COVID-19. Intervista a Derrick de Kerckhove - IUL Research

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Vol. 2 num. 3 (2021)
                                                                          Ambienti sociali di apprendimento sostenuti dalle tecnologie
                                                                     digitali, sviluppo delle competenze e nuovi profili dei formatori

         Individui, tecnologie, società: la trasformazione digitale nell’era
         COVID-19. Intervista a Derrick de Kerckhove

         People, technology, society: digital transformation in the COVID-19 era. Interview
         with Derrick de Kerckhove
         Annalisa Buffardi, ricercatrice, Indire

         ABSTRACT
            The COVID-19 pandemic highlighted the scale of the contemporary challenge,
         which intertwines cultural, environmental, political, social, economic,
         technological and legal issues. In the management of everyday life, we have
         deployed the weapon, not always well refined, of digital technologies, to respond
         to the social distancing imposed by the crisis. The current global crisis has made
         clear, at an early stage and immediately, the need to have adequate infrastructure to
         bridge distances. At the same time, it has drawn attention to the need to treat the
         effects of technology on individuals, organizations and relationships. Starting from
         this premise, the interview with Derrick de Kerckhove will explore some issues that
         lead to the need to address the digital issue as a social issue in its complexity,
         intertwining in it the point of view on education and the experience of Distance
         Teaching.

         SINTESI
            L’emergenza COVID-19 ha reso evidente la portata della sfida contemporanea,
         che intreccia temi di carattere culturale, ambientale, politico, sociale, economico,
         tecnologico, legale. Sul piano pratico della gestione delle attività quotidiane, la
         risposta al distanziamento sociale imposto dalla crisi ha visto schierare l’arma – non
         sempre ben affinata – del digitale, che ha ulteriormente mostrato tali intersezioni e
         diverse contraddizioni. La crisi planetaria in atto ha reso evidente, in una prima fase
         e con immediatezza, l’esigenza di disporre di infrastrutture adeguate a colmare le
         distanze. Parallelamente, essa ha portato l’attenzione sulla necessità di curare gli
         effetti delle tecnologie sugli individui, sulle organizzazioni, sulle relazioni. A
         partire da tale premessa, l’intervista con Derrick de Kerckhove approfondisce
         alcuni temi che riconducono all’esigenza di affrontare la questione digitale come
         questione sociale nella sua complessità, intrecciando in essa il punto di vista
         sull’educazione e sull’esperienza della Didattica a Distanza.

         KEYWORDS: Digital citizenship, privacy, surveillance, COVID-19

         PAROLE CHIAVE: Cittadinanza digitale, privacy, sorveglianza, COVID-19

                                                   www.iulresearch.it                                CC BY-NC-ND 4.0
IUL Research | Open Journal of IUL University
                                                     www.iuline.it                                     ISSN: 2723-9586
Introduzione
   Non si può parlare di una questione digitale separata dai diversi ambiti che,
insieme, compongono la realtà sociale. Allo stesso modo, non si può parlare di una
questione ecologica distinta dalla complessità che viene fuori dall’intersezione dei
molteplici aspetti che la compongono.
    Entrambe le tematiche assumono a partire dall’emergenza COVID-19 una
rinnovata importanza. La pandemia ha mostrato l’evidenza di un sistema di
interconnessione globale, nel quale le più piccole aree locali hanno rilevanza quanto
il sistema nel suo complesso, a partire dalle relazioni tra i diversi elementi – singoli
individui e gruppi, società e tecnologie – e tra le parti, geopolitiche, territoriali,
culturali. L’emergenza ha reso evidente la portata della sfida contemporanea, che
intreccia temi di carattere culturale, ambientale, politico, sociale, economico,
tecnologico, legale. Sul piano pratico della gestione delle attività quotidiane, la
risposta al distanziamento sociale imposto dalla crisi ha visto schierare l’arma – non
sempre ben affinata – del digitale, che ha ulteriormente mostrato tali intersezioni e
diverse contraddizioni.
    Dal primo lockdown mondiale alle attuali fasi di convivenza con il virus, le
tecnologie hanno consentito e permettono ancora oggi la prosecuzione di molte
attività sociali. In molti ambiti, dalla pratica religiosa allo sport, alla moda, all’e-
commerce, all’e-government, per non citare l’intrattenimento e l’informazione,
l’accelerazione digitale dello scorso anno ha colmato ritardi accumulati negli ultimi
decenni. Insieme a una rinnovata evidenza delle potenzialità delle tecnologie, ne
sono emersi tuttavia in maniera ancora più chiara anche i limiti, a diversi livelli. Da
una parte quelli legati a una digitalizzazione che era penetrata solo parzialmente
nelle strutture pubbliche e nelle vite individuali e che, nonostante la nuova spinta
dell’emergenza, ha trovato ancora impreparati molti settori, gruppi sociali,
individui. Lo smart working e la DaD ne sono un esempio e rendono inoltre
evidente come gli aspetti tecnologici siano solo uno degli elementi della questione
sociale legata alla diffusione del digitale nella gestione delle nostre vite, sul
versante pubblico e su quello personale.
   Nel periodo in cui i media digitali si sono rivelati indispensabili per colmare le
distanze, essi hanno mostrato anche il limite nell’offrire un’alternativa alla
dimensione fisica e relazionale in presenza. Ciò è evidente sul piano lavorativo e di
studio, dove le principali criticità dello smart working e della DaD – per chi ha
potuto praticare tali modalità – si sono verificate non tanto in relazione al piano
tecnico o di interazione con i sistemi online, quanto alla complessiva capacità di
gestione della nuova modalità dentro la nostra vita quotidiana, alla conciliazione
dei tempi del lavoro (e dello studio) con quelli privati, alla contaminazione tra spazi
personali e professionali: un prolungamento a oltranza nel tempo e nello spazio
delle attività lavorative che evidenzia i principali rischi della condizione di
interconnessione digitale, ribaltandone gli effetti a danno della qualità della vita. La
questione che emerge è dunque di tipo organizzativo e culturale. La condizione di
emergenza ha amplificato, con la sua irruenza, la necessità di una migliore capacità
di gestione dei tempi e degli spazi online dentro i ritmi della nostra vita quotidiana,

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in un contesto in cui la prospettiva di cambiamento si concentra non tanto sulle
modalità di uso del digitale, quanto sulla riappropriazione di spazi territoriali e
incontri dal vivo. Nel contesto di una rinnovata evidenza della rilevanza della
tecnologia, inoltre, affiorano più visibili anche le contraddizioni che ne
accompagnano la diffusione, tra libertà e controllo, democrazie e regime dei dati,
partecipazione e divari. Appare con evidenza la complessità della questione digitale
nella interconnessione degli elementi che la caratterizzano, sul versante culturale,
organizzativo, sociale, e delle implicazioni a livello etico e giuridico.
    Ne parliamo con Derrick de Kerckhove, allievo ed erede intellettuale di Marshall
McLuhan, direttore dal 1983 al 2008 del McLuhan Program in Culture &
Technology dell’Università di Toronto, e in Italia già docente, tra l’altro, di
Sociologia della cultura digitale presso l’Università degli Studi “Federico II” di
Napoli e, più recentemente, di Antropologia delle comunicazioni al Politecnico di
Milano. Tra i principali studiosi della cultura digitale, de Kerckhove ha
approfondito l’argomento delle connessioni tra le tecnologie e la mente umana,
attraverso un’analisi attenta tanto all’approccio cognitivo individuale quanto a
quello sociale. Dalla prima diffusione dei media digitali all’attuale società
iperconnessa (Dominici, 2011), il pensiero dello studioso attraversa il mutamento
individuale e collettivo, sociale e culturale in una prospettiva critica che evidenzia
opportunità e ombre della progressiva digitalizzazione delle nostre vite. Il teorico
del pensiero connettivo, che sul finire degli anni Novanta è stato da molti
identificato tra i più appassionati sostenitori delle potenzialità della rete Internet,
nell’ultimo periodo ha sorpreso alcuni tra i suoi colleghi e diversi altri studiosi,
quando ha sostenuto che oggi, benché «ci piacerebbe pensare che il digitale ci stia
servendo, sta diventando chiaro il contrario: stiamo servendo il digitale» (de
Kerckhove, 2020, p. 29). Nella trasformazione digitale rischiamo una metamorfosi
kafkiana: «non in uno scarafaggio, ma in miriadi di dati e produttori di algoritmi
nell’alveare globale» (ivi, p. 30). Nella lucida e complessa analisi di de Kerckhove,
le riflessioni sul mondo digitale appaiono sempre attuali, in relazione ai contesti
mutevoli della realtà in trasformazione. Attraverso il concetto di connessione, i
confini tra l’individuo e la società sfumano, così come quelli tra la dimensione
online e quella materiale, tra il punto più piccolo nell’universo globale – l’essere
individuale, che è poi essere digitale – e lo scenario planetario nel quale è immerso.
La semplicità fattiva delle sue riflessioni traduce in progettualità concrete
l’intersecarsi delle dimensioni al centro delle sue analisi, attraverso le diverse azioni
condotte, ormai da diversi anni, con l’Osservatorio “TuttiMedia” e nell’ambito
delle attività della rivista “Media Duemila”, di cui è direttore scientifico. Insieme
con Maria Pia Rossignaud, le sue idee alimentano infatti interventi attuativi, molti
dei quali nelle scuole, con docenti e studenti, oltre che con diversi partner territoriali
e non solo. Tutto inizia da un unico punto di riferimento: lo studioso canadese,
particolarmente legato all’Italia, dove trascorre, tra Roma e Vico Equense, lunghi
periodi di studio e di vita, crede negli altri, nella contaminazione dei punti di vista,
nella possibilità di continuare, sempre, ad apprendere dagli altri, e innanzitutto dagli
studenti con cui interagisce.

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La conversazione che segue approfondisce alcuni temi che si riconducono
all’esigenza di affrontare la questione digitale come questione sociale nella sua
complessità. Ne discutiamo con lo studioso nel secondo anno dell’emergenza
pandemica di COVID-19, quindi nel periodo in cui il cambiamento delle abitudini
e delle routine quotidiane si va traducendo in una nuova normalità, nella condizione
di un disagio sociale e psicologico crescente, di nuove diseguaglianze generate dalla
crisi.
    La questione digitale rappresenta la punta di un iceberg, come Lei ha affermato,
che emerge oggi, insieme alle contraddizioni e alle diseguaglianze, in un contesto
in cui all’inclusione e alla partecipazione digitale si contrappone, con sempre
maggiore chiarezza, il regime dei dati e degli algoritmi, oltre che
l’inconsapevolezza, da parte di molti, sulle modalità di gestione e di utilizzo dei
nostri dati personali. Lei ha descritto la situazione pandemica con un’immagine
precisa: quella di una tempesta perfetta (ivi, p. 28). Siamo al punto del massimo
danno possibile e nel pieno di una vulnerabilità globale?
   Siamo nel mezzo di grandi cambiamenti, in campo politico ed economico,
sociale e culturale, economico; un mutamento iniziato prima della pandemia e che
l’emergenza ha amplificato e accelerato. La trasformazione digitale investe la vita
sociale e politica e questo è oggi sempre più chiaro. Su questo fronte il significato
più profondo e reale dei cambiamenti in atto è, come ho scritto anche altrove (ivi,
p. 29), un radicale e profondo reset dell’individuo umano e della società. Un reset
che segna inoltre una fase di passaggio della stessa evoluzione digitale.
    Partiamo da alcune considerazioni, più generali. Nella condizione digitale siamo
immersi in un dialogo incessante con il mondo, siamo costantemente sospesi tra noi
stessi e l’altro, tra un punto fisico ben individuato – geolocalizzato – e uno spazio
indefinito e indeterminato online, sempre in contatto con luoghi “altri”, in un flusso
di informazioni ed emozioni che circolano tra le menti biologiche e quelle delle reti.
Nel rapporto con le tecnologie questo è un tema centrale che investe il nostro
approccio cognitivo, il nostro modo di organizzare il pensiero e di definire la realtà,
sempre più definita attraverso tag e ipertesti colmi di riferimenti, il cui centro è però
sempre costituito da altri utenti, da persone. Ciò è la base della connessione nella
quale siamo immersi. Infatti, avrei voluto scrivere un libro sull’Era del tag, che
considero l’anima di Internet; però poi sono sopraggiunti nuovi e più pressanti
impegni. Si tratterebbe dell’accesso universale di tutto con tutto (tipo IoT, Internet
of Things e ben oltre), ciò che permette l’uso dei Big Data e ciò che ci fa stare tutti
come pesci nell’acqua. Parte del problema del “pesce umano” è quello della
privacy, a cui è legato il tema del controllo. Negli scorsi decenni c’è stata un’accesa
discussione su tali temi. A un livello diffuso, abbiamo evidenza della portata della
questione nella navigazione in rete, attraverso quella che ho definito l’ipertinenza
del web. Risultati di ricerca personalizzati, sempre più vicini a domande non
espresse, ma che rispondono ai nostri bisogni, perché conservano traccia dei nostri
movimenti online, e non solo. Ovunque e comunque ci muoviamo, negli ambienti
digitali e in quelli fisici, lasciamo tracce che ci definiscono e costruiscono il nostro
profilo. Ho definito tale fenomeno inconscio digitale, perché ha effetti profondi e

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duraturi sulle nostre vite, forse anche di più di quanto immaginava Freud.
Attraverso la rete, recuperiamo più facilmente le informazioni pertinenti con i nostri
obiettivi di conoscenza: una straordinaria semplificazione a cui corrisponde la
perdita di controllo sui nostri dati. Questo processo, che ci ha sorpreso nella prima
fase di diffusione dei social media, assume oggi ulteriori evidenze. Nella fusione
crescente tra mondo fisico e mondo digitale, le tracce che lasciamo nel primo si
riversano sempre di più nel secondo e danno vita alla nostra esperienza online, che
è poi esperienza del mondo. E diviene sempre più evidente anche la perdita di
privacy.
    La cultura alfabetica, dal momento che invitava l’utente a interiorizzare la
conoscenza, era caratterizzata da un rapporto privato e individuale con i contenuti,
una cultura dell’identità privata, centrata sull’individuo. Nell’era dei Big Data, si
apre lo spazio per una cultura della trasparenza e dell’identità pubblica. Riversiamo
nella rete il nostro pensiero, che diventa esso stesso pubblico e si forma tra noi e gli
altri. La mente aumentata è amplificata ed estesa nelle tecnologie. E il nostro corpo
è sempre più espressione di questa estensione, che fonde dati privati divenuti
pubblici e pensiero individuale, ormai anch’esso pubblico. Il corpo è centrale in
questo, attraverso le estensioni tecnologiche del wereable design o degli
smartwatch, per fare solo due esempi, che raccolgono e raccontano il nostro stato
di salute, le nostre emozioni, i nostri movimenti, le nostre relazioni e contatti con
gli altri.
   La portata della questione esplode con la pandemia. I media digitali ci hanno
consentito di mantenere relazioni e una relativa coesione sociale in un periodo
molto difficile e questo sopravviverà anche dopo l’emergenza, come eredità
positiva. Ma resterà anche l’evidenza delle diseguaglianze sociali che limitano l’uso
delle tecnologie nelle fasce di popolazione più fragili. Emerge inoltre in maniera
chiara la questione della sorveglianza, messa in atto attraverso sistemi sempre più
sofisticati e precisi, basati sulla raccolta di dati biometrici. Anche questa è
un’eredità del Coronavirus, che si traduce nel rischio di perdita di privacy e di
libertà, nella delega del potere di controllo dei nostri movimenti. E, secondo me, in
questa fase, sembra che il virus e la digitalizzazione vadano di pari passo, l’uno
aiutando l’altra. La possibilità di mantenere il controllo sui nostri dati, quelli che
riguardano il pensiero e l’azione, la mente e il corpo, è una questione centrale che
investe non solo la nostra consapevolezza e le condizioni di scelta nelle quali
agiamo, ma anche lo statuto fondamentale del cittadino come persona
individualizzata.
   La questione legale (per non dire ancora costituzionale) in materia di gestione
della privacy nelle democrazie occidentali assume oggi una nuova rilevanza,
mentre prosegue l’accelerazione digitale imposta dalla pandemia.
   Siamo dunque sempre più immersi in una dimensione che evidenzia il potere
degli algoritmi e che configura, a livello individuale, il rischio di eterodirezione e
di perdita delle libertà. Una questione centrale non solo in tema di cittadinanza
digitale, ma sul piano della cittadinanza planetaria. Siamo senza difesa di fronte al
potere degli algoritmi?

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Sul lungo termine, il cambiamento che è esploso con la pandemia porta
trasformazioni profonde, che oggi possiamo solo intravedere. Il nostro rapporto con
la privacy è uno di questi e richiede un nuovo equilibrio al di là delle necessità
pandemiche, che sembrano subordinare la salvaguardia del nostro privato alla
solidarietà e responsabilità collettiva di tutela sanitaria. Ma il cambiamento è
profondo ed è appena iniziato. La tecnologia determina un’esteriorizzazione e
un’accelerazione dei processi di gestione dell’informazione. I sistemi di trattamento
dei testi, ma anche di organizzazione della memoria, come i motori di ricerca,
rappresentano una straordinaria funzione cognitiva che opera come quella della
mente, ma viene estesa al di fuori di essa. Attraverso le tecnologie esternalizziamo
dunque il contenuto della nostra mente e della nostra memoria nel sistema cognitivo
della rete. Ma ora siamo a un punto più avanzato. Esternalizziamo il nostro giudizio
all’intelligenza artificiale e rischiamo così di perdere autonomia, di perdere la stessa
capacità di giudizio, oltre alle nostre libertà. Oggi, è sempre di più un’assistente
virtuale (Alexa, Ok Google, Siri) a dirci dove dobbiamo andare e come dobbiamo
agire, perché il sistema della memoria esteso rappresentato dal nostro assistente
virtuale è maggiore e più ampio del nostro, è ricco di connessioni immediatamente
disponibili. E sono connessioni che abbiamo alimentato con i nostri dati, che ci
vengono restituite per rispondere a un bisogno, che inoltre generano ulteriori
connessioni le quali resteranno disponibili nel sistema cognitivo della rete. Vale a
dire che lo scambio cognitivo in corso è un aumento fenomenale delle funzioni
esterne, però conduce anche all’esaurimento delle funzioni interne della persona.
Tutto questo apre a grandi possibilità, ma esprime anche uno scenario di rischi. La
trasformazione digitale è anche questo: amplia le possibilità di controllo
dall’esterno. E le pratiche digitali e sociali nei tempi del Coronavirus rafforzano la
tendenza a essere guidati dall’esterno. È uno degli effetti della trasformazione
digitale che può essere descritto nella possibile prospettiva di un regime politico
disegnato dagli algoritmi. In una vita quotidiana in cui trasferiamo la gran parte
delle nostre attività sugli schermi, trascorriamo sempre più tempo online, passando
da un pc a un telefonino. Ma in questo percorso siamo tracciati e catalogati in un
database. Cade l’ultima difesa del nostro “privato” e delle nostre libertà e una volta
superato il limite non si riuscirà a tornare indietro. La conseguenza etica di questo
rovesciamento è che il cosiddetto libero arbitrio e le motivazioni interne del
comportamento svaniscono per dare luogo a direttive esterne. Si tratta, né più né
meno, del rovesciamento dell’etica cristiana, quella basata sulla colpevolezza e il
ripentimento ed è bene sottolineare che si tratta di una trasformazione psicologica
e umana. Siamo probabilmente a un punto di non ritorno. Dobbiamo capire fino a
che punto il digitale ci ha trasformati: siamo noi stessi “accelerati” dal digitale. La
nostra tracciabilità, la privacy dispersa in rete e il rischio di essere guidati dagli
algoritmi sono una conseguenza della più generale perdita di interiorità della nostra
coscienza. Rispetto alla scrittura, che attribuisce individualità e valorizza
l’interiorità delle persone, è in atto uno svuotamento. E questo è una conseguenza
inevitabile della tecnologia, che non si cura degli effetti sulle persone. È
indispensabile preservare il controllo della nostra mente. La lettura è un modo per
salvarsi, ma intendo leggere su carta, non attraverso gli schermi. La lettura dovrà
diventare come l’allenamento fisico, fondamentale per l’uomo, e dovrà

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rappresentare l’esercizio della mente del futuro, perché chi non legge lascia il
controllo della sua mente agli algoritmi. La questione è ovviamente da discutere e
io credo occorra riflettere sul valore della lettura tradizionale su carta. La
trasformazione digitale sta superando e rovesciando la cultura alfabetica, come la
stampa ha superato la cultura orale, ma senza eliminarla. Senza dubbio, la lettura
digitale offre molti vantaggi, ma si tratta di discutere i diversi effetti che entrambi i
modi di leggere hanno sul pensiero: benefici diversi, senza che l’uno sovrasti l’altro.
In questo senso, la lettura su carta è una valida ginnastica mentale che credo vada
raccomandata, come mi capita spesso di fare quando discuto con gli educatori. Poi
si può vedere il problema da un’altra angolazione, complementare: quella
dell’immagine e, in particolare, dell’immagine in movimento. Dai primi passi della
fotografia, poi del cinema e della TV, l’immaginario suscitato dalla lettura (di
romanzi, poesie, notizie, ecc.) è stato progressivamente sostituito dagli schermi.
Letteralmente si trattava dell’esternalizzazione dell’immaginario. E infatti le
proporzioni di tempo dedicato alla lettura si sono perse, a profitto dell’immaginario
costituito e proposto dall’esterno cinematografico o televisivo. Di nuovo ci
troviamo di fronte a dei vantaggi: la velocità di consumo televisivo, l’aumento di
proposte conoscitive e, grazie ai telefonini, l’ubiquità di accesso. Però tutto a danno
della preziosa capacità d’immaginare delle persone.
   Il “gemello digitale” (de Kerckhove & Rossignaud, 2020) è uno dei Suoi
concetti che esprime la nostra presenza nel mondo digitale, dalla individualità del
singolo all’interazione con le tecnologie e con la realtà sociale, partendo dalla
centralità dei dati. Come si configura il “gemello digitale” rispetto al tema della
privacy?
   La prima riflessione, sviluppata diversi anni fa, è sull’inconscio digitale
(Buffardi & de Kerckhove, 2011). Ho definito quest’ultimo come l’insieme dei dati
disponibili nell’ambiente rete, inconsci perché non evidenti, costruiti a partire dalle
tracce del nostro agire sociale digitale e quindi disponibili attraverso i sistemi
automatizzati. Una mole di informazioni, di cui l’individuo non è a conoscenza, e
che esprime il nostro rapporto con la rete: tutto ciò che non sai di te e che eppure ti
definisce. Il concetto di “gemello digitale” è un’evoluzione di tale riflessione e
prende le mosse dall’ingegneria, dove il doppio digitale di un oggetto reale viene
usato per il monitoraggio, la riparazione, per verifiche e test. A partire da ciò,
secondo un’evoluzione del concetto – il quale, dall’inizio del millennio a oggi, è
passato attraverso diverse tappe che coinvolgono l’impresa, la città e, anche,
secondo Roberto Viola, direttore della DG Connect della Commissione Europea,
tutta l’Europa – il “gemello digitale”, esteso dal fascicolo sanitario personale,
esprime il nostro “doppio”. È una rappresentazione della persona fisica costruita
dall’insieme di tutti i dati, che comprendono abitudini, preferenze e comportamenti,
per fornire consigli, suggerimenti e informazioni e per indirizzarne le scelte. Vale
a dire un inconscio digitale esternalizzato e ormai conscio. Anche in questo caso
emerge la possibilità e il limite delle tecnologie. Il “gemello digitale” è il contenuto
della nostra memoria, ci rende “trasparenti” e può aiutarci a riprendere il controllo
sui nostri dati. Ma può essere anche una minaccia proprio perché deleghiamo le
nostre funzioni cognitive, e spesso le nostre decisioni, a questa machine learning

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personale. Le applicazioni a livello industriale sono molteplici, ma occorrono
garanzie legali e politiche e una regolamentazione che tenga conto delle
implicazioni a livello etico, giuridico e sociale. Costruire il nostro “gemello
digitale” con consapevolezza, prima che lo facciano altri per noi, è un’esigenza
della nostra attualità digitale ed esprime la crisi epistemologica del nostro tempo.
    La pandemia ha portato in evidenza il ruolo del singolo e il valore delle
responsabilità individuali nel contesto di interconnessione globale. È un tema sul
quale Lei si è soffermato già in passato, a partire dalla cultura digitale e dal suo
riflesso cognitivo individuale. La pandemia ci può offrire la speranza di una
rinnovata diffusa forma di responsabilità sociale?
   Mark Kingwell nel 2000 parlava di The world we want: il mondo che vogliamo
creare. È un concetto centrale e l’etica hacker – intesa nelle sue dimensioni di
apertura, condivisione, partecipazione, che si contrappongono alla chiusura dei
mercati e delle idee, alla censura e al segreto – rappresenta una delle sorgenti per
costruire questo “mondo che vogliamo”. Già prima della pandemia, la sfida
evidente era proprio quella di favorire una partecipazione al discorso globale sul da
farsi, che si traduce nel richiamo a un’assunzione di responsabilità: per esempio,
nutrire una coscienza ecologica e dunque una responsabilità verso le sorti del nostro
pianeta. Oppure porsi in una prospettiva veramente globale di incontro tra culture
diverse. I caratteri di apertura e di partecipazione del web teoricamente consentono
una circolazione del senso di responsabilità sociale e la possibilità di costruire
insieme il mondo che vogliamo. Ciò vale per diversi ambiti: per esempio, a partire
dall’accelerazione dello scambio scientifico in rete giungiamo più facilmente alla
trasversalità della scienza. Siamo immersi in una fluidità – concetto particolarmente
significativo nella società contemporanea – che consente molto più agevolmente di
muoversi tra le periferie delle discipline, di far emergere nuovi elementi, di avviare
nuovi percorsi di conoscenza. Anche grazie a una circolazione delle informazioni,
a cui corrisponde un’accelerazione delle funzioni cognitive. Parafrasando
Kingwell, The science we want costruisce il discorso scientifico. Ma la questione
oggi assume una portata diversa.
   Come diceva McLuhan, i linguaggi elettronici hanno reso il mondo intero
l’estensione della nostra pelle. La pandemia evidenzia il senso delle connessioni e
delle responsabilità individuali. Ha mostrato chiaramente che siamo globali, al di
là delle appartenenze locali. Ha obbligato a considerarci tutti come parte di uno
spazio unico, con un futuro unico: quello che succede in qualsiasi parte del mondo,
benché a noi lontana, riguarda noi e il nostro futuro. Questa premessa apre a due
scenari possibili. Uno, il più desiderabile, si costruisce nella coesione dell’umanità
di fronte ai pericoli. E in questo scenario costruiremo, per esempio, un sistema
sanitario e un sistema educativo più efficiente e pronto a reagire di fronte alle
prossime criticità, o forse anche solo a contenerle. Occorre però fermarsi e riflettere
su come disegnare questo futuro. L’attenzione all’ambiente e al bene comune è
fondamentale in questo processo, nella consapevolezza che ci troviamo in una
situazione radicalmente diversa dal passato. Oggi si impone la centralità degli
algoritmi, che costituiscono il nuovo sistema di validazione, cui collettivamente ci

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si affida, e che in pratica sostituisce quello deliberativo (non si sostituisce alla
validazione scientifica, però l’assiste o, meglio, si assistono mutualmente). Siamo
ora dinanzi a un cambiamento delle basi della nostra cultura, che muta a una
velocità che supera la nostra capacità di sopportazione. Questa rapidità genera
incertezza e potenzialmente divisione e violenza, così come è avvenuto durante il
Rinascimento con le guerre di religione. Inoltre, stiamo attraversando una profonda
crisi epistemologica. Il caos informativo che accompagna la pandemia è
caratterizzato dalla proliferazione di notizie spesso discordanti, sulle cifre dei
contagi, sul virus, sulle cure, sui vaccini. È l’infodemia che, come la pandemia, ha
una natura virale e alimenta confusione e paure, generando incertezza e divisioni.
Alla base, c’è la straordinaria possibilità che la rete offre di moltiplicare i punti di
vista attraverso la produzione di contenuti da parte di ciascuno. Un’opportunità che,
nei primi anni di diffusione del web, abbiamo salutato con grande entusiasmo e
speranze, individuando nell’overload informativo uno dei rischi, senza però
immaginare che avrebbe portato come risultato all’infodemia, vale a dire al caos
informativo e alla perdita di fiducia.
    Un altro possibile scenario, effetto delle paure, si costruisce appunto sulle
divisioni. La tendenza a chiudersi in se stessi è una delle reazioni a tale situazione
di confusione e di incertezza. In questo caso, siamo all’opposto della condizione di
“intelligenza connettiva” caratteristica della rete. Per il momento, temo che la
situazione geo-politica globale, ancora in mano a troppi capi di stato irresponsabili,
stia peggiorando. Però l’umanità ha dimostrato la capacità di superare situazioni di
criticità altrettanto gravi, come 200 anni di guerre di religione o le due guerre
mondiali. Incrociamo le dita per evitare la prossima.
   Nel periodo pandemico il sistema educativo è stato, come tanti altri ambiti della
nostra vita, coinvolto in una profonda trasformazione che, nel breve termine, si è
espressa attraverso l’uso di ambienti online che avevano, in prima battuta,
l’obiettivo di colmare le distanze fisiche, di assicurare continuità, ma anche di
garantire “vicinanza” tra le persone, tra gli studenti e tra studenti e docenti. Nei
suoi studi, Lei è sempre stato attento alla “storia dei sensi”, che racconta il
cambiamento determinato dalle tecnologie nel nostro rapporto con le cose del
mondo. La “sensorialità terziaria”, come ha scritto in passato, rivaluta tutti i sensi
e recupera quelli intermedi, «quelli che non possiamo definire perché non abbiamo
una parola per descrivere i sensi intermediari tra il tatto, l’udito, la vista» (Buffardi
& de Kerckhove, 2011 p. 49). A questo livello, come si caratterizza l’esperienza di
presenza online sperimentata nella DaD in periodo pandemico, in una condizione
caratterizzata cioè dalla totale sottrazione della dimensione di presenza fisica?
   Il distanziamento sociale introduce una riorganizzazione della nostra vita
sensoriale: riduce – o aumenta! – il nostro bisogno di tatto. Ci proietta in una
dimensione in cui sempre di più la nostra esperienza è costruita nella mediazione
delle tecnologie. Se pensiamo alla realtà virtuale e aumentata, quest’ultima esprime
una dimensione in cui mente e corpo sono estesi e, in tale estensione sensoriale, le
potenzialità sono indiscutibili, ma anche in questo caso ugualmente forti sono i
limiti. Il riferimento alla percezione artistica ci aiuta a descrivere tali limiti, che si

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esprimono nella difficoltà di restituire la «sacralità dell’arte e dell’oggetto
artistico», come diceva Walter Benjamin, e soprattutto, la sacralità dell’esperienza,
della fruizione. In questo caso, il limite principale è proprio la difficoltà di restituire
l’esperienza percettiva data dalla presenza dell’oggetto. Il turismo è un altro
esempio. Io distinguo un turismo del corpo e un turismo della mente. Il primo
riguarda la fisicità, il corpo, la vicinanza, l’essere nei luoghi. Il secondo è mediato
dalle tecnologie, è diverso, ed è utile quando la realtà non è disponibile. Possiamo
immaginare un turismo virtuale di approfondimento, attraverso spazi e tempi messi
a disposizione di chi, per una ragione o l’altra, non può viaggiare, e anche per farlo
condividere da più persone attraverso la rete. Anche per la didattica, il
distanziamento sociale ci ha proiettato nella medesima situazione, in cui un’altra
realtà non era disponibile. Per quanto mi riguarda, ho trovato grande soddisfazione
nell’uso della DaD. L’accesso e il rapporto con gli studenti sono diversi,
chiaramente, però è una relazione anche ricca e, paradossalmente, più personale.
Inoltre, è più facile creare “dialogo” in chat che in classe, particolarmente con gli
studenti stranieri che scrivono meglio di quanto parlino le diverse lingue. Ma il
discorso è più ampio. Ci sono sempre opportunità e limiti che rappresentano la
nostra appartenenza digitale, a partire dall’equilibrio tra vita fisica e vita reale. Un
equilibrio che, come sostiene Lev Manovich, è minacciato da tempo ed è orientato
a vantaggio del virtuale, perché siamo destinati a trascorrere sempre più tempo
davanti agli schermi, trasferendo maggiormente negli ambienti online i nostri
impegni. Nel periodo di emergenza, abbiamo perso esperienze fisiche che avevano
una dimensione metafisica e le recupereremo dopo il periodo di crisi anche con
maggiore entusiasmo. Ma ora è il momento di riflettere sul valore della vita, di
ripensare la società. Nella situazione di rischio cambiano punti di vista e
prospettive. Ora abbiamo quindi la possibilità, e l’obbligo, di rimettere in
discussione quello che prima davamo per scontato. È una nuova dimensione, quella
in cui ci troviamo oggi, che può aprire a nuovi scenari. Una nuova dimensione
metafisica, nella quale cambia il nostro approccio alla realtà, alle questioni sociali,
ambientali, al nostro rapporto con gli altri. La questione didattica è parte di questa
nuova dimensione.
    Come Lei ha evidenziato, il periodo attuale rappresenta anche una fase di reset
dell’individuo e della società, per cui è necessaria una più ampia riflessione sulla
riorganizzazione dei diversi apparati e sistemi sociali, compreso quello scolastico
ed educativo. Al centro ci sono i giovani, il modo in cui hanno vissuto e stanno
vivendo questa fase, il modo in cui il sistema educativo li ha accompagnati e li
accompagna in questo periodo pandemico. Soprattutto, è indispensabile oggi
proseguire una riflessione sul futuro. Quali elementi sono secondo Lei più
rilevanti?
   Ai tempi del Coronavirus e nel terzo millennio, i ragazzi stanno sperimentando
una situazione di “confinamento”. Mi sono interrogato su tale condizione, oggi,
immaginando me stesso in una situazione di isolamento durante il periodo della mia
giovinezza. L’immagine di due film mi ha aiutato in questo esercizio mentale: I
quattrocento colpi (Faire les quatrecents coups, 1959), di François Truffaut, e il
più recente La vita davanti a sé di Edoardo Ponti (2020). Il primo è la storia di un

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ragazzo confinato in un luogo sconcertante, la sua unica arma è fuggire. Nel
secondo si tratta invece di un confinamento culturale: un ragazzo che si trova
costretto a vivere una cultura che non è la sua, in cui inoltre le emozioni e i
sentimenti sono precari. Momò, giovane protagonista di questo secondo film,
risponde al desiderio di spazio attraverso la sua bicicletta. Queste due forme di
confinamento rappresentano, in parte, configurazioni in cui sono proiettati oggi i
ragazzi. Per loro, fortunatamente, c’è una terza dimensione, quella dello spazio
virtuale. I giovani vivono in tre spazi. Non solo quello fisico e quello mentale, ma
anche lo spazio virtuale. E ne hanno preso possesso, o sui social media, o creando
essi stessi il loro spazio. Per esempio, Youtube, Snapchat, Tiktok nascono dalla
mente di giovani che hanno meno di trent’anni. Le giovani generazioni si
manifestano con l’innovazione e questo è un elemento importante da considerare.
Come fu per la Beat Generation, che trovò il modo di trasformare il suono in spazio
e tempo, per i giovani di oggi il bit trasforma tutto in vari tipi di spazio. La rete è
per loro uno spazio naturale, se ne appropriano e ne prendono potere.
   Torniamo al confinamento: sessant’anni fa, nella mia adolescenza, io ero
proiettato nel ruolo di spettatore. C’era il cinema, la radio, nasceva la televisione.
Oggi, con la rete e attraverso di essa, i ragazzi sono attori, non più spettatori, in tutti
i momenti, e questo fa parte della loro indipendenza, anche nell’esperienza di
confinamento che stanno vivendo.
   Però, dobbiamo chiederci come approfittare della situazione per accelerare
questa conoscenza e questa pratica dello spazio perso nello spazio digitale, lo
spazio esterno che possiamo ricostruire negli ambienti online e che si nutre
comunque delle interconnessioni con il piano fisico delle esperienze. E questo
richiama una responsabilità politica. L’opportunità del Recovery Fund è
un’occasione che deve essere colta, per spingere innanzitutto i docenti, più che gli
studenti, verso l’educazione al digitale. È chiaro che la difesa dell’Italia non è nelle
armi, ma è dentro i nostri ragazzi, che possono alimentare una nuova spinta per
questo meraviglioso Paese. Ed è fondamentale offrire innanzitutto una ricostruzione
del modo di intendere l’educazione digitale, a tutti i livelli.
   La questione non è solo “come stare” in una classe, ma avviare nuove pratiche
che partano dalle identità individuali e collettive dei giovani. Siamo al centro di una
grande crisi epistemologica che, come abbiamo detto, si esprime nel dilagare delle
fake news e delle incertezze informative, nella scomparsa della discussione, nel
dominio degli algoritmi. È una crisi di identità che porta verso cambiamenti di
fondo e che richiede riorganizzazioni che vanno ben oltre la sistemazione dei banchi
o degli uffici. È molto più di questo e non si tratta di parlare solo attraverso uno
schermo, benché sia importante avere la possibilità di farlo. La trasformazione
digitale è molto di più e va al fondo dell’essere. Già l’accelerazione dei media
elettronici genera nuove configurazioni e richiede nuovi modelli, oltre che un nuovo
atteggiamento, nel sistema educativo, che promuova la partecipazione. Le
pedagogie tradizionali non sono più sufficienti in questo contesto e in un mondo
che chiede nuove visioni, strumenti e competenze per l’educazione alla percezione
e al riconoscimento di diversi frame.

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Possiamo richiamare tre elementi da cui ripartire, che appartengono alla
dimensione sociale oggi in trasformazione. Sempre fondamentale è l’invito
all’interdisciplinarità, perché occorrono molteplici e varie competenze intorno alle
diverse questioni che caratterizzano la complessità sociale e, in generale, intorno
all’educazione. Il secondo è il coinvolgimento con la realtà, al di fuori delle mura
dell’aula. Non si tratta di distinguere tra schermi e aule, ma di proiettare i ragazzi
nella vita. La terza è affidarsi agli studenti. Loro sono capaci di capire i problemi
che abbiamo dinanzi e di vedere l’articolazione degli elementi che sono necessari e
che occorre considerare. Basti pensare all’effetto globale, due anni fa,
dell’attivismo di una ragazza di 15 anni. Loro sono la generazione digitale, con lo
sguardo rivolto al futuro.

   Bibliografia
   BUFFARDI, A., & DE KERCKHOVE, D. (2011). Il sapere digitale. Pensiero
ipertestuale e conoscenza connettiva. Liguori.
  DOMINICI, P. (2011). La comunicazione nella società ipercomplessa.
Condividere la conoscenza per governare il mutamento. FrancoAngeli.
   DE KERCKHOVE D.       (2020). COVID-19 is a Perfect Storme Accelerating Digital
Transformation Societal Waves. In T. CAVRAK (ed.). The Role of Personal Digital
Twins in the Control of Epidemics. (pp. 28–29). White Paper, IEEE Digital Reality.
   https://digitalreality.ieee.org/publications#books
   DE KERCKHOVE, D., & ROSSIGNAUD, M. P. (2020). Oltre Orwell. Il gemello
digitale. Castelvecchi.

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