censite dal MSCR
erano 618 ed i clienti serviti 13,5 milioni.
22 Nel Microcredit Summit Campaign Report (MSCR), si considera poverissima (very poor) la quota di
popolazione (1,2 miliardi di persone o 240 milioni di famiglie) che vive in assoluta povertà, con meno di
1 dollaro USA (PPA) al giorno.
23 I networks menzionati sono: The Society for Elimination of Rural Poverty (SSERP), Friends of
Women’s World Banking (FFWWB), The National Bank for Agriculture and Rural Development
(NABARD), The Tamil Nadu Corporation for the Development of Women, in India; The Bangladesh
Rural Development Board (BBRDB) in Bangladesh; The Association of the Asian Confederation of Credit
Unions (AACCU), in Tailandia.
24 Si sottolinea che tali dati sono riferiti esclusivamente ad istituzioni che hanno scelto di registrarsi. È
dunque plausibile che sottostimino il numero effettivo di istituzioni finanziarie alternative esistenti.
560                          Studi e Note di Economia, Anno XIII, n. 3-2008

Fig. 2 - Distribuzione geografica delle istituzioni microfinanziarie. Fonte: Daley-Harris 2007: 26.

zioni asiatiche detengono il primato con 16.000 mutuatari attivi (valore
mediano)25, seguite dalle medio-orientali (14.000), dalle latinoamericane
(10.500) e dalle africane (10.000) (Mix 2007)26.
    Relativamente al grado di penetrazione dell’azione, ossia alla quota di
clienti in rapporto alla popolazione poverissima nelle varie aree regionali, si
registrano valori che oscillano tra il 68% in Asia, il 28% in Europa orientale
ed Asia Centrale, il 20% in America Latina e l’11% in Africa e Medio Oriente
(Daley-Harris 2007).
    I dati riportati testimoniano dell’estrema frammentazione dell’industria
microfinanziaria, caratterizzata da un elevato numero di istituzioni che ope-
rano ben al di sotto della scala di efficienza (si è osservato che il raddoppio
della scala di operatività implicherebbe un incremento del 10% dell’autosuf-
ficienza operativa) (Honohan 2004) e raggiungono brevi segmenti del mer-
cato potenziale. A dispetto di una progressiva capillarizzazione degli inter-
venti, sono pochi i Paesi, prevalentemente asiatici, in cui la quota di fruitori
di servizi microfinanziari in rapporto alla popolazione supera il tetto del 2%27
ed in cui le attività totali delle istituzioni microfinanziarie rappresentano per-

25 Secondo i dati reperibili in MixMarket, portale di servizio della microfinanza che censisce oltre 1000
istituzioni nel mondo, le quattro principali esperienze, in termini di clientela raggiunta, si concentrano in
Asia (dati 2006): Bank Rakiat of Indonesia (banca) (3,5 mil. di mutuatari, 31 mil di risparmiatori);
Grameen Bank (banca) (Bangladesh) (6 mil. di mutuatari; 7 mil. di risparmiatori); ASA (ONG)
(Bangladesh) (5 mil. di mutuatari e 6,5 mil. di risparmiatori), VBSP (banca) (Vietnam) (4,6 mil. di mutua-
tari). Si consideri che la principale istituzione microfinanziaria in America Latina, Caja Popular Mexicana
(Cooperativa/Credit Union) (Messico), conta 643mila mutuatari attivi, mentre quella africana, ACSI
(Istituzione finanziaria non bancaria) (Etiopia), ne conta 536mila.
26 Sul fronte del risparmio la classifica si inverte: le istituzioni africane registrano 6000 risparmiatori,
quelle latinoamericane 5000, quelle asiatiche meno di 700 (Mix 2006).
27 Si tratta, nello specifico, di Bangladesh (13%), Indonesia (7%), Tailandia (6%), Sri Lanka (4%),
Vietnam (4%), Cambogia (3%), Malawi (3%), Togo (2%) (Honohan 2004: 4).
R. Lupone - Esclusione finanziaria. Acquisizioni e sfide della finanza di frontiera       561

centuali superiori al 2% del credito totale interno28. Tale rapporto risulta esi-
guo anche per Paesi che registrano elevati livelli di penetrazione ed in cui,
secondo gli specialisti, il mercato per la microfinanza è vicino alla saturazio-
ne. Sebbene tali Paesi abbiano sistemi finanziari non particolarmente svilup-
pati (Honohan 2004), esso non supera, nella migliore delle ipotesi, il 7%.
   Alla luce di tali evidenze è ragionevole ritenere che, per incidere signifi-
cativamente sui processi di sviluppo economico e sradicamento della
povertà, le strategie di riduzione dell’esclusione finanziaria debbano, in
aggiunta al potenziamento delle istituzioni di microfinanza, favorire l’ingres-
so di nuovi operatori, la sperimentazione di partenariati istituzionali ed il
coinvolgimento attivo dei Governi sul piano normativo e delle politiche, in
vista della la creazione di sistemi finanziari inclusivi29, caratterizzati da un
«continuum di operatori che, sfruttando i rispettivi vantaggi comparati», rag-
giungano con servizi appropriati tutti i segmenti di popolazione bancabile, a
vari livelli di reddito e vulnerabilità (UN 2006: 5).
   Il riconoscimento del ruolo decisivo che la finanza può svolgere nei pro-
cessi di empowerment sociale ed economico degli individui non deve, tutta-
via, risolversi in una sovraenfatizzazione delle potenzialità propulsive della
stessa. Il credito garantisce potere d’acquisto addizionale che consente di
cogliere opportunità produttive e di sviluppo esistenti, non ne crea. Laddove
queste non esistono genera soltanto passività, sovraindebitamento, incremen-
tando la vulnerabilità di quanti vi fanno ricorso.

    In effetti, il credito non può creare il mercato inesistente per un prodotto che
    non è desiderato da nessuno; il credito non può costruire la strada la cui assen-
    za impedisce la commercializzazione di una coltura; il credito non genera la
    tecnologia sconosciuta che permetterebbe di ridurre i costi di produzione ad
    un livello competitivo, il credito non converte in imprenditore chi non pos-
    siede tali capacità. In questi casi, concentrare gli sforzi sul credito non solo
    non produce risultati, ma piuttosto distoglie l’attenzione [e distrae risorse]
    dalle azioni necessarie per rimuovere questi altri ostacoli allo sviluppo.
    (Gonzalez-Vega et al. 2002: 15).

   Il credito, dunque, è un’indubbia leva di sviluppo, il cui impatto sul red-
dito e sul benessere delle famiglie sarebbe, nondimeno, magnificato se inter-
venisse a complemento di politiche d’incentivo all’innovazione tecnologica,

28 Eccezioni degne di nota sono la Bolivia (7%), il Nicaragua (6%), lo Sri Lanka (3,5%), Indonesia (2,5),
Bangladesh (2%) (Honohan 2004: 9).
29 In un recente documento delle Nazioni Unite, frutto di consultazioni e discussioni multi-stakeholders,
si definisce inclusivo un sistema finanziario che «would provide access to credit for all ‘bankable’ people
and firms, to insurance for all insurable people and firms and to savings and payments services for everyo-
ne» (UN 2006: 1).
562                          Studi e Note di Economia, Anno XIII, n. 3-2008

di potenziamento delle infrastrutture fisiche, istituzionali e legali, di promo-
zione del capitale umano attraverso investimenti in educazione, salute e
nutrizione, di miglioramento delle reti di protezione sociale e delle condizio-
ni di sicurezza personale (Gonzalez-Vega et al. 2002; Zeller e Meyer, 2002;
Daley-Harris 2005; UN 2006).

Esclusi tra “superinclusi”
    Parallelamente al consolidarsi della microfinanza nel mondo in via di svi-
luppo, nei Paesi industrializzati si intensifica il dibattito sul ruolo dell’esclu-
sione finanziaria30 quale facilitatore, se non movente, dei processi di impo-
verimento che con crescente severità interessano, in contesti di elevato
benessere, famiglie o imprese caratterizzate da bassi livelli di reddito/capita-
lizzazione ed instabilità socio-economica, aree, regioni, suburbi o comunità
caratterizzati da elevata rischiosità, da scarse dotazioni infrastrutturali, da
isolamento fisico, economico o culturale, da ‘abbandono’ politico-ammini-
strativo, percepito o reale (Lupone 2003).
    Nei 15 Paesi dell’area euro (prima dell’allargamento)(EU15), sul finire
del 2003 la popolazione adulta priva di qualsivoglia attività finanziaria si
attesta al 7%, oscillando tra l’1% di Danimarca, Olanda e Belgio, il 2% della
Francia, il 3% della Germania, il 6% della Gran Bretagna, l’8% della Spagna,
il 16% dell’Italia ed il 28% della Grecia. L’orizzonte della marginalità finan-
ziaria si amplia se si considera che la percentuale di adulti non bancarizzati,
ossia non titolari di qualsivoglia forma di deposito a risparmio – i cosiddetti
unbanked – sale al 10% per la totalità dei Paesi EU15, al 3% in Francia e
Belgio, al 5% in Germania e Danimarca, al 9% in Gran Bretagna, all’11% in
Spagna, al 19% in Italia, al 36% in Grecia (Eurobarometer, 2004). Secondo
dati di fonte diversa, in Italia nel 2004 la percentuale di unbanked è pari al
14% (11% nel 2006)(Banca d’Italia 2006, 2008)31. Negli Stati Uniti tale gran-
dezza si attesta intorno al 9% (Peachey - Roe, 2004)32.
    Sul fronte del credito, nel 2006, in Italia, risulta avervi fatto ricorso il 26%
delle famiglie (Banca d’Italia 2008), una quota aumentata del 4% in 4 anni,
dopo una sostanziale stasi di oltre un decennio (Banca d’Italia 2006), comun-
que contenuta se confrontata, seppur con dati meno recenti, con il 43% della

30  Si considerano finanziariamente esclusi quanti non fruiscono di servizi finanziari di base (social
banking), bancari e non (accezione allargata come in Kempson et al. 2000; PAT 14 1999), perché rifiuta-
ti dal sistema finanziario o indotti al non ricorso, i cosiddetti unbanked, ma anche individui e categorie
produttive che ne fruiscono limitatamente o non adeguatamente rispetto a bisogni e potenzialità (si veda-
no le considerazioni sulla nozione d’accesso di cui in nota 7).
31 Tale discrepanza potrebbe derivare dalle diverse caratteristiche della popolazione campionata dalle due
diverse indagini.
32 Sostanzialmente sovrapponibili, lievi scarti a parte, sono i dati, parzialmente derivati da Peachey e Roe
2004, presentati da Honohan 2007: 20.
R. Lupone - Esclusione finanziaria. Acquisizioni e sfide della finanza di frontiera           563

Germania, il 66% dell’Olanda o il 74% degli Stati Uniti (Magri 2002).
    A completamento dei dati sulla fruizione dei servizi finanziari di base, le
risultanti di ricerche condotte in gran parte dei Paesi industrializzati33 ne evi-
denziano una sistematica associazione a specifiche condizioni anagrafiche,
socio-economiche e geografiche delle popolazioni indagate34. Al margine del
mainstream finanziario si trovano, con maggiore frequenza rispetto ai valori
medi dell’universo di riferimento, individui/capifamiglia disoccupati, sottoc-
cupati o precari, disabili, scarsamente scolarizzati, immigrati, famiglie mono-
genitoriali, famiglie a carico di anziani/pensionati o di giovani35, ma anche
attività imprenditoriali operanti su piccola e piccolissima scala36, orientate in
prevalenza verso i mercati locali o caratterizzate da una prevalente vocazio-
ne sociale.
    Come accennato nel primo paragrafo, la limitata, inadeguata o inesistente
fruizione di facilitazioni bancarie, opportunità creditizie o servizi assicurati-
vo-previdenziali, laddove non deliberatamente scelta, può derivare dal gioco
di uno o più fattori riconducibili tanto alle strategie degli agenti sul fronte
dell’offerta quanto alle particolari connotazioni e percezioni delle potenziale
clientela (Lupone 2003, 2006).
    Relativamente alle prime è legittimo parlare di una sottoesposizione, più
o meno esplicita, delle istituzioni finanziarie rispetto ad aree, categorie di
imprese o gruppi sociali considerati rischiosi o poco redditizi, attraverso:
- adozione di criteri di prudenzialità (valutazione standardizzata del rischio di
credito) e standard di redditività che precludono l’accesso, cioè negano le
possibilità di fruizione;

33 Per citarne alcuni: Leyshon e Thrift, 1995, Caskey 1997, Hogarth e O’Donnell 1997, U.S. Department
of Treasury 1997, Kempson e Whyley 1999, Bridgeman 1999, PAT 14 1999, Bank of England 2000,
Kempson et al. 2000, Connolly e Hajaj 2001, Anderloni 2003, Chant Link & Associates 2004,
Gloukoviezoff 2005.
34 Essendo tali variabili (basso grado di istruzione, etnicità, età, genere, disabilità) negativamente associate
al livello di reddito ed alla condizione di impiego, non si può escludere (se non con opportuna verifica)
che la loro relazione con l’esclusione finanziaria sia solo apparente.
35 In Italia, ad esempio, il possesso del conto corrente, postale o bancario, è sensibilmente inferiore alla
media (89%) fra le donne (83%), gli anziani (78%), i meno istruiti (52%) e non occupati (53%), le fami-
glie a basso reddito (63%), monocomposte (81%) o numerose (82%), dipendenti da un solo percettore di
reddito (82%), stanziate nelle regioni meridionali (72%)(Banca d’Italia, 2008). Dalla ricognizione della
letteratura ed evidenza relative allo stato dei rapporti tra migranti ed istituzioni finanziarie emerge, inol-
tre, che, tendenzialmente, il 50-60% dei residenti stranieri sperimenta una condizione di totale margina-
lità, di assenza di relazioni, il 10-15% fruisce di una qualche forma di finanziamento, il 10-15% di quan-
ti inviano denaro nel paese d’origine (50-60% degli immigrati) si servono dei canali bancari (Lupone
2006).
36 Nel 2005, in Italia, i finanziamenti alle piccole imprese (con meno di 50 dipendenti) (6.039.187), che
costituiscono il 99% delle imprese (il 95% delle quali è rappresentato da microimprese, con meno di 10
addetti), rappresentano il 13,5% del totale dei finanziamenti bancari. La distribuzione dei finanziamenti
per localizzazione geografica evidenzia una maggiore concentrazione nel centro-nord, dove le piccole
imprese ivi stanziate, assorbono l’81% dei finanziamenti totali erogati in favore del settore, pur contri-
buendovi solo per il 66% (Artigiancassa 2006).
564                         Studi e Note di Economia, Anno XIII, n. 3-2008

- strategie di redlining, ossia di scarsa capillarizzazione sul o di “abbandono
finanziario” del (Leyshon e Thrift 1995) territorio, che comportano la non
disponibilità fisica o la facile reperibilità dei servizi;
- politiche dell’offerta che non incoraggiano (o scoraggiano) la fruizione, che
di fatto limitano la libertà di scelta dei consumatori, rendendo disponibili ser-
vizi/prodotti non calibrati sulle specifiche esigenze di alcuni gruppi di poten-
ziali utenti o eccessivamente onerosi in rapporto alla capacità di spesa, di
contribuzione, di risparmio o di assorbimento creditizio degli stessi;
- strategie commerciali che escludono particolari categorie d’utenza dai cana-
li di promozione e commercializzazione dei prodotti, rendendo più difficol-
toso il reperimento di informazioni e l’approvvigionamento degli stessi.
    Sul fronte della domanda, non sono rare forme di auto-esclusione che,
sebbene in qualche misura imputabili alle politiche aziendali dei fornitori di
servizi, derivano prioritariamente da barriere psicologiche e percezioni di
inadeguatezza, reddituale ma non solo, da determinanti culturali quali la pre-
ferenza per le transazioni in contante, l’avversione o la sfiducia nelle banche,
che porta a sovrastimare i costi ed i rischi di relazionarsi con esse
(Chant&Associates 2004: 42), da squilibri informativi a carico dei potenzia-
li fruitori, dalla mancanza di strumenti e conoscenze (es.: grado di financial
literacy) che consentano di oggettivare il proprio bisogno finanziario (non
esplicitazione della domanda) e di individuare servizi che, a costi e condi-
zioni sostenibili, rispondano ad esso, dall’influenza delle reti sociali nei com-
portamenti finanziari degli agenti ad esse connessi (Ormerod e Smith 2001;
Meadows et al. 2004; Lupone 2006)37.
    Le ragioni ed i modi dell’esclusione sono indubitabilmente molteplici e
variamente articolati, ma la realtà che ne deriva è univoca: i sistemi finanziari
dei Paesi industrializzati, alla stregua di quelli dei PVS, si dimostrano inade-
guati al soddisfacimento delle esigenze finanziarie di un non trascurabile
bacino di utenti, individui/famiglie e imprese.
    L’espansione del mercato per i servizi finanziari, avviatasi nel corso degli
anni Ottanta con l’ingresso di nuovi operatori, è andata assumendo le forme
della rincorsa al cliente, gettando le basi per la massificazione dei prodotti cui
oggi assistiamo. L’accresciuta disponibilità di strumenti informativi per la
‘lettura’ di caratteristiche e preferenze della clientela, la standardizzazione
semplificatrice delle procedure di valutazione e monitoraggio, consolidano la
tendenza dei sistemi verso nuovi livelli di segmentazione, funzionali alla
massimizzazione dei rendimenti di ciascun segmento ma indiscutibilmente
generatori di un’iniqua polarizzazione tra “super inclusi”, serviti oltre le pro-
prie esigenze da operatori in competizione tra loro per assicurarsi i più ban-

37Le dinamiche di rete sono una valida chiave interpretativa per comprendere i vari livelli di integrazio-
ne finanziaria delle comunità di immigrati. Per approfondimenti si veda Lupone 2006.
R. Lupone - Esclusione finanziaria. Acquisizioni e sfide della finanza di frontiera   565

cabili tra i bancabili, e “ignorati” dal sistema (Leyshon et al. 1997; Kempson
et al. 2000).
    I numeri dell’esclusione nei Paesi ad alto reddito non sono certo com-
mensurabili con quelli del mondo in via di sviluppo o con quelli che gli stes-
si Paesi registravano nel trentennio successivo al secondo conflitto mondia-
le, ma il grado di severità e gli effetti impoverenti possono essere, se non
superiori, di pari livello. Gestire i propri bilanci, sfruttare opportunità di inve-
stimento e di sviluppo, ‘indirizzare’ il proprio futuro economico stando ai
margini del sistema finanziario può risultare arduo e costoso, soprattutto se si
è confrontati con una diffusa ed irreversibile ‘finanziarizzazione’ dell’econo-
mia e delle relazioni economico-sociali.

Sulla frontiera finanziaria
    A fronte di tali non incoraggianti scenari, negli ultimi anni sono andate
moltiplicandosi le iniziative pubbliche, private o ibride, orientate a contene-
re l’impatto dei fenomeni di esclusione finanziaria, che in varia misura e con
dinamiche diverse interessano aree, fasce di popolazione e attività produttive
di gran parte dei Paesi industrializzati. Si tratta, in linea di massima, di inter-
venti di microfinanza, finanza sociale, di finanza locale o, come viene defi-
nita negli Stati Uniti a partire dalla metà degli anni Ottanta, di community
development finance (CDF) (Collin et al. 2001)38, accomunati dall’obiettivo
di contribuire allo sviluppo locale e alla lotta all’esclusione rendendo dispo-
nibili risorse per la creazione di impiego locale, autoimpiego ma non solo,
per la protezione sociale di fasce marginali di popolazione, la rivitalizzazio-
ne socio-economica di aree svantaggiate o particolarmente degradate.
    Ad oggi, non esistono raccolte censuarie esaustive che consentano di

                Fig. 3 - Istituzioni censite per Paese. Fonte: Underwood 2006.

38 Con riferimento alle istituzioni si parla di community development financial institutions (CDFIs)
(Tholin 1994; CDFI Coalition a).
566                           Studi e Note di Economia, Anno XIII, n. 3-2008

dimensionare il fenomeno della finanza di frontiera nei Paesi industrializza-
ti. Nel tentativo di approssimarne l’entità, si consideri che gli Stati Uniti sono
il Paese in cui la finanza sociale o locale conosce un più diffuso e consisten-
te sviluppo, annoverando un numero di istituzioni che, nelle varie articola-
zioni, oscilla tra le 800 e le 1000 unità (CDF Coalition b). In Inghilterra il
settore non rappresenterebbe che il 40% del corrispondente americano
(Social Investment Task Force 2000: 12), mentre nei Paesi dell’Europa con-
tinentale, pur non registrando i numeri della finanza locale anglosassone,
esso risulta in espansione: più consistente e maturo ad est39, ancora contenu-
to ma in rapida crescita ad ovest.

       Fig. 4 - Numero di prestiti erogati nel 2005 per Paese. Fonte: Underwood 2006.

    Una recente indagine esplorativa (Underwood 2006), condotta nel 2005
per conto della European Network of Microfinance (ENM), fotografa 110 isti-
tuzioni con orientamento microfinanziario più o meno prevalente40, operanti
nei Paesi di Euro 15, in Svizzera, Norvegia e nei tre nuovi stati membri UE
con programmi di microcredito attivi, Ungheria, Polonia, Slovacchia (Fig. 3).
    Dai dati emerge che il 60% delle istituzioni operative in Occidente risul-
ta aver avviato le proprie attività non prima del 2000, il 75% opera a livello
locale ed il 65% non ha, nel 2005, erogato più di 100 prestiti (Fig. 4). Si trat-
ta evidentemente di un settore allo stato embrionale, caratterizzato da un
numero limitato di istituzioni prevalentemente giovani ed operanti su picco-
la scala, eccezion fatta per esperienze consolidate e di rilevanza nazionale,

39 Se nel novero degli operatori si includono le tradizionali credit unions, ci si attesta oltre le 4000 unità.
Nello specifico, sono state rilevate 4000 cooperative di risparmio e credito, 37 ONG microfinanziarie e 3
microbanche (MFC 2004).
40 Si è rilevato che soltanto il 34% delle istituzioni europee risulta esclusivamente orientato alla eroga-
zione di microcredito; nel 42% dei casi, al contrario, il microcredito rappresenta non più del 25% del por-
tafoglio di attività (Underwood, 2006: 16).
R. Lupone - Esclusione finanziaria. Acquisizioni e sfide della finanza di frontiera   567

quali Adie in Francia o Finnvera in Finlandia. Più mature risultano, invece,
ONG, fondazioni e cooperative di risparmio e credito operative sin dagli anni
Novanta nei Paesi censiti dell’Europa orientale (Underwood 2006).
    A fronte di una sostanziale condivisione delle finalità, le esperienze di
finanza per lo sviluppo locale si differenziano significativamente in relazio-
ne alle dimensioni di seguito elencate (Lupone 2005):
- CONFIGURAZIONE ISTITUZIONALE: le istituzioni implicate, direttamente o in
articolazioni sinergiche, nella realizzazione di interventi di finanza alla fron-
tiera possono essere cooperative o società finanziarie eticamente orientate,
istituzioni o enti non lucrativi che svolgono attività finanziarie marginalmen-
te alla propria vocazione istituzionale o che promuovono partenariati istitu-
zionali con enti pubblici (modalità prevalente in Italia, Francia e Inghilterra),
microbanche o istituti bancari con specifici orientamenti sociali o ambientali
(ShoreBank, USA; Triodos Bank, UK), ma anche enti pubblici ed ammini-
strazioni locali direttamente implicati nella gestione dei programmi, banche
commerciali in partenariato con organizzazioni di promozione sociale
(modalità prevalente in Spagna), investitori istituzionali o individuali.
- FONTI DI FINANZIAMENTO: i fondi impiegati, laddove non mobilizzati local-
mente, sono di norma donati o prestati a tassi più o meno agevolati da enti
pubblici locali, nazionali o sopranazionali, individui, fondazioni, enti carita-
tivi, istituti bancari.
- FRUITORI DI RIFERIMENTO: alcune istituzioni indirizzano la propria azione
verso particolari aree, urbane, rurali o regionali; altre forniscono servizi a
specifici gruppi sociali (minoranze etniche, donne, disabili, famiglie a basso
reddito, disoccupati, anziani); altre ancora si rivolgono a particolari categorie
di imprese (microimprese, imprese sociali) ovvero a specifiche aree di atti-
vità (artigianato, commercio, servizi) considerate strategiche per l’economia
locale di riferimento.
- DESTINAZIONE DEI FINANZIAMENTI: laddove gli interventi siano rivolti ad inte-
re aree o comunità, gli impieghi sono di norma finalizzati alla promozione
economica ed al potenziamento della dotazione di infrastrutture e servizi
necessari per lo sviluppo umano della popolazione locale (istruzione, cura
alla persona, abitazione, cultura). Diversamente, se il target è rappresentato
da attività produttive (di dimensioni varie), i finanziamenti possono essere
destinati allo start up, ma anche all’ampliamento della dotazione di capitale
fisso o del capitale di rischio di imprese già esistenti. Qualora gli interventi
si rivolgano a particolari gruppi sociali, le finalità possono essere molteplici:
dalla promozione lavorativa, all’acquisto di beni di consumo di prima neces-
sità, alle migliorie abitative, alle spese mediche, al sostegno economico in
situazioni di emergenza. In Europa, i servizi microfinanziari offerti risultano
orientati alla creazione d’impiego (29%), alla promozione delle PMI (23%),
all’inclusione finanziaria (24%) ed all’inclusione sociale e finanziaria (10%)
(Underwood 2006).
568                   Studi e Note di Economia, Anno XIII, n. 3-2008

- SERVIZI FORNITI: in risposta alla varietà di esigenze finanziarie che comunità,
imprese e famiglie marginali possono esprimere, la gamma di servizi offerti
risulta necessariamente ampia. Alcune istituzioni forniscono innovativi ser-
vizi di risparmio e credito (le banche di sviluppo locale e le cooperative) cali-
brati su imprese (micro, piccole o a carattere sociale) o famiglie a basso e
bassissimo livello di reddito; altre forniscono esclusivamente crediti di varia
natura (promozione d’impresa, inserimento abitativo, dotazione infrastruttu-
rale, a seconda dei target di riferimento) a tassi di mercato o agevolati; altre
aggiungono servizi accessori di formazione, di accompagnamento sociale o
di assistenza all’impresa tecnica, gestionale o finanziaria. Non trascurabile è,
inoltre, l’apporto di istituzioni che promuovono interventi di sostegno finan-
ziario, non già erogando prestiti in senso stretto, ma fornendo garanzie al cre-
dito (fondi di garanzia o associazioni di mutua garanzia) o venture capital
sociale, partecipando al capitale di rischio di piccole imprese (non microim-
prese) con elevato rendimento sociale potenziale.
- ENTITÀ DEI FINANZIAMENTI: inscindibilmente connesso alla varietà di artico-
lazioni di cui sopra è l’importo medio dei finanziamenti, che oscilla tra i 250
ed i 10.000 Euro nel caso dei microprestiti a microimprese (con meno di 5
dipendenti) o a gruppi sociali svantaggiati, gestiti da istituzioni non-profit o
cooperative; non supera i 50.000 Euro nel caso dei prestiti per la promozio-
ne imprenditoriale derivanti da fondi di credito attivati da banche di sviluppo
locale o da programmi pubblici di sviluppo, mentre può essere significativa-
mente superiore nelle esperienze di venture capital. In Europa (Underwood
2006), il microprestito mediamente erogato ammonta a Euro 7.700 (nell’area
Euro 15 circa 10.000, nei nuovi Paesi membri 3.800), mentre l’entità massi-
ma erogabile oscilla tra i 3.675 Euro ed i 58.000 Euro (per la promozione di
PMI in Inghilterra, ad esempio).
- COSTO DEI SERVIZI OFFERTI: per le istituzioni caratterizzate da un marcato
orientamento sociale, il raggiungimento delle popolazioni al margine deve
passare attraverso l’offerta di prodotti creditizi accessibili per caratteristiche
e prezzo: poco importa se detta accessibilità possa essere garantita soltanto o
prevalentemente attraverso il ricorso a sussidi esterni. Diversamente, per le
istituzioni caratterizzate da una più spiccata vocazione commerciale, l’esclu-
sione finanziaria di ampi segmenti di popolazione è prevalentemente imputa-
bile alla non disponibilità di servizi adeguati più che all’onerosità degli stes-
si, e richiede interventi che garantiscono continuità dell’offerta prima ancora
che economicità. In tale ottica, viene sottolineata l’importanza della fissazio-
ne di un tasso di “interesse sostenibile”, che consenta il recupero dei costi
operativi e finanziari e la sostenibilità di lungo periodo. Rifuggendo da qual-
sivoglia intento prescrittivo, ci si limita in questa sede ad evidenziare come
nell’esperienza microfinanziaria europea le politiche di prezzo del credito
varino significativamente: dal 2-3% annuo praticato da fondazioni e ONLUS,
all’Euribor (o Euribor + 1%) di Finnvera (Finlandia), al 6% di ADIE
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