9 MARZO 2018 - UFFICIO STAMPA - Provincia Regionale di Ragusa

 
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UFFICIO STAMPA

9 MARZO 2018
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Rassegna Stampa del LIBERO CONSORZIO COMUNALE DI RAGUSA   9 MARZO 2018

                                LA SICILIA

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                          LA SICILIA – MODICA

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Il dossier
Le opinioni dei parlamentari

“ Il governo? Lo faccia chi ha vinto ma le
Camere non vanno sciolte”
Sondaggio fra gli eletti. Come risolvere la crisi? Che fare per la Sicilia? I dem per un asse
M5S- Lega. I grillini tacciono. I forzisti: “ Tocca a noi”

GIOACCHINO AMATO TULLIO FILIPPONE GIADA LO PORTO

La pattuglia dei settantasette deputati e senatori siciliani uscita dall’ultima tornata elettorale considera il centrodestra
guidato da Matteo Salvini la coalizione che dovrà formare il nuovo governo. Ma fra loro molti Pd parlano dell’inedita
alleanza Cinque Stelle-Lega come quella che dopo l’affermazione dei due partiti dovrebbe assumersi la responsabilità di
guidare il Paese. Tendenze che risentono fortemente della scelta della folta delegazione M5s di non rispondere, neanche
in forma anonima, alla domanda su chi e con quali alleanze, secondo loro, dovrebbe andare a Palazzo Chigi.
Gli unici due grillini che si sbilanciano fanno intravedere la voglia di coinvolgere i dem per trovare i numeri. Degli oltre
settanta nuovi parlamentari Repubblica ne ha raggiunti 38, esattamente la metà e a loro ha chiesto non solo quali forze
vedrebbero al governo ma anche se non sia più probabile o opportuno ritornare alle urne. In questo caso nessuno ha
evocato nuove elezioni a brevissimo termine. Da chi potrebbe diventare maggioranza di governo a chi è ostinatamente
all’opposizione qualunque soluzione si profili, ad andare subito a casa non ci pensa nessuno. Il terzo quesito del
sondaggio è sulle priorità che riguardano la Sicilia che il nuovo governo dovrà subito affrontare.
Anche in questo caso la richiesta “tripartisan” è di investimenti e infrastrutture. Ma spunta pure il famigerato reddito di
cittadinanza: lo chiedono i grillini ma anche Leu («fa parte del nostro programma») e provocatoriamente alcuni
parlamentari Pd.
Quale governo?
Il centrodestra alla guida del governo e comunque la necessità di assicurare una guida al Paese con la coalizione Fi,
Lega e Fdi eventualmente appoggiata da “volenterosi” da cercare fra i moderati renziani del Pd. I siciliani dei partiti di
centrodestra non vedono altre alternative, si rimettono alla «saggezza del presidente Mattarella» e non considerano mai i
Cinque Stelle come possibili alleati. «Mai e poi mai – è netta Giusi Bartolozzi di Forza Italia – con i grillini al governo.
Penso a una compagine affidata a Salvini con Berlusconi come garante».
«Ha titolo a governare la coalizione che ha preso più voti – chiosa l’ex presidente del Senato Renato Schifani – visto
che il sistema elettorale è un misto di proporzionale e maggioritario».
L’unico ad ammettere la vittoria straripante dei Cinque Stelle e lasciare aperte tutte le possibilità è Raffaele Stancanelli,
ex sindaco di Catania ora Fdi: «Avevo il netto sentore che fossero in vantaggio – confida – ma non che avrebbero
superato il 50 per cento. Forse non se lo aspettavano neanche loro. E adesso chi ha la maggioranza in Parlamento
governerà». Uno dei referenti siciliani della Lega, Alessandro Pagano, liquida il discorso in pochissime battute. «Mi
rifaccio alla linea espressa dal nostro leader, non partecipo a giochi e sondaggi». Non è un caso, forse, che a essere
meno propensi a esprimersi sul futuro governo siano i parlamentari delle due forze politiche uscite vincenti dal
confronto elettorale. «Ci hanno dato precise indicazioni di non parlare con la stampa almeno fino a domani ( n.d.r. oggi
per chi legge) quando si svolgerà la prima riunione a Roma», risponde la maggioranza dei grillini. «Non è serio
esprimersi – chiarisce il senatore Mario Michele Giarrusso - mentre sono in corso delicate trattative». Ma c’è chi
sussurra che sia forte nella leadership del movimento il timore che vengano fuori improvvise simpatie leghiste.
Perché fino ad ora, e lo confermano i pochi Cinque Stelle siciliani che accettano, dietro assoluto anonimato, di
rispondere, il vento delle alleanze soffia verso i dem. C’è chi parla direttamente di un governo di coalizione M5s-Pd e
chi più democristianamente preferisce un governo di minoranza dei grillini con l’appoggio esterno del Pd e parla di
«modello spagnolo».
Ma dal Pd nessuno cede alle avances grilline e anzi arriva la sorpresa. «Al governo vadano Cinque Stelle e Lega -
dicono Fausto Raciti e Valeria Sudano hanno vinto e a loro tocca governare e realizzare il programma». Da tutti i dem
la risposta è netta, il Pd sarà in ogni caso all’opposizione. E a sinistra rimane solo Leu con Erasmo Palazzotto a
ipotizzare un’alleanza con M5s e Pd per assicurare il governo del Paese».
Di nuovo alle urne?
Il sondaggio diventa un plebiscito quando si tratta di mollare la poltrona appena conquistata. Da destra a sinistra
l’ipotesi di un ritorno al voto nel giro di pochi mesi non è neanche ipotizzata. I motivi sono i più vari: assicurare la
governabilità, votare una nuova legge elettorale, varare la manovra economica e anche, per alcuni dem, lasciare che i
vincitori dimostrino se sono in grado di mantenere le loro promesse. Ma fra i tanti consigli e appelli al presidente
Mattarella nessuno gli chiede di rifare tutto da capo. Il più “frettoloso” è Francesco Scoma che limita ad un anno e
mezzo la durata di un governo di scopo per cambiare la legge elettorale.
Voglia di infrastrutture
Anche le priorità indicate per la Sicilia uniscono più che dividere.
I dem fino a ieri al governo chiedono infrastrutture e investimenti per lo sviluppo dell’Isola esattamente come i
campioni dell’antipolitica Cinque Stelle e in sintonia con chi con Berlusconi ha promesso ancora una volta il Ponte e un
Piano Marshall per il Sud. «Bisogna sviluppare il turismo e colmare il gap sulle infrastrutture, unico volano per lo
sviluppo», dice Carolina Varchi (Fdi). Per Nino Minardo (Fi): «Una priorità l’applicazione della flat tax e potenziare le
infrastrutture stradali e ferroviarie». Molti parlano di sgravi fiscali e lavoro.
Ma spuntano anche altri due temi: il reddito di cittadinanza chiesto anche da Leu e utilizzato con buona dose di ironia da
alcuni dem per mettere alla prova dei fatti i grillini e il desiderio, questo tutto Cinque Stelle, di disfarsi del nuovo
governo regionale guidato da Musumeci.
Maurizio Santangelo e Giarrusso lo definiscono «Il vero ostacolo per lo sviluppo della Sicilia».
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Il sondaggio
Tre domande per i deputati e i senatori eletti in Sicilia che hanno potuto scegliere se pronunciarsi in modo palese o
restare anonimi I cronisti di “Repubblica” hanno raggiunto nella giornata di ieri 38 dei 77 parlamentari di tutti gli
schieramenti politici A loro hanno chiesto chi e con quale alleanze dovrà governare, la loro opinione sulla durata del
nuovo governo e su un possibile ritorno alle urne E infine i temi che riguardano la Sicilia e che rappresentano le priorità
che il nuovo esecutivo dovrà affrontare
POLITICALOCALE                                                                                                   9/3/2018

La Regione

Tasse e riforme, i piani di Musumeci
Il presidente chiede “mille giorni” per un bilancio. E lancia cantieri di lavoro e tagli alle
imposte sulla benzina Manovra a ostacoli: le competenze sulle accise sono statali, pochi i
fondi per trasferire competenze alle Province

GIORGIO RUTA

I primi cento giorni di Nello Musumeci a Palazzo d’Orleans sono trascorsi. « Abbiamo messo in circolo 700 milioni di
euro, ma servono mille giorni per invertire la rotta » , annuncia il governatore presentando un piano per i prossimi tre
anni: defiscalizzazione della benzina, nuova legge elettorale, più poteri alle Province, abolizione dell’Esa e accorpamento
degli istituti di credito delle Regioni sono le riforme promesse. Riforme, già sentite in passato e mai realizzate, che si
scontrano spesso con la mancanza di fondi e soprattutto con una maggioranza traballante.
Le tasse sulla benzina
Musumeci rilancia un vecchio tema: la defiscalizzazione del carburante. Un leitmotiv di tante campagne elettorali: idea di
Ernesto Di Fresco, pioniere dell’autonomismo negli anni Ottanta, ma anche rivendicazione dei Forconi che
infiammarono la Sicilia nel 2012. Le accise sul carburante non sono di competenza della Regione, anche se un accordo
stipulato negli anni scorsi prevede la possibilità della restituzione alle Regioni delle somme incassate dallo Stato.
L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, sta trattando con Roma per ottenere questi fondi che potrebbero essere
utilizzati per progetti vincolati e per le bonifiche dei territori inquinati. Un tesoretto che si stima intorno ai 300 milioni di
euro annui e che deriva dalla tassazione del carburante al consumo e nelle raffinerie. « In Sicilia si raffinano tonnellate
di petrolio, ed è giusto che i cittadini debbano pagare meno il costo della benzina», assicura Musumeci.
La riforma delle Province
«Il 3 luglio la Consulta si pronuncerà sul ricorso della Regione per la reintroduzione dell’elezione diretta del presidente.
Nel frattempo provvederemo al passaggio di nuove competenze, dall’acqua ai rifiuti al turismo » , è un’altra promessa
del governatore. C’è un grande ostacolo da superare: i soldi. Per far funzionare gli enti che Rosario Crocetta aveva
trasformato in Liberi consorzi servirebbero almeno 220 milioni di euro. Per affidare alle ex Province nuove competenze
bisogna reperire altri fondi. Per esempio, dare più poteri in materia di rifiuti significherebbe anche il passaggio dei
dipendenti delle Srr, le società per la raccolta dei rifiuti, alle Province. Un’operazione che ovviamente ha un costo.
Come ha un costo, precisamente 50 milioni di euro, il finanziamento di cantieri dei comuni della Sicilia. Misura che si
aggiunge al reddito minimo di inserimento per le province di Caltanissetta e Enna, le due zone più povere. L’assessorato
alla Famiglia ha chiesto ai comuni di presentare dei progetti da finanziare, in cui lavoreranno cittadini in difficoltà
economiche, inseriti in appositi elenchi degli enti. Una spesa di 7 milioni di euro.
Il riassetto degli enti
Nei prossimi mille giorni dovrebbe scomparire l’Ente regionale per l’agricoltura. In sostanza, il piano prevede la
trasformazione dell’Esa in un servizio dell’assessorato Agricoltura. Un punto va affrontato: come saranno utilizzati i
220 dipendenti dell’ente sparsi per l’Isola? Alcuni andrebbero a coprire vuoti di organico, per gli altri, come per i 378
stagionali, si studia una soluzione. Sul tavolo delle riforme c’è pure l’accorpamento dei tre istituti di credito della
Regione: Irfis, Crias e Ircac. Una proposta che anche Crocetta sostenne, senza però condurla in porto. Una fusione dei
tre enti è quasi impossibile: due sono controllati da Palazzo d’Orleans, uno è quotato in Borsa. Per sbloccare la
situazione, si pensa di utilizzare l’Ircac e la Crias come “ bad company” e trasferire le loro competenze all’Irfis.
L’istituto, così, avrebbe tre fondi separati ( uno per la cooperazione, uno per l’artigianato e uno per l’industria) ma un
unico consiglio di amministrazione.
Le crepe nella maggioranza
A sottolineare il problema più urgente da affrontare per avviare le riforme, ci pensa lo stesso Musumeci: « Non
abbiamo una maggioranza in aula » . Infatti il governatore ha a disposizione 36 deputati su 70, ma deve fare i conti con
i “ ribelli”. Ci sono gli imprevedibili Vincenzo Figuccia e Cateno De Luca, c’è la Lega con Tony Rizzotto che chiede un
posto in giunta. Ad agitare le acque ci pensa anche una fronda interna a Forza Italia che contesta Gianfranco Miccichè.
Un problema che Musumeci vuole affrontare: « Proporremo una riforma che conferma l’elezione diretta del
governatore, ma che preveda anche un premio di maggioranza».
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Intervista/1

Vittorio Sgarbi “Quanti fannulloni al Sud
adesso votano 5Stelle per avere il reddito
minimo”
EMANUELE LAURIA

Vittorio Sgarbi, lei ha definito il Sud la «parte improduttiva d’Italia», per indicare con disprezzo l’area che ha premiato i
5Stelle. Si ricorda che è assessore «all’Identità siciliana»?
«Certo. Ma è un dato di fatto che al Nord c’è gente che lavora, e che magari è interessata all’evasione fiscale, e al Sud
ci sono molti che passano il tempo a far nulla. Se a questi ultimi prometti che potranno continuare a non far niente
prendendosi pure un reddito di cittadinanza, ecco la ricetta assistenzialista dei 5Stelle».
Scusi l’insistenza. Non è un’offesa dichiarare: «Al Sud la gente non vuole fare un cazzo»?
«Guardi, è una questione economica e sociologica assieme, non antropologica. Chi non lavora, nel Meridione, lo fa
spesso per colpe non proprie, ma dello Stato. La disoccupazione l’hanno creata i governi con politiche
assistenzialistiche che ora i 5Stelle stanno perpetuando. Poi magari i fortunati beneficiari di questo stato di cose si
abituano e adottano questo modello di vita, ma è un altro discorso. Io amo la Sicilia, la mia Sicilia è quella di Sciascia,
Brancati, Pirandello, Sellerio. Però un problema culturale c’è».
Cosa intende?
«Lo sa che non l’ultimo dei siciliani, bensì quello che fino a qualche mese fa è stato il primo, nei giorni scorsi mi ha
chiesto un lavoro?».
Di chi parla?
«Di Crocetta, al quale ho offerto con piacere il mio sostegno pubblico perché ingannato ed estromesso dalle liste da
Renzi. Sa cosa mi ha chiesto nel ringraziarmi? Di aiutarlo ad andare in tv anche per avere di cosa vivere. Massimo
rispetto umano. Ma in quale altra parte d’Italia un ex governatore può fare una richiesta del genere? Qualcosa non
funziona da quelle parti».
Nessuna venatura razzista nelle sue parole, dunque.
«Macché. Solo un’osservazione di promesse e risultati elettorali.
Vogliamo chiederci un’altra cosa?».
Tremiamo al pensiero.
«Per chi ha votato stavolta la mafia? Se prima sceglieva il partito di massa che era la Dc, e se siamo d’accordo che la
mafia esiste ancora, si può dire che ha ritenuto conveniente appoggiare i 5Stelle?».
Lo dice lei.
«O il peso della mafia era un’invenzione prima, o non lo è ora. Idem per la camorra. A Scampia i 5Stelle sono al 61 per
cento».
Musumeci non si è imbarazzato per le sue esternazioni sopra le righe?
«No, si sono offesi solo i grillini che sul mio profilo Facebook non smettono di intimidirmi. Ma io, dopo M5S e Salvini,
sono la terza forza del web, e non rinuncio al mio modo di comunicare, anche se Forza Italia a Pomigliano mi ha
lasciato solo. Musumeci non l’ho sentito, con lui non c’è alcun problema. Vorrei dirgli però che c’è qualcosa di poco
chiaro in una sconfitta siciliana giunta tre mesi dopo il successo del centrodestra.
Non capisco, davvero».
A proposito: lei rimane in giunta o magari lascia la poltrona a un leghista?
«Io avevo detto che avrei lasciato la Sicilia solo per fare il ministro dei Beni culturali. Possibilità che ancora non
scarterei: in un mese capiremo. Detto ciò, sono stato eletto alla Camera, ma il nuovo ruolo non è incompatibile con
quello di assessore regionale. C’è tanto da fare: dall’authority della bellezza all’abolizione delle pale eoliche ( vero
oggetto della trattativa fra Stato e mafia) che deturpano la strada da Palermo a Mothia, quella che Cesare Brandi definì
“ la più bella d’Italia”. Il 16 marzo sarò di nuovo in Sicilia».
Ah, ecco. E l’assessore leghista?
«Quello a Salvini spetta, non ho dubbi. Ma non è libero il posto dell’Udc, quello che era di, come si chiama,
Figuccia?».
No, assessore, la delega ai Rifiuti è stata assegnata ieri ad Alberto Pierobon.
«Ah, sì? Non lo sapevo».
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ECONOMIA                                                                                                              9/3/2018

Il Quirinale

Mattarella: prima gli interessi generali
Appello ai partiti sul senso di responsabilità L’invito al dialogo piace alla Lega ma lascia freddi i
renziani

UMBERTO ROSSO,

ROMA
Il richiamo ai partiti parte alla prima uscita pubblica di Sergio Mattarella, dopo lo tsunami elettorale. Un appello che «vale per
tutti » , scandisce per bene parlando al Quirinale in occasione della Giornata dell’ 8 marzo. Anche se poi l’ala renziana del Pd si
sentirà tirata in ballo, un po’ più degli altri. «Avremo sempre bisogno di una attitudine — esorta il capo dello Stato — quella di
collocare al centro l’interesse generale del paese e dei cittadini». Serve perciò un gran « senso di responsabilità » . Chiaro, in
una situazione di stallo, l’invito al confronto, al dialogo, non alzate barricate. Mattarella rimette la partita per intero nelle mani
delle forze politiche.
Ai duellanti — Di Maio (presente al Colle nella veste di vicepresidente della Camera), Salvini ma anche Renzi — non offre
soluzioni ma indica un metodo. Senza naturalmente prefigurare alleanze specifiche, il presidente traccia un sentiero per tentare
di far nascere una maggioranza, allo stato oggetto misterioso. Da chi arriva la prima, rapidissima reazione alle sue parole? Porta
la firma di Matteo Salvini, che in genere non risparmia attacchi a Mattarella. Stavolta, altra musica. «Ha ragione il presidente
della Repubblica — dichiara a sorpresa l’aspirante premier del centrodestra — gli interessi degli italiani vengono prima di
qualsiasi altro calcolo politico». Anche Silvio Berlusconi condivide il richiamo del capo dello Stato, «farò di tutto per uscire
dallo stallo e consentire la nascita del governo». Bene Mattarella, si associa Danilo Toninelli, «noi Cinque Stelle siamo sempre
stati responsabili, il caos l’ha provocato una legge elettorale voluta dagli altri » . Sottoscrive pure Luca Lotti, braccio destro di
Matteo Renzi, « pronti come sempre ad ascoltare le parole del presidente Mattarella » , ma si intuisce che gli uomini del
segretario restano sospettosi: «Forse — precisa il ministro dello Sport — anziché parlare del Pd, che ha perso e starà
all’opposizione, è arrivato il momento di vedere cosa vogliono fare i vincitori Salvini e Di Maio». Resta insomma il gelo con il
Colle, che invita a non arroccarsi, mentre il Pd di Renzi si vuol chiamare fuori dalla partita della maggioranza. Pure da quella
per i presidenti delle Camere. È la scadenza più vicina, potrebbe servire da bussola per il futuro incarico di governo da parte
del capo dello Stato. Che infatti, rievocando non a caso una precisa battaglia delle donne in Parlamento a metà anni Settanta, fa
capire ancora come la pensi. Nel 1975, ricorda, veniva approvata la riforma chiave del diritto di famiglia. Soltanto pochi mesi
prima però il Paese si spaccava per il referendum sul divorzio. Ma le donne in Parlamento seppero lottare insieme, fuori dagli
schieramenti, «tenendo ben in vista gli interessi generali, anche quando le dinamiche dei partiti inducevano alla
contrapposizione e al conflitto ». Così alle Camere «vi fu la capacità di raggiungere un compromesso alto, su una materia
fondamentale». Un grande merito storico, « una lezione repubblicana » da tenere sempre ben viva. « Ne abbiamo ancora, e ne
avremo sempre, bisogno » . Anche oggi, con un Paese spaccato e una crisi al buio. E che deve dire basta ai femminicidi».
POLITICA                                                                                                                    9/3/2018

La lotta alla povertà

Reddito di cittadinanza ecco come funziona la
proposta del M5S
valentina conte,

roma
Il reddito di cittadinanza, proposto dai Cinque Stelle in campagna elettorale, è un trasferimento dello Stato a chi vive in povertà.
Non solo in povertà assoluta, quindi in uno stato di deprivazione massima. Ma anche in povertà relativa, dunque a rischio di finire
nel baratro. Nel primo caso parliamo di 4,7 milioni di persone, il 7,9% degli italiani. E per la metà di loro è già attivo da tre mesi
uno strumento nuovo, varato dal governo Gentiloni: il Rei, il reddito di inclusione che sembra riscuotere molto interesse, visto che
le domande arrivate sono sopra le 100 mila. Si tratta di un assegno che va dai 177 euro al mese per il single a circa 300 euro per la
famiglia numerosa (con 5 componenti o sopra). La nuova proposta del M5S allarga di molto la platea a 9 milioni e mezzo di poveri
in tutto e anche l’assegno: da 780 euro mensili per il singolo ai 3 mila euro al mese per la famiglia con 7 componenti. Eppure le
due misure non sembrano poi così dissimili.
«Il Rei di sicuro è un primo modulo del reddito di cittadinanza » , ammette Cristiano Gori, coordinatore di quell’Alleanza contro la
povertà — il tavolo di 35 organizzazioni, dai sindacati al terzo settore — che ha proposto e poi ottenuto il Rei oggi esistente.
Definito non a caso « una misura storica » , da Gori. E che per questo « non deve essere smontata » . Di qui l’appello
dell’Alleanza al governo che verrà ad «evitare di fare la riforma della riforma » . « Tutte le forze politiche sostengono la necessità
di misure contro la povertà » , ricorda Gori. « E la logica, reddito di cittadinanza incluso, è proprio quella del Rei: sostegno
economico a chi non ce la fa, purché si attivi, trovi un lavoro, porti a scuola i figli. Un motivo in più per non smantellare nulla».
Il nodo è poi tradurre questa logica del sostegno attivo, evitando che si trasformi in puro assistenzialismo. A leggere il disegno di
legge numero 1148 depositato in Senato dal M5S il 29 ottobre 2013, esistono obblighi stringenti per chi riceve il reddito di
cittadinanza. Si deve iscrivere ai Centri per l’impiego e se rifiuta tre offerte perde l’assegno. Si deve formare e sostenere colloqui,
offrire la disponibilità a svolgere 8 ore a settimana di servizio alla comunità locale. E se il Rei ha una durata di 18 mesi, il reddito a
5 Stelle sembra non avere termine, se non la ritrovata serenità e indipendenza economica della famiglia, allorquando cioè scatta
un’assunzione e uno stipendio vero. Ma come agevolare la ricerca di un posto? E come controllare poi che chi incassa una busta
paga decorosa rinunci poi all’assegno? Si scommette su qualcosa che ancora non c’è: una rete forte ed efficiente tra le burocrazie
di enti locali e nazionali. Senza pensare poi che se il Rei oggi costa 2,5 miliardi, il reddito di cittadinanza peserebbe sui conti
pubblici per 15,5 miliardi ( cifra però valutata nel 2013). E anzi ancora di più, per l’economista Roberto Perotti: almeno 29
miliardi.
Non stupisce dunque l’interesse degli italiani più disagiati per queste misure. Molti cercano però il reddito di cittadinanza che non
c’è. E non conoscono il Rei che invece esiste ed è operativo. A livello locale poi siamo alla babele. Solo per fare qualche esempio,
in Emilia-Romagna c’è il Res (Reddito di solidarietà), il Red in Puglia ( Reddito di dignità), il Reis in Sardegna ( Reddito di
inclusione), il Mia in Friuli Venezia Giulia (Misura attiva di sostegno al reddito). Oltre ai molti sussidi comunali. Difficili districarsi,
tra requisiti e moduli diversi. Eppure il bisogno è lo stesso.
POLITICA                                                                                                                9/3/2018
Il retroscena

Berlusconi cerca sponde nel Pd per smarcarsi da
Salvini
Contatti di Gianni Letta per un governo non guidato dal leghista Che però avverte: posso accordarmi
con M5S

carmelo lopapa,

roma
Larghe intese, governissimo, grossa coalizione, qualunque cosa purché si tenga fuori il M5S. E purché non si torni subito al voto.
Silvio Berlusconi ci lavora, quasi disperatamente, lo annuncia, scrive ai nuovi eletti, non si rassegna alla perdita della leadership e
prova comunque a giocare da regista del centrodestra. Salvini lo lascia fare, ci scherza su («È una risorsa, andiamo d’amore e
d’accordo » ) ma ormai va per la sua strada. E le due strade non coincidono più.
Poche ore dopo l’appello del capo dello Stato al senso di responsabilità delle forze politiche, il Cavaliere rende pubblica una lettera
inviata agli eletti col pretesto della convocazione a Roma per mercoledì prossimo. La ratio di quella mossa la spiega in privato ai
suoi: « Se c’è una cosa che non possiamo permetterci è il voto anticipato e per fortuna come noi anche il Pd, dunque cerchiamo
di darci da fare » . Così Gianni Letta è tornato in pista, raccontano in Fi, provando ad attivare un canale diplomatico non più con
la leadership renziana disarcionata, ma con figure quali Franceschini e Zanda. Per far cosa? Per chiedere sostegno a un governo
di centrodestra ma non a guida Salvini ( nonostante il risultato elettorale). Tajani, Maroni o il governatore leghista Zaia le opzioni
prospettate. Fantapolitica per ora. Intanto perché il Pd balcanizzato al suo interno in questo momento tutto farebbe meno che
sostenere un esecutivo di centrodestra. Secondo, perché la manovra passerebbe attraverso l’invito a Salvini a fare un passo di
lato. Ma il capo leghista ha già chiuso a qualsiasi « accordo organico col Pd o coi 5Stelle ». Nella lettera Berlusconi garantisce il
suo impegno a « fare di tutto » e « con la collaborazione di tutti » perché nasca un governo, «scongiurando uno stallo che
inevitabilmente riporterebbe al voto». Non è un caso, fanno notare i suoi, se pur confermando « l’impegno a sostenere il
candidato premier indicato dal maggiore partito della coalizione » , non si fa mai il nome di Salvini. Nel timing berlusconiano, il
piano C scatterebbe dopo un giro a vuoto di Luigi Di Maio e un secondo mandato esplorativo proprio al leader leghista per cercare
di dar vita a un esecutivo di centrodestra. Solo a quel punto, verificata l’assenza dei numeri, si passerebbe alle larghe intese. « Un
governo in grado di raccogliere un consenso adeguato in Parlamento», scrive l’ex premier. E l’elezione di un moderato come
Paolo Romani o di Roberto Calderoli alla Presidenza del Senato sarebbe funzionale all’obiettivo. Dalla Lega già mettono in guardia.
Se Berlusconi tira troppo la corda, allora anche un’ipotesi governo Di Maio- Salvini tornerebbe d’attualità («Non escludo nulla»,
risponde a specifica domanda Giorgetti a Radioanch’io). Oppure un governo di scopo per cambiare la legge elettorale, anche lì col
M5S, per renderla maggioritaria e schiacciare ancor più Fi sotto l’egemonia Salvini. Un vicolo cieco, insomma, per Berlusconi,
già alle prese con chi tra i suoi ( Toti e non solo) guarda all’opzione partito unico. Il capo della Lega intanto dà ragione al
presidente Mattarella sul fatto che «gli interessi degli italiani vengono prima di qualsiasi calcolo politico » e oggi riunisce i 127
deputati e 58 senatori per lanciare la sua sfida.
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