SEMIOTICA 2020-21 II MODULO 19-21 MAGGIO 2021 - PROF. ILARIA TANI - Facoltà di Lettere e Filosofia

Pagina creata da Emanuele Guerra
 
CONTINUA A LEGGERE
SEMIOTICA 2020-21
II MODULO
19-21 MAGGIO 2021
PROF. ILARIA TANI
Some Consequences of Four Incapacities
                  (1868b)

Peirce dichiara di aver scritto Questions in opposizione al
cartesianesimo. Riepilogando quella critica alle quattro pretese facoltà,
individua quattro negazioni:

1.   Non abbiamo capacità introspettive: tutta la conoscenza del mondo
     interiore deriva da un ragionamento ipotetico a partire dalla nostra
     conoscenza dei fatti esterni
2.   Non abbiamo capacità intuitive: ogni cognizione è determinata
     logicamente da cognizioni anteriori
3.   Non abbiamo alcuna capacità di pensare senza segni
4.   Non abbiamo alcun concetto dell’assolutamente inconoscibile.
Una nuova via alla semiotica
Il secondo saggio trae le conseguenze di queste quattro incapacità, inquadrandole
in una esplicita presa di posizione contro Cartesio, cui contrappone l’insegnamento
della scolastica medievale:
1. Contro il dubbio universale: dobbiamo al contrario partire dai pregiudizi che
    abbiamo di fatto quando intraprendiamo lo studio della filosofia
2. Contro l’idea che la certezza vada cercata nella coscienza individuale. Nelle
    scienze la conoscenza è un risultato della comunità scientifica.

Bonfantini (1980:39) definisce questo saggio «una sorta di seconda via alla
semiotica, dopo quella logico-analitica della New List: una via che possiamo definire
“psicologica” – non per il suo metodo, beninteso, ma per il suo campo d’indagine,
che è la psiche umana considerata in ogni tipo di “azione mentale”. Il primo saggio
anticartesiano era inteso a mostrare la fallacia della tesi della esistenza di
conoscenze intuitive. Ora l’intento è più costruttivo: Peirce vuole rendere conto del
carattere inferenziale (e con ciò segnico) di ogni momento del pensare umano –
non solo di tutte le cognizioni valide ma anche di tutti i giudizi, veri o falsi che siano;
e non solo di tutti i giudizi intellettivi, ma anche di ogni altra azione mentale,
comprese le sensazioni, le percezioni e le emozioni».
Contro Cartesio
• Peirce mette in discussione l’idea che la filosofia debba cominciare dal
 dubbio universale: si tratta di un dubbio intellettualistico, di carta, un
 preliminare inutile, dal momento che prelude comunque al recupero di tutte le
 credenze alle quali ha fatto finta di rinunciare. Contro questo scetticismo
 formale, Peirce difende la forza dei pregiudizi che devono restare alla base
 della filosofia, a meno che non si abbia un motivo reale per metterli in
 discussione (dubbio vivente).

• Rifiuta inoltre l’idea che il fondamento delle nostre certezze vada trovato nella
 autocoscienza individuale, che assume come «vero tutto ciò di cui sono
 chiaramente convinto»: «rendere dei singoli individui giudici assoluti della
 verità è molto pericoloso».

La logica e la scienza moderne chiedono di poggiarsi su basi molto diverse: le
conoscenze vengono messe alla prova finché non si raggiunge un accordo
(una conclusione condivisa). La conoscenza è sempre relativa ad una
comunità di ricerca.
Fune vs catena

La filosofia deve guardare al procedimento della conoscenza scientifica «e
fidarsi più della molteplicità e della varietà degli argomenti», anziché adottare
un solo percorso inferenziale, come nel modello cartesiano.

  «Il ragionamento filosofico non dovrebbe formare una catena che non è mai
  più forte del suo anello più debole, ma una fune le cui fibre possono anche
  essere molto sottili, se sono sufficientemente numerose e saldamente
  intrecciate fra di loro» (79).
Critica dell’intuizionismo e
                  critica del rispecchiamento
• Il nucleo della gnoseologia e della semiotica di Peirce consiste in una
 concezione radicalmente nuova del rapporto tra rappresentazione conoscitiva
 e oggettività conosciuta.

• Secondo la tradizione tanto razionalista che empirista, occorre postulare
 l’esistenza di conoscenze dirette o immediate, assolutamente certe, che
 riproducono esattamente e fedelmente la realtà.

• La gnoseologia cartesiana poggia sul principio che esistono intuizioni di verità
 indubitabili ed evidenti di per sé, che non hanno bisogno di prove, ma sono
 garantite dal fatto che ogni intuizione è una relazione a due termini,
 assolutamente semplice e diretta, tra la mente conoscente e il fatto o la verità
 conosciuta.

• A questa concezione della conoscenza come perfetta specularità (teoria del
 rispecchiamento) Peirce oppone la concezione della conoscenza come
 necessariamente interpretativa e ipotetica.
Struttura del saggio Consequences

La prima parte si articola attorno alla tesi della centralità dell’inferenza
valida per ogni forma di ragionamento (compresi quelli fallaci).

Secondo Peirce il pensiero, in quanto pensiero giudicante e flusso di
giudizi, ha sempre un suo ritmo tipico, che deriva dal suo carattere
costitutivamente inferenziale, ma anche dal ritmo triadico proprio del
segno.

Peirce distingue diverse modificazioni della coscienza: pensiero,
sensazione, emozione, attenzione.
Nella prima parte analizza le forme del ragionamento.
Nella seconda si tratta di far vedere che anche i prodotti della
sensazione, dell’emozione e dell’attenzione sono inferenze.
Rasoio di Ockham
  «Finché possiamo, dobbiamo fare a meno di ipotesi addizionali, riducendo
  tutti i tipi di azione mentale a un tipo generale».

Non possiamo individuare nessuna conoscenza che valga come fondamento
della nostra conoscenza dell’oggetto, la conoscenza è un processo continuo:

  «Dobbiamo allora cominciare da un processo cognitivo tale che le sue leggi
  siano ben note e si attengano strettamente ai fatti esterni».

È questo il processo dell’inferenza valida:

  «finché si può, si deve ridurre ogni azione mentale alla formula del ragionamento
  valido, senza aggiungere nessun’altra ipotesi all’infuori di quella che sostiene che la
  mente ragiona» (80).

Ma la mente si muove davvero secondo un processo sillogistico?
Argomento o inferenza

• Riferimento alla logica sillogistica. Interessato alla logica dell’indagine, Peirce
 presta attenzione in particolare agli argomenti induttivi e ipotetici, in quanto
 forme di inferenza sintetica, produttiva di informazione.

• L’inferenza è la correlazione tra due o più proposizioni dette premesse e una
 proposizione detta conclusione, che costituisce l’interpretante delle prime
 due.

• Un argomento valido può essere semplice o complesso: complesso è
 l’argomento che contiene tre o più premesse e può essere trasformato in una
 serie di argomenti semplici successivi, dunque «un’inferenza complessa è
 uguale a una successione di argomenti semplici» (80).

Cfr. R. Fabbrichesi-Leo, Introduzione a Peirce, Laterza, pp. 29 sgg.; G. Proni,
Introduzione a Peirce, Bompiani, pp. 67-72; 287 sgg.
Una inferenza valida può essere completa o incompleta: è incompleta quando la
sua validità dipende da qualche dato non contenuto nelle premesse, tuttavia
implicito in esse e quindi virtualmente ammesso. Tale inferenza può essere
assimilata a un’inferenza completa (es. Elia è un uomo, quindi dovrà morire”, dove
implicita è la premessa minore: “tutti gli uomini sono mortali”) (cfr. p. 80).

Un argomento completo è apodittico o probabile. Nel sillogismo apodittico la
conclusione dipende esclusivamente da quanto asserito nelle premesse: è la
deduzione, in cui la verità della conclusione discende necessariamente dalla verità
delle premesse:

  Es.: I quadrilateri regolari hanno tutti gli angoli a 90 gradi
  Un angolo di questo quadrilatero è diverso da 90 gradi
  Questo quadrilatero non è regolare

Un sillogismo la cui validità dipende in parte dalla assenza di qualche altra
conoscenza è definito probabile: ciò che si conclude è infatti che è
possibile/probabile, sulla base di ciò che conosciamo, che una tale conclusione sia
vera:

  Es.: Un uomo, affetto da colera asiatico, è in uno stato di collasso, è livido, freddo
  Comincia a sanguinare copiosamente ed esce dal collasso, il giorno dopo sta abbastanza bene
  Dunque, sanguinare fa guarire dal colera
Sillogismo probabile: induzione e ipotesi
Le parti delle proposizioni che formano un argomento sono sostanze e predicati (qualità):
nella inferenza (argomento) vengono definiti rispettivamente oggetti e caratteri
(es. Tutti gli uomini (oggetto) sono mortali (carattere) > rapporto tra individui (uomini) e
insiemi (mortale).
L’inferenza stabilisce che certi oggetti possiedono certi caratteri.
Nella induzione il ragionamento procede come se si conoscessero tutti gli oggetti che
hanno certi caratteri.
Nell’ipotesi il ragionamento procede attribuendo un carattere in quanto lo si presume
collegato ad un altro carattere (es. presenza di bile e longevità)

La differenza tra le due forme di ragionamento riguarda dunque l’ambito di non-
conoscenza, che può riguardare

1)   la possibile esistenza di altri oggetti, oltre a quelli considerati dalle premesse, che possiedono
     certi caratteri (INDUZIONE) (in questo caso la nostra ignoranza è quantitativa)

2)   la possibile esistenza di altri caratteri, oltre a quelli stabiliti nelle premesse che, pur non essendo
     necessariamente implicati, appartengono comunque agli oggetti (IPOTESI) (in questo caso la
     nostra ignoranza è qualitativa).
• Nell’ipotesi «l’inferenza procede come se si conoscessero tutti i caratteri
 richiesti per la determinazione di un dato oggetto o di una data classe»:

  M possiede i caratteri p1, p2, pm-n
  Ogni elemento di S possiede i caratteri p1, p2, pm-n
  M è un elemento di S

• Peirce qui considera induzione e ipotesi come inferenze simmetriche:
 l’induzione aumenta l’estensione, cioè il numero di individui che posseggono
 certi predicati, l’ipotesi aumenta l’intensione, cioè il numero di predicati
 attribuiti a certi individui (è una induzione di caratteri) (Proni 1990: 71).

• Tuttavia Peirce si accorge delle difficoltà legate in una vera indagine alla
 numerabilità dei caratteri:

  Questo tipo di argomento, come effettivamente occorre, differisce molto dalla induzione, a motivo
  della impossibilità di contare semplicemente le qualità come vengono contate le cose individuali».

Nella realtà non possiamo mai numerare tutte le qualità o caratteri di un individuo.
Perciò la somiglianza tra due individui è sempre un’ipotesi, non può mai consentire
di giungere, per enumerazione dei tratti condivisi, alla affermazione di una identità
certa e assoluta. Che i caratteri non si possano numerare significa che su di essi
non si possono operare percentuali.
RAGIONAMENTO INDUTTIVO

• procede come se si conoscessero tutti gli oggetti che hanno certi caratteri (ad
  es. calcolo delle frequenze di certe vocali nei testi inglesi, condotto sulla base
  di un campione di testi, non della conoscenza di tutti i testi inglesi):

   «l’induzione assume che sia vero di un intero insieme ciò che è vero di un numero di campioni
   presi a caso da quell’insieme. Lo si potrebbe chiamare un argomento statistico. Alla lunga (in the
   long run) porta a conclusioni abbastanza corrette a partire da premesse vere» (82).

• Aristotele definisce l’induzione come l’inferenza della premessa maggiore di
  un sillogismo a partire dalla premessa minore e dalla conclusione.

   Caso: questi fagioli provengono da questo sacco
   P.min: della quantità analizzata, il 60% è nero, il restante bianco
   P. Magg.: L’intero sacco è composto per il 60% da fagioli neri

«La funzione dell’induzione è di sostituire una serie di soggetti con un singolo soggetto che includa
essi e un numero indefinito di altri. Così si tratta di una specie di “riduzione della molteplicità all’unità”»
(82).
RAGIONAMENTO IPOTETICO

• È l’argomento sintetico che accresce l’informazione intensionale. Procede come
  se si conoscessero tutti i caratteri necessari per determinare un certo oggetto o
  una certa classe (es. della decifrazione di un testo cifrato: trascrivere un cifrato in
  chiaro non conoscendo il codice e ricavandone le regole dall’analisi del
  messaggio, cfr. Eco, 1984):

   «L’ipotesi può essere allora definita come un argomento che procede dall’assunzione che un certo
   carattere, noto per implicare necessariamente un certo numero di altri caratteri, può essere
   probabilmente predicato di ogni oggetto che ha tutti i caratteri implicati nel carattere iniziale» (82).

• «l’ipotesi può essere vista come l’inferenza della premessa minore di un
  sillogismo a partire dalle altre due proposizioni […]. L’inferenza ipotetica può
  essere chiamata «un ragionamento dal conseguente all’antecedente» (83)

   • Quest’uomo riceve grandi onori (B)
   • Se un uomo è governatore allora riceve grandi onori (Se A, allora B)
   • Quest’uomo è governatore (A)
«La funzione dell’ipotesi è di sostituire una serie di predicati che non formano in sé
un’unità con un predicato (o un piccolo numero di predicati) che li implica tutti, più (forse)
un indeterminato numero di altri. Si tratta anche qui di una riduzione della molteplicità
all’unità».
Riepilogo
• Ragionamento     deduttivo: data una implicazione e dato il vigere
  dell’antecedente dell’implicazione, si ricava per analisi il conseguente:
   • Regola (implicazione): Tutti i fagioli in questo sacco sono bianchi
   • Caso (antecedente, A): questi fagioli provengono da questo sacco
   • Risultato (o conseguente, C): questi fagioli sono bianchi (sicuramente)

• Ragionamento induttivo: dato un possibile antecedente e un possibile
  conseguente, si stabilisce tra il primo e il secondo una regola di connessione
   • Caso: questi fagioli provengono da questo sacco
   • Risultato: questi fagioli sono bianchi
   • Regola: Tutti i fagioli in questo sacco sono bianchi (forse)

• Ragionamento ipotetico: dato un conseguente e posta una implicazione si
  inferisce l’antecedente
   • Risultato: questi fagioli sono bianchi
   • Regola: Tutti i fagioli in questo sacco sono bianchi
   • Caso: questi fagioli provengono da questo sacco (forse)

• L’ipotesi ha carattere di spiegazione causale: il risultato è un caso da ricondurre a una
  regola, che non è necessariamente l’unica valida. Funziona al contrario rispetto alla
  deduzione.
• La deduzione è l’applicazione di una regola a un caso, che fornisce un
 risultato: permette di attribuire a un individuo o a un campione, in modo
 assoluto, dei caratteri sulla base del fatto che tale individuo fa parte di una
 classe di individui che possiedono tutti tali caratteri, assolutamente o in quella
 proporzione. Il caso che porta al risultato è l’informazione che quell’individuo
 fa parte di quella classe.

• L’induzione è l’argomento sintetico che produce regole o leggi generali,
 estendendo il caso alla classe intera: la conclusione è una predicazione
 universale, in quanto riguarda tutta la classe o insieme. Produce allora una
 nuova caratteristica universale della classe, oltre a quella iniziale
 (appartenenza al sacco).

• L’ipotesi produce un caso, cioè permette di ascrivere un individuo a una
 classe, affermando che esso possiede i caratteri costitutivi della classe, sulla
 base del fatto che possiede certi altri caratteri espressi da un risultato.
 Facendo rientrare un risultato in una classe, o sotto una regola, l’ipotesi ha la
 capacità di produrre ordine, ovvero regolarità, riconducendo eventi individuali
 sotto classi più generali (unifica un molteplice).
«Abbiamo un’ipotesi quando troviamo qualche circostanza molto curiosa, che
sarebbe spiegata dalla supposizione che fosse il caso di una certa regola
generale, e perciò adottiamo quella supposizione» («2.624, 1877)

  q
  Se p allora q
  p

L’ipotesi è l’inversione del modus ponens (carattere di retroduzione) e fornisce
una spiegazione causale (esempio di due pezzi di carta strappati e rinvenuti
separatamente (Regola: se due pezzi di carta provengono dallo stesso foglio
allora combaciano; ma combaciano, allora provengono dallo stesso foglio:
dicendo che il pezzo A è stato strappato dal pezzo B, posso spiegare perché si
assomigliano e non solo che si assomigliano > aspetto fondamentale della
percezione della spiegazione scientifica).

Nella percezione, l’ipotesi non mi dice soltanto che le impressioni unificate
assomigliano a un dato oggetto reale, ma anche che quell’oggetto causa
effettivamente quelle impressioni, anche se le stesse impressioni potrebbero
essere causate da un altro oggetto.
Nell’indagine scientifica, l’ipotesi non fornisce solo un modello descrittivo
basato su somiglianze, ma una possibile spiegazione in termini causali.
Il pensiero è segno
«Quando pensiamo, noi stessi, così come siamo, appariamo un segno. Ora un segno, in
quanto tale ha tre riferimenti: 1) è un segno per (to) qualche pensiero che lo interpreta;
2) è un segno di (for) qualche oggetto di cui il segno è l’equivalente; 3) è un segno
secondo (in) qualche aspetto o qualità che lo mette in connessione con il suo oggetto»
(86).

1.   «Il pensiero-segno che siamo noi è sempre interpretato da un nostro pensiero
     successivo», «ciascun pensiero precedente suggerisce qualcosa al pensiero
     seguente, cioè è per quest’ultimo il segno di qualcosa». «L’irrompere di una nuova
     esperienza non è mai una questione istantanea, ma è un evento che occupa del
     tempo e che compare grazie a un processo continuo» (86). (Interpretante)

2.   «per che cosa sta il pensiero-segno»?, «qual è il suo suppositum»? La cosa esterna
     di cui è pensiero attraverso la mediazione del segno precedente: «il pensiero
     successivo denota ciò che era pensato nel pensiero precedente» (87). (Correlato)

3.   «Il pensiero-segno sta per il suo oggetto secondo il rispetto per cui è pensato; vale a
     dire, questo rispetto è l’oggetto immediato della coscienza nel pensiero o, in altri
     termini, è il pensiero stesso o almeno ciò che si pensa che quel pensiero sia in un
     pensiero successivo per il quale esso era un segno» (ibid.). (Ground-Oggetto
     Immediato).
Proprietà del segno
«Dal momento che un segno non è identico alla cosa che significa, ma
differisce da quest’ultima per qualche aspetto, chiaramente deve avere alcuni
caratteri che appartengono a esso in quanto tale e che non hanno nulla a che
fare con la sua funzione rappresentativa. Chiamo questi caratteri le qualità
materiali del segno» (87): ad es. la materialità fonica o grafica di un suono
linguistico, o la materialità del colore sulla tela di un dipinto.

Il secondo carattere del segno è la sua proprietà di essere connesso ad altri
segni dello stesso oggetto o all’oggetto stesso, grazie alla capacità di
associazione. Questa connessione fisica e reale di un segno con il suo oggetto
(diretta o per mediazione di un altro segno) è l’«applicazione dimostrativa
pura»; es.: parole rese definizioni di una stessa cosa per mezzo di una copula
(connessione basata su convenzione), una banderuola connessa al vento (di
fatto), un dipinto connesso con il segno mentale che lo identifica (per
somiglianza), ecc.

Il terzo carattere del segno è la sua funzione rappresentativa, cioè la capacità
del segno di avere significato. Non si tratta di una proprietà intrinseca al segno,
né derivata dalla sua connessione con l’oggetto: appartiene al segno «in virtù
dell’essere per un pensiero, mentre entrambi i caratteri suddetti appartengono
al segno a prescindere dal fatto che esso si rivolga a qualche pensiero» (87).
«Così nel pensiero ci sono tre elementi: primo, la funzione
rappresentativa che lo rende una rappresentazione; secondo, la pura
applicazione denotativa o connessione reale, che mette un pensiero in
relazione con un altro; terzo, la qualità materiale, o il come lo si sente,
che dà al pensiero la sua qualità».

La funzione rappresentativa produce significato. Il pensiero è attività
rappresentazionale, cioè conoscenza.
Significato
Un concetto è tale perché ha un significato, una comprensione logica (intensione);

  «se lo si può applicare a un oggetto è a causa del fatto che quell’oggetto ha dei caratteri
  che sono contenuti nella comprensione di questo concetto. Di solito si dice che la
  comprensione di un pensiero consiste nei pensieri in esso contenuti, ma i pensieri sono
  eventi, atti della mente. Due pensieri sono due eventi separati nel tempo ed è letteralmente
  impossibile che uno sia contenuto nell’altro. […] Due pensieri possono solo essere
  considerati simili se sono assunti contemporaneamente nella mente e confrontati. I pensieri
  non esistono che nella mente, esistono solo se considerati. [...] l’idea che un pensiero sia
  simile a un altro non può derivare da una percezione immediata, ma dev’essere un’ipotesi
  (senza dubbio giustificabile con i fatti); pertanto la formazione di un pensiero che ne
  rappresenta un altro deve dipendere da una forza effettiva reale al di sotto della coscienza e
  non solo da un confronto mentale. Ciò che intendiamo, allora, dicendo che un concetto
  è contenuto in un altro è che normalmente rappresentiamo l’uno nell’altro; vale a dire
  che formiamo un tipo particolare di giudizio, nel quale il soggetto significa uno dei
  due concetti e il predicato l’altro» (88).

Il significato è una fiaccola che ogni segno passa al successivo: ogni segno
proietta qualcosa nel successivo e così facendo suscita un interpretante che a sua
volta sarà segno per un nuovo interpretante; ma come segno in sè muore per
sempre dopo essere accaduto: è questo il processo dinamico della semiosi
illimitata.
Nessun pensiero presente in atto (mero feeling), ha significato, né valore
intellettuale, perché il significato non sta in ciò che è pensato nell’atto in cui è
pensato, «ma in ciò con cui il pensiero può essere connesso nella
rappresentazione tramite altri pensieri; in tal modo il significato di un pensiero è
qualcosa di totalmente virtuale» (89).

Non si dà mai conoscenza o rappresentazione di uno stato mentale, ma solo
conoscenza e rappresentazione nella relazione tra stati mentali di istanti
diversi.

  «In breve, l’Immediato (di per sé non passibile di mediazione: l’Inanalizzabile,
  l’Inesplicabile, il Non-Intellettuale) scorre in un flusso continuo attraverso le nostre vite;
  è la somma totale della coscienza, la cui mediazione, che ne è la continuità, viene
  fatta emergere da una forza effettiva reale che è dietro la coscienza» (89).
Significato come relazione

• Nel singolo istante non si dà dunque significato perché il significato
 non è un oggetto ma una relazione. Perciò non dobbiamo dire che
 “abbiamo” dei pensieri ma che “siamo in pensiero”.

  Quella di Peirce è una impostazione dinamica e relazionale del significato. Il
  significato esiste solo nella relazione tra un representamen e un interpretante,
  relazione che porta l’interpretante a rappresentare un oggetto. Ma è anche un
  fenomeno dinamico, e solo per convenzione possiamo descriverlo in maniera statica,
  così come rappresentiamo il moto di un corpo con una linea e con un’indicazione della
  velocità e di altre caratteristiche. Il significato, per Peirce, esiste solo come evento
  segnico-mentale (o quasi-mentale) e dinamico, come processo relazionale.

  (Cfr. Eco, Unlimited Semiosis and Drift: Pragmaticism vs Pragmatism, in K. Laine
  Ketner, Peirce and Contemporary Thought, 1989)
Sensazione
• Analizzato il pensiero-segno secondo tre riferimenti e tre proprietà, Peirce
 passa a unificare le varie modalità della conoscenza nella nozione di segno e
 in quel tipo di segno simbolico che è l’inferenza.

• Peirce respinge la tesi che la sensazione sia una prima o immediata
 «impressione dei sensi»: si tratta piuttosto di una interpretazione selettiva e
 unificatrice di diverse impressioni esercitate dallo stimolo su vari nervi e centri
 nervosi.

• Quindi la sensazione ha la stessa forma logica e svolge la stessa funzione di
 un predicato semplice che viene attribuito a una cosa in luogo di un predicato
 complesso: è cioè perfettamente analoga alla ipotesi.

• Diversamente però dall’ipotesi del giudizio vero e proprio, fondata su
 argomenti razionali, l’ipotesi della sensazione o «segno mentale naturale» è
 dettata da come è costituita la nostra natura: le impressioni – che
 costituiscono le premesse della sensazione – non possono essere né scelte
 né rifiutate, perciò la conclusione a cui portano è obbligata, anche se
 ipotetica.
• Il processo inferenziale che dà luogo alla sensazione «assomiglia» al
 processo argomentativo che dalla definizione di un termine porta ad
 individuare il termine stesso (definitum).

  «La classe delle inferenze ipotetiche, dunque, alla quale assomiglia l’emergere di una
  sensazione, è quella del ragionamento dalla definizione al definitum, nella quale la
  premessa maggiore ha natura arbitraria» (89).

Il ragionamento definitorio normale è deduttivo, e procede dal definitum alla
definizione. Es. (Bonfantini 1980):

  Premessa Maggiore: che un individuo è scapolo significa che quell’individuo è persona di sesso
  maschile che non è mai stata sposata (Se A allora B)
  Premessa minore: Tizio è scapolo (Ma A)
  Conclusione:Tizio è persona di sesso maschile che non è mai stata sposata (Allora B)

Il ragionamento dalla definizione al definitum è invece ipotetico:

  Premessa Maggiore (Regola): Un’entità rossa produce gli stimoli nervosi a1, a2,…..am, è (Se A,
  allora B)
  Conseguente: questa entità produce gli stimoli a1,a2,…am (ma B)
  Premessa minore: questa entità è rossa (allora A)
Schema del processo inferenziale:
  Per tutte le entità attuali,
  che una data entità è rossa
  comporta necessariamente
  che quell’entità stimola il nervo ottico in momenti successivi così-e-così, con una durata così-e-
  così e con un’intensità così-e-così;
  Ma, questa entità stimola il nervo ottico in momenti successivi così-e-così, con una durata così-e-
  così e con una intensità così-e-così.
  Dunque questa entità è rossa.

• In virtù della nostra natura, della struttura determinata del nostro apparato
 sensoriale e del nostro sistema nervoso, una sensazione determinata di
 colore, poniamo di rosso, sorge sempre e necessariamente come risultato
 dell’impatto di una serie di impressioni di un tipo determinato sull’occhio,
 esprimibili nei termini «Questo stimola il nervo ottico in momenti successivi
 così-e-così».

• Nel passaggio dalle impressioni alla sensazione abbiamo il passaggio da ciò
 che è esprimibile come predicato complesso a ciò che è esprimibile come
 predicato semplice.
• La sensazione – come in parte è già stato detto nella List e in Questions – è
 in sé semplice, comunque più semplice delle impressioni che la compongono.

• ad es. quando abbiamo una bella sensazione, «noi pensiamo che qualcosa
 sia bello»; «la sensazione di un colore dipende da impressioni sull’occhio che
 si susseguono secondo una certa regolarità e una certa velocità». «Tutte
 queste sensazioni in sé sono semplici o almeno lo sono di più delle
 sensazioni che danno loro origine».

• «una sensazione è un predicato semplice preso al posto di un predicato
 complesso; in altre parole, svolge la funzione di un’ipotesi»(89).

L’ipotesi è l’argomento che da molti predicati passa a uno solo. Dato che
l’enumerazione delle impressioni e la loro distinzione non possono mai essere
esaurienti, esiste sempre la possibilità di errore nell’unificarle: l’ipotesi implica
una congettura, un rischio, è un argomento probabile.
La conclusione è ipotetica, ma è un’ipotesi obbligata: nel momento in cui
vengono registrati gli stimoli (premessa minore) essi rappresentano tutto il
contenuto della coscienza. La premessa maggiore è una regola registrata nella
natura biologica, dunque la conclusione segue automaticamente, anche se vi
può essere errore.

Arbitrarietà della premessa maggiore:
nell’ipotesi definitoria «la premessa maggiore è determinata dalle convenzioni
del linguaggio ed esprime la condizione (occasion) in cui si usa una certa
parola, mentre nella formazione di una sensazione è determinata dalla
costituzione della nostra natura ed esprime le condizioni (occasions) in cui
emerge una sensazione, o un segno mentale naturale» (89-90).

L’inferenza ipotetica della sensazione è scritta per due terzi (le premesse) dalla
natura del nostro sistema sensoriale: è un’ipotesi ma il nostro intervento
cosciente si limita solo a trarre la conclusione, che viene ottenuta in modo
automatico.
Nella sensazione dunque si uniscono le due facce del segno: una
premessa (quella in cui si danno le impressioni, il puro feeling) proviene
dall’esterno, è determinata da «una forza occulta e inesplicabile», cioè
dalla realtà; l’altra premessa (la Maggiore) è determinata dalle
cognizioni precedenti «secondo una legge logica». La legge logica
costruisce la forma della sensazione, ma il suo contenuto, ciò che
proviene dall’esterno, esula dalla forma logica: il feeling è la qualità
materiale della rappresentazione e non riguarda la logica:

  «nel ragionamento dalla definizione al definitum è indifferente per il logico l’estetica del
  suono della parola definita, o quante lettere essa contenga». «Una sensazione
  (feeling) in quanto tale è soltanto la qualità materiale di un segno mentale» (90).
Emozione
• Il caso della emozione sembra a prima vista analogo alla sensazione:
 qualcosa di immediato, di non inferenziale, di non riconducibile alla forma di
 un predicato. Mentre però la sensazione sembra immediatamente legata alla
 oggettività, l’emozione sembra immediatamente connessa al nostro io,
 slegata da ogni contenuto conoscitivo, semplice stato d’animo.

• Tuttavia, l’emozione nello sviluppo del pensiero «sopraggiunge dopo l’inizio
 della percezione del suo oggetto» e insorge quando la nostra attenzione è
 fortemente attratta da circostanze complesse e che il pensiero non riesce a
 dominare.

• Come le sensazioni, anche le emozioni sono predicati semplici presi in luogo
 di predicati complessi:

  «ogni qualvolta un uomo ha delle sensazioni sta pensando a qualcosa. Anche le
  passioni che non hanno un oggetto definito – come la malinconia – giungono alla
  coscienza solo colorando degli oggetti del pensiero» (90).
• Quindi da un lato l’emozione si presenta come sintesi di un lungo processo
 conoscitivo-inferenziale; dall’altro, pur ponendosi come “predicato semplice,
 che si sostituisce a un predicato altamente complesso”, e dunque secondo la
 forma propria dell’ipotesi, l’emozione non riesce a dominare gli elementi che
 interpreta.

• È dunque una cognizione inferenziale ma ‘angusta’, grossolana e sommaria:
 una sorta di ipointerpretazione: insorge al posto di una ipotesi intellettuale.

  «La paura nasce quando non possiamo predire il nostro destino; la gioia nasce nel
  caso di certe sensazioni indescrivibili e particolarmente complesse. Se ci sono indizi
  che qualcosa che mi interessa molto e che io avevo previsto che accadesse possa
  non avvenire e se, dopo aver vagliato le probabilità, aver architettato delle garanzie e
  aver lottato per ottenere informazioni ulteriori, mi scopro incapace di arrivare a una
  conclusione definita riguardo al futuro, al posto della inferenza di cui ero alla ricerca,
  nasce il sentimento dell’ansietà. Quando accade qualcosa che non so spiegarmi
  nasce la meraviglia» (90).
• Peirce descrive gli stati emotivi in termini cognitivi: l’emozione nasce dalla
 incapacità di spiegare un evento:

  «L’indescrivibile, l’ineffabile, l’incomprensibile, eccita comunemente un’emozione; nulla, invece, è
  raggelante come una spiegazione scientifica. Così una emozione è un predicato semplice che
  viene sostituito a un predicato altamente complesso attraverso un’operazione mentale» (90),

• L’emozione può essere dunque accostata a un’ipotesi, sebbene a differenza
 dell’ipotesi intellettuale non si possano produrre ragioni, «Ma ciò corrisponde
 precisamente alla differenza tra ipotesi e ragionamento dalla definizione al
 definitum e così risulta evidente che l’emozione non è altro che la
 sensazione» (90-91).

• La differenza tra emozione e sensazione sta unicamente nei diversi livelli di
 elaborazione mentale a cui si pongono:

  la sensazione è un processo di basso livello, correlata a qualche reazione del nostro
  corpo e «non ha un’influenza decisiva sul corso del pensiero se non per le
  informazioni che può provocare» «L’emozione, invece, arriva molto più tardi nello
  sviluppo del pensiero – voglio dire molto dopo il primo sorgere della cognizione
  dell’oggetto – e i pensieri che essa determina hanno già reazioni che agiscono in
  concomitanza a loro nel cervello o in un organo principale; di conseguenza, produce
  nel corpo grandi reazioni e, a prescindere dal proprio valore rappresentativo, influenza
  molto il corso del pensiero» (arrossire, piangere, ridere, tremare, ecc..) (91).
Riepilogando, sensazione ed emozione sono i modi di conoscenza nei quali
predomina la qualità materiale del segno e attraverso di essi si annuncia una
forza occulta e inesplicabile» (ciò che esiste)

Caratteri della sensazione
    • Basso livello di elaborazione
    • Alto contenuto di informazione
    • Scarsa influenza sul pensiero

Caratteri della emozione
    • Medio livello di elaborazione
    • Contenuto informativo spesso poco rilevante
    • Forte influenza sul pensiero

.
Sentire un pensiero

Sensazione ed emozione differiscono entrambe dal normale sentire un pensiero (feeling
of a Thought) perché sono ipotesi automatiche, forzate, in cui «il pensiero non ha alcuna
relazione razionale con i pensieri che le determinano» (91).
Nella normale percezione di un pensiero invece la premessa Maggiore dell’ipotesi non è
data in modo obbligato, ma la logica del pensiero stesso può, attraverso la modificazione
del percorso inferenziale, reperire diverse regole generali e giungere a diverse
conclusioni

Allora il pensiero comprende un pensiero che è altro da sé, cioè un pensiero complesso:
«Solo una sensazione o un’emozione, dunque, che non ha carattere razionale, può
essere un pensiero semplice. Questo è molto diverso dalla dottrina ordinaria, secondo la
quale i concetti più alti e metafisici sono assolutamente semplici» (91)

• «i concetti metafisici sono primariamente e fondamentalmente pensieri su parole o
  pensieri su pensieri; è la dottrina sia di Aristotele (le cui categorie sono parti del
  discorso) sia di Kant (le cui categorie sono i caratteri dei diversi tipi di proposizioni)»
  (92).
Attenzione
• Ad un altro livello rispetto a sensazione ed emozione si pone l’attenzione o
  potere di astrazione.
• Nella List l’attenzione gioca un ruolo fondamentale nella costruzione della
  conoscenza in quanto modalità di astrazione (separazione e distinzione).
• Qui viene considerata uno dei «due soli elementi costitutivi del pensiero» (92),
  assieme alla sensazione.

• Oltre alla funzione di astrazione l’attenzione ha una funzione di “marcatura” di
 una rappresentazione e del suo rinvio a un altro segno: l’attenzione consiste
 nella capacità di mettere «un’enfasi su uno degli elementi oggettivi della
 coscienza. Quest’enfasi non è un oggetto immediato della coscienza», perciò
 «essa differisce totalmente dal feeling».

• La nozione enfatizzata dall’attenzione produce un effetto sulla memoria oppure
 su un pensiero successivo:

  «un pensiero è ricordato più a lungo quando vi è prestata più attenzione. In secondo luogo,
  quanto più si fa attenzione, tanto più è stretta la connessione e l’accuratezza della sequenza
  logica del pensiero. In terzo luogo, è grazie all’attenzione che un pensiero dimenticato può
  essere recuperato» (92)
• L’attenzione è dunque la capacità che consente di mettere in relazione un
 pensiero con un altro pensiero di un altro momento, cioè è «la pura applicazione
 dimostrativa di un pensiero-segno» (92). L’applicazione dimostrativa è la
 capacità del representamen di essere connesso a un oggetto.

• L’attenzione sorge «quando lo stesso fenomeno si presenta ripetutamente in
 diverse occasioni o lo stesso predicato si presenta ripetutamente negli stessi
 soggetti» (93). Questa sensitività dell’attenzione alla ripetizione ne fa un atto
 induttivo, ma è una induzione particolare «che non aumenta la nostra
 conoscenza perché i nostri “questi” non coprono che gli esempi di cui abbiamo
 esperienza. In breve è un argomento per enumerazione» (93).

• L’attenzione produce «effetti sul sistema nervoso. Questi effetti sono abiti
 (habits) o associazioni nervose». Osservando che in diverse occasioni, a, b, c
 si compie un atto m, viene costruita una classe generale l di cui a, b, c sono casi
 speciali, e a ogni occorrenza di un elemento di l si produrrà m. Si tratta di
 un’induzione, «necessariamente connessa con l’attenzione o l’astrazione di cui
 qui Peirce sottolinea la meccanicità: «le azioni volontarie derivano dalle
 sensazioni prodotte dagli abiti come le azioni istintive derivano dalla nostra natura
 originaria» (93).

• Abito è un concetto centrale nella riflessione di Peirce, qui ancora poco
 sviluppato.
Le tre proprietà del pensiero-segno vengono così associate alle tre modalità
della conoscenza e ai tre tipi di inferenza:

  La prima modalità (qualità materiale) ha tre aspetti:
        sensazione
        emozione                              carattere ipotetico
        feeling di un pensiero

  La seconda modalità è l’attenzione     applicazione dimostrativa
                                         rapporto representamen-oggetto,
                                         inferenza induttiva.

  La terza modalità, la funzione rappresentativa, dovrebbe essere associata
  alla intelligenza e alla deduzione, ma questo passaggio manca (cfr. Proni
  1990: 110-11).
Immagini (rappresentazioni singolari)
• Peirce ha ridotto ogni modificazione della coscienza ad inferenza. Una
 inferenza riguarda solo termini generali (concetti) e non individui. Come
 spiegare allora le immagini individuali, singolari, ad esempio l’immagine
 mentale della mia amica Anna, in questo momento? L’idea di Peirce che tutte
 le nostre conoscenze sono inferenze si scontra con l’opinione diffusa (e
 rappresentata nella tradizione filosofica da Berkeley e Hume) che le nostre
 percezioni siano innanzitutto relative a oggetti individuali determinati in ogni
 singolarità: una particolare casa, una persona, un cane, ecc.

• «Accettare la singolarità di qualsiasi tipo di conoscenza, cioè accettare che
 sia possibile conoscere l’individuo nella sua completa determinazione
 (haecceitas) significa far entrare dalla finestra l’intuizionismo appena cacciato
 dalla porta» (Proni 1990: 111).

• Si tratta allora di discutere lo statuto delle immagini mentali: cosa significa
 dire che un’immagine è “singolare”?
• Innanzitutto un singolare «non può trovarsi che in un posto in un
 determinato momento». Da questo punto di vista “singolare” non si oppone
 a “generale”: la prima è una determinazione ontologica, la seconda una
 determinazione concettuale: «posso avere un concetto molto generale di
 Ermolao Barbaro, anche se lo penso in grado di essere solo in un posto in
 un determinato momento» (93).

• Ma quando si definisce una immagine “singolare”, «s’intende che è
 assolutamente determinata da ogni punto di vista»: secondo Berkeley, il
 maggior teorico delle immagini come contenuti singolari e determinati della
 mente, l’immagine di un uomo «”deve essere di un uomo bianco, nero o
 bruno, eretto o curvo; alto, basso o di statura media”. Deve essere
 l’immagine di un uomo con la bocca aperta o chiusa, con i capelli di una
 sfumatura di colore precisamente determinata e la cui figura abbia
 proporzioni precisamente determinate» (93). Secondo gli amici delle
 immagini, se immaginiamo un triangolo, questo dovrà essere «un triangolo
 preciso, i cui angoli hanno un certo numero di gradi, di minuti e di
 secondi».
Contro gli amici delle immagini, già Locke ha negato che «l’”idea” di un
triangolo debba essere di un triangolo ottusangolo, di un triangolo rettangolo o
di un triangolo acutangolo» (93) (vedi anche questione dello schema in Kant).

Peirce concorda con Locke sul dubbio che la nostra immaginazione contenga
qualcosa come un’immagine (singolare e determinata) (94).

Gli amici delle immagini cadono in un triplice errore:

• 1. che le immagini siano immediate
• 2. che le immagini siano assolutamente determinate
• 3. che la assoluta determinatezza sia coerente con l’immediatezza
Secondo Berkeley e Hume la percezione visiva e la memoria (ad es. di un libro
rosso), differiscono solo per «diversi gradi di intensità e vivacità»: per Hume «i
colori usati dalla memoria […] sono deboli e sfocati rispetto a quelli con cui si
presentano le nostre percezioni originali» (94).

Ne discende una visione distorta del cammino della conoscenza, che man mano
che ci si allontana dalle percezioni (presunte immediate), si farebbe sempre più
povera, sempre meno concreta, più astratta e indeterminata. Insomma in ciascuna
immagine avremmo una quantità infinità di materiali per una conoscenza potenziale
e l’inferenza sarebbe solo una registrazione economica rispetto all’eccessiva
completezza del dato percettivo.

Per Peirce è esattamente il contrario: la conoscenza si fa sempre più determinata
man mano che procede, si intreccia e si arricchisce il processo inferenziale – così la
percezione è più determinata della sensazione, ma ancora largamente
indeterminata, imprecisa e confusa: la determinatezza è frutto di uno sforzo
intellettuale e cresce dai giudizi percettivi ai giudizi scientifici, cresce con lo
svilupparsi della generalità complessa del discorso teorico.

Ciò che tratteniamo della percezione sensibile di un oggetto è solo «la coscienza
che potremmo riconoscerlo» (94) (esperimento: immaginare l’immagine di un
cavallo e contemplarla nella memoria).
• Già nelle Questions Peirce ha dimostrato che «non abbiamo nessuna
 capacità intuitiva di distinguere tra due modi soggettivi di conoscere»; quindi
 spesso pensiamo che qualcosa ci si presenti come un’immagine quando in
 realtà si tratta di una costruzione a partire da minuscoli dati di comprensione.

• Non solo nella memoria ma neppure nella percezione sensoriale in atto
 possiamo dire di possedere immagini dell’oggetto percepito: «Se abbiamo
 un’immagine di fronte a noi quando vediamo qualcosa, si tratta di una
 immagine costruita dalla mente secondo il suggerimento di sensazioni
 precedenti» (cfr. Questions, punto cieco della retina). Se avessimo una
 immagine di tal genere, dovremmo avere solo immagini di sezioni
 dell’oggetto, sfumature parziali di colore.

• Nei sogni la memoria cosciente elabora i materiali in «storie coerenti e
 complesse» mentre all’origine erano «probabilmente meri miscugli di queste
 sensazioni (feelings) della suddetta capacità di riconoscere questo o quel
 fatto» (94)

• Né le immagini mentali né le percezioni sono assolutamente determinate e
 singolari: «ciascun senso è un meccanismo astraente» (96).
• Peirce vuole evitare anche l’errore opposto, quello di ridurre la conoscenza a
 un meccanismo di assunzione ed elaborazione di concetti generali privi di
 qualsiasi intenzionalità o partecipazione del soggetto. La sua critica si
 appunta perciò sulla dottrina delle associazioni di immagini, di taglio
 meccanicistico. Per evitare una descrizione della conoscenza come
 automatica elaborazione di immagini astratte che si richiamano l’una con
 l’altra per qualche caratteristica intrinseca, Peirce si rifà alla nozione di
 giudizio: il giudizio, atto assertorio, è presente in ogni passo della
 conoscenza:

  «ciò che va di solito sotto il nome di associazione di immagini, è in realtà
  un’associazione di giudizi […]. Si dice che l’associazione di idee proceda secondo tre
  principi: rassomiglianza, contiguità, causalità. Ma sarebbe altrettanto vero dire che i
  segni denotano ciò che denotano sulla base dei tre principi di rassomiglianza,
  contiguità, causalità. Non ci può essere dubbio sul fatto che qualsiasi cosa che è un
  segno di qualcosa è associata con esso per rassomiglianza, per contiguità o per
  causalità: né ci può essere dubbio alcuno che un segno richiami la cosa significata.
  Così, l’associazione di idee consiste in questo: che un giudizio è occasione di
  un altro giudizio del quale è segno. Non si tratta di niente di meno o di più di
  un’inferenza» (96).
• L’associazione dunque non è un’operazione meccanica e diadica in cui
    un’immagine ne richiama un’altra senza l’intervento di alcun altra entità, ma è
    un’operazione triadica, semiotica e di interpretazione. L’associazione è
    secondaria rispetto a quella di segno, essendone un caso particolare, e non
    può essere posta alla base del processo del pensiero, come vuole il
    sensismo.

    «Tutte le associazioni avvengono attraverso segni. Ogni cosa ha qualità soggettive o
    emotive, che sono attribuite assolutamente, relativamente o per imputazione
    convenzionale a qualcosa che è segno di essa».
    «Il segno è quasi (è rappresentativo di) quella cosa» (97).

•    Rilevanza del giudizio percettivo: è la soglia che collega il mondo del non
     simbolico con quello del simbolico, cioè dei concetti. È la base di tutta la
     conoscenza: nulla è nel significato di una qualche rappresentazione che
     prima non sia stato nel giudizio percettivo (Nihil est in intellectu quod non
     prius fuerit in sensu, Aristotele, De Anima III, 8). I giudizi percettivi
     costituiscono le premesse prime di una inferenza abduttiva: la generalità è
     presente nella percezione stessa, i principi logici vengono appresi
     nell’impasto stesso della conoscenza percettiva (realismo molto forte) (cfr.
     Proni, 1990: 331).
    .
Inconcepibilità di un inconoscibile
• Quarta conseguenza (cfr. punto 6 delle Questions): non è possibile avere un
 concetto di inconoscibile.

• Obiettivo: confutare la tesi cartesiana (ma anche kantiana) secondo cui «la
 realtà vera delle cose non può mai essere conosciuta», che porta a una
 paralisi cognitiva (97).

• Soluzione di tipo idealista:
  • Il termine “inconoscibile” è privo di significato: il significato è un processo segnico, i
    segni sono generali, i generali sono concetti, dunque stabilire il significato di un
    termine è stabilire il concetto nel quale il termine si sviluppa. “Inconoscibile”
    non si sviluppa in alcun concetto, perciò non ha significato.
  • Dire che la realtà è inconoscibile significa che non ha alcun senso. Se vogliamo che
    il termine “realtà” abbia un senso dobbiamo perciò affermare che è conoscibile.
  • Tutto ciò che conosciamo sono segni, cioè cognizioni determinate da cognizioni
    precedenti e non esiste un inizio di questo infinito rinvio, ciò che sta fuori della
    coscienza è la cosa-in-sé, ma questa non esiste in quanto tale, cioè non vi è cosa
    che sia in sé stessa nel senso di non essere relativa alla mente (97).
• Peirce non nega che vi sia un primo materiale nel processo conoscitivo, cioè
  che tale processo abbia fisiologicamente inizio, ma questo primo, questo
  contatto diretto con l’esterno non è parte della coscienza, non è conoscibile,
  dunque non esiste: laddove percipiente e percepito si toccano si ha solo
  causalità materiale, bruta catena di eventi che fornisce un materiale
  sensoriale non analizzabile da chi lo riceve.
• Ciò non basta a dire com’è la realtà, ma è sufficiente per dire che c’è e a
  testimoniare che le cose esistono al di là delle relazioni che hanno con noi.
  Tutto il resto della conoscenza sono queste relazioni.

• Le cognizioni che ci raggiungono in questo modo sono di due tipi: il vero e il
 non-vero, o meglio «cognizioni i cui oggetti sono reali e cognizioni i cui oggetti
 sono irreali.

  La distinzione tra reale e irreale nasce nel momento in cui un essere umano
  autocorregge le proprie aspettative, distinguendo tra un mondo interiore di attese e un
  mondo esterno di risposte. Questo mondo esterno è ciò che si intende con reale. E
  lo si intende come permanente perché le attese vi si adeguano gradualmente;
  oggettivo, perché le risposte tendono ad essere uguali per tutti i soggetti.
  «Il reale, allora, è ciò a cui alla fine, presto o tardi che sia, giungeranno
  l’informazione e il ragionamento e che è dunque indipendente dalle mie e dalle
  vostre fantasie» (97-98).
Trasformazione del modello kantiano:

Diversamente dalla tradizione kantiana, che considera irraggiungibile il mondo
noumenico, per Peirce la realtà esterna è opaca, ma sempre afferrabile.

Presa di posizione idealistica:

«Ogni filosofia non idealistica presuppone un dato finale assolutamente
inesplicabile non analizzabile: insomma qualcosa che risulta da mediazione,
ma in se stesso non è suscettibile di mediazione ulteriore” (1868b).
Ciò non è ammissibile perché sarebbe come dire che esiste qualcosa che il
nostro bastone non toccherà mai. Ma “esiste” significa “modifica il
comportamento del bastone”, e dunque l’affermazione è contraddittoria. La
realtà dunque è sempre conoscibile, anche se in una prospettiva infinitamente
lontana. Idealisticamente, l’uomo riempie il mondo di significato, attraverso le
possibilità che sono consentite all’azione collettiva nei limiti imposti dal reale.
Realtà e Comunità
Il reale è così costituito come entità semiotica, è ciò in cui si risolveranno le
informazioni, ma la sua esistenza è nel futuro, come convergenza prospettica
della conoscenza. La continuità e l’intersoggettività del reale richiedono dunque
che il suo contenuto sia sancito non da un singolo ma da una collettività.

  «la vera origine del concetto di realtà dimostra che questo concetto implica
  essenzialmente la nozione di una COMUNITA’ senza limiti definiti e capace di un
  indefinito incremento di conoscenza» (98).
  “Reale” è dunque una cognizione che la comunità continuerà a riaffermare, “irreale”
  una cognizione che la comunità continuerà a negare, fino a prova contraria.

Quello di Peirce è un idealismo cognitivo, non ontologico: la realtà viene
identificata con la conoscenza, ma il rifiuto dell’intuizionismo ne preserva
l’indipendenza ontologica:

  «Non c’è nulla allora che ci impedisca di conoscere le cose esterne così come esse
  sono realmente ed è assai probabile che abbiamo questo tipo di conoscenza in
  moltissimi casi anche se non possiamo mai essere assolutamente certi di avere
  questo tipo di conoscenza in un caso specifico» (98).
Ulteriore conseguenza di questa posizione è l’esistenza dei generali:
poiché nessuna nostra cognizione è assolutamente determinata e singolare, i
generali devono avere un’esistenza reale. Ragionamento sillogistico: dato che
tutto ciò che conosciamo sono concetti, e dato che il reale è ciò che
conosciamo, il reale sono concetti > realismo scolastico:

     «un realista è solo uno che non conosce una realtà più recondita di quella che è
     rappresentata in una rappresentazione vera. Dunque, visto che la parola “uomo” è vera
     di qualcosa, ciò che “uomo” significa è reale. Il nominalista deve ammettere che si può
     davvero applicare “uomo” a qualcosa ma crede che al di sotto di questo qualcosa ci sia
     una cosa in sé, una realtà inconoscibile. La sua è una finzione metafisica. I nominalisti
     moderni sono per lo più uomini superficiali, che non sanno, come sapevano invece
     Roscellino e Ockham (che erano molto più seri) che una realtà che non abbia
     rappresentazione non ha né qualità né relazione. Il grande argomento del
     nominalismo è che non c’è alcun uomo se non c’è qualche uomo particolare. Ciò però
     non scalfisce il realismo di Scoto; infatti anche se non c’è un uomo di cui si possano
     negare tutte le ulteriori determinazioni, tuttavia c’è un uomo, fatto astrazione da qualche
     ulteriore determinazione. C’è una differenza reale tra un uomo privo di ogni altra
     possibile determinazione e un uomo con questa o quella serie particolare di
     determinazioni, anche se senza dubbio questa differenza è solo relativa alla mente e
     non in re. Questa è la posizione di Scoto. La grande obiezione di Ockham è che non ci
     può essere una distinzione reale che non sia in re, nella cosa in sé; ma questa è una
     petizione di principio perché si basa solo sulla nozione che la realtà è qualcosa di
     indipendente dalla relazione rappresentativa» (98)».
Puoi anche leggere