L'ATTUALE FASE STORICA DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE E IL RUOLO DEL DIRITTO AL SUO INTERNO CEMISS AI-R-01 - DOTT.SSA FLAMMIA MARZIA - DIFESA

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CENTRO ALTI STUDI                             CENTRO MILITARE
 PER LA DIFESA                                 DI STUDI STRATEGICI

                     Dott.ssa Flammia Marzia

      L’attuale fase storica della comunità
internazionale e il ruolo del diritto al suo interno
                 CeMiSS AI-R-01

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Sommario

ABSTRACT                                                                                                       3

L’UNIONE EUROPEA                                                                                               7

1. IDEE E PRECURSORI. PERCHÉ UN’UNIONE EUROPEA?                                                                7
2. IL PROCESSO DI ALLARGAMENTO E L’EUROPA A SEI                                                                9
3. IL DIFFICILE PROCESSO DI ADESIONE INGLESE                                                               13
4. IL SECONDO ALLARGAMENTO: GRECIA, SPAGNA, PORTOGALLO                                                     16
5. DOPO LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO                                                                      17
6. LE FONTI DEL DIRITTO DELL’UNIONE EUROPEA                                                                21

LA GLOBALIZZAZIONE E LA CIRCOLAZIONE DEI MODELLI GIURIDICI                                                 24

1. GLOBALIZZAZIONE VS REGIONALIZZAZIONE. EUROPA TRA SVILUPPO GLOBALE E LOCALE                              24
2. LE EURO-REGIONI                                                                                         26
A.   LE EUROREGIONI CHE COINVOLGONO L’ITALIA                                                               28
B.   INTERREG ADRION                                                                                       29
C.   INTERREG MED                                                                                          30
D.   INTERREG ITALIA-SVIZZERA 2007/2013                                                                    31
3. IL METODO DEL DIRITTO COMPARATO E LA SUA UTILITÀ NELLO STUDIO DEI FENOMENI GIURIDICI SU SCALA GLOBALE. LA
CIRCOLAZIONE DEI MODELLI.                                                                                  32
A.   LA COMPARAZIONE DELLE PRINCIPALI FAMIGLIE GIURIDICHE                                                  37
B.   UNIFICAZIONE DEL DIRITTO: L’EMERGERE DI NUOVI ATTORI SU SCALA GLOBALE                                 39

IL TRATTATO DI LISBONA PER UN’EUROPA PIÙ DEMOCRATICA. AZIONI (NON) ADOTTATE                                45

1. MANCANZA DI COORDINAZIONE TRA I PAESI                                                                   47
2. LA CRISI IN UCRAINA E LA REAZIONE DELL’EUROPA                                                           47

EUROPA 2020: LA STRATEGIA EUROPEA PER LA CRESCITA                                                          55

1. VALORI E POLITICHE COMUNI. LA POLITICA DI DIFESA, IL SECONDO PILASTRO UE                                55
2. POLITICHE DI INNOVAZIONE E POLITICHE DI SOLIDARIETÀ                                                     57

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A.   L’AZIONE EUROPEA PER IL CLIMA           58
B.   ENERGIA                                 59
C.   INNOVAZIONE E TECNOLOGIA                60
D.   LA POLITICA REGIONALE                   61
E.   LA POLITICA AGRICOLA COMUNE (PAC)       63
3. FUTURO ALLARGAMENTO UE                    65

CONCLUSIONI                                  71

BIBLIOGRAFIA                                 74

SITOGRAFIA                                   76

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Abstract

     Il lavoro svolto vuole concentrarsi sull’attuale fase storica della comunità
internazionale e sul ruolo rivestito dal diritto in un mondo in preda ai processi di
globalizzazione.
     Una particolare attenzione è stata prestata alle dinamiche avvenute nel quadro
europeo iniziando dal principio del processo d’integrazione, avviato dai Paesi del vecchio
continente nell’immediato dopoguerra, e proseguendo poi nell’analisi degli sviluppi che
hanno visto crescere il loro livello d’interconnessione.
     Lo studio parte da una panoramica delle diverse e antecedenti formulazioni da parte
di alcuni precursori dell’idea di “Europa unita”. Queste proposte hanno rappresentato le
basi cui i membri originari dell’Unione hanno fatto riferimento per avviare il processo di
integrazione. Un percorso lungo e accidentato che ancora oggi non può definirsi concluso
nonostante i progressi fatti e gli ostacoli superati. Attraverso l’analisi delle varie fasi che
hanno portato l’Unione Europea all’attuale numero di Stati membri, sono state messe in
luce debolezze e imprecisioni della Comunità, ma anche i meriti e punti di forza
rintracciabili nell’evoluzione della protezione dei diritti umani fondamentali e nella
diffusione del messaggio di democrazia perpetuato dai componenti dell’Unione, un
messaggio insito nella natura stessa dell’Europa e che ogni paese desideroso di entrarvi
deve accogliere ed esaltare.
     Si è pensato di non soffermarsi ad un ambito meramente storico, ma di estendere la
ricerca delineando e tracciando i processi giuridici che hanno reso possibile e portato
concretamente a compimento il processo integrativo europeo. Il riferimento qui è alle fonti
del diritto dell’Unione europea, vale a dire quei formanti giuridici che hanno contribuito a
plasmare l’apparato giudiziario di riferimento, fornendo agli Stati membri direttive da
seguire e disposizioni da adottare in ciascuno degli ordinamenti giuridici di riferimento.
     Il concetto stesso di frontiera che per secoli ha scandito guerra e pace assume, in
una società in preda al processo di globalizzazione, una valenza particolare nel campo
della cooperazione e appare stravolto, quasi dissipato in un vorticoso processo di osmosi
che coinvolge la società su tutti i livelli: culturale, economico, giuridico. I termini “globale” e
“regionale” hanno assunto una valenza nuova, inaspettata e rendono spesso difficile
distinguerne i limiti con chiarezza.
     Ne sono un esempio le euroregioni, fari nel campo della cooperazione e nella visione
transfrontaliera della società e tramite le quali l’Unione europea è divenuta una pioniera,
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avventurandosi in un ambito inesplorato come quello del diritto transfrontaliero.
Aumentando l’integrazione e il grado di interconnessione, il diritto non può rimanere
immutato, ma diviene quasi l’ordinamento di un istituzione effettivamente inesistente, un
diritto senza società. Ci si interroga e si cerca di dare una risposta al quesito: “esiste un
diritto che si possa definire globale?”. Il metodo comparatistico è divenuto, nel tempo, un
elemento imprescindibile nello studio delle varie realtà giuridiche partendo anche dal
presupposto che lo stato, un tempo unico detentore della sovranità e dell’iniziativa
legislativa, è oggi affiancato in questo da tutta una serie di istituzioni legittimate ad
interferire nei vari ordinamenti interni.
      Nel 2007 il Trattato di Lisbona auspica un approfondimento della capacità di azione
dell’UE tanto verso l’interno quanto verso l’esterno e vorrebbe rafforzare la legittimazione
democratica. Integrazione, cooperazione e valori comuni sono i grandi traguardi raggiunti,
ma molto deve ancora essere fatto come dimostrano le prospettive europee che hanno
prefissati obiettivi a lungo e/o lunghissimo termine. La difficile situazione economica degli
ultimi anni, l’arretratezza di alcune regioni, le più o meno velate ostilità con un vicino
ingombrante come la Russia, hanno messo in evidenza come manchi ancora una voce
corale che si sollevi dall’Europa in situazioni che coinvolgono l’attenzione dei grandi attori
dello scenario internazionale. Spesso le risposte sono ancora univoche e proprie dei
singoli membri della comunità, che gestiscono a loro discrezione il loro comportamento,
limitandosi a rispettare limiti e obblighi a loro imposti dal trattato di adesione alla Comunità.
      Se i risultati ottenuti sono molteplici, molti altri devono ancora essere raggiunti alla
luce delle nuove sfide che l’umanità si trova ad affrontare nel XXI secolo. L’Unione
Europea si è prefissata traguardi lontani, raggiungibili tramite l’adozione di politiche
comuni che tentino di risolvere problemi concreti come quello del sottosviluppo,
dell’inquinamento, dell’approvvigionamento energetico e alimentare nonché tutte le
dinamiche procedurali legate alla tutela dei diritti umani. Molto è stato fatto, dimostrando
che l’unione e la solidarietà possono realmente essere in grado di giocare un ruolo di
primo piano nei rapporti che disciplinano la società globale.
      In un futuro sempre più incerto, la storia sta dando ragione a tutte quelle menti
brillanti che hanno precocemente, e in maniera estremamente lungimirante, visto nel
processo di integrazione e di cooperazione, la via per una pace duratura e per una
maggiore forza a livello internazionale. L’unica soluzione possibile per affrontare problemi
di portata colossale che rischiano di compromettere gravemente quanto di buono è stato
ottenuto in milioni di anni di civiltà.

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Abstract

     The present study wants to focus on the actual phase of the international community
and on the role played by the law in a world in the grip of the globalization process.
     Particular attention has been paid to the dynamics of the European framework,
starting from the beginning of the European integration process – begun by the countries
of the Old Continent after the Second World War – and then analysing its development,
including the ever-growing interconnection among the Member States.
     The study starts with an overview of the different ideas of a united Europe developed
by intellectuals or politicians. These suggestions became the bases for the integration
process launched by the founding members of the European Union. The path was long,
difficult and it is not yet concluded, despite the undeniable progresses and the obstacles,
which have been overcome. Through the analysis of the several steps which have led the
European Union to the current number of Member States, the search want to underline
not only the weaknesses and mistakes of the Community, but also its merits and
strengths, such as the evolution of the protection of fundamental human rights and the
spreading of the message of democracy pursued by the members of the Union; these are
all messages intrinsic to the nature of Europe, and as such any country wishing to enter,
must embrace and enhance them.
     Special attention has also been paid to the examination of the legal processes that
have made the integration possible. These are the sources of EU law, which have
contributed to shape the legal apparatus of the Union by providing the States with
directives to follow and measures to implement in various fields of their domestic judicial
systems.
     We are now living in global society, where the concept of border – for centuries one
of the main causes of wars –, has taken on a different meaning, above all in the field of
the cooperation: at all levels of the society (cultural, economic, legal, etc.) it appears
twisted. Similarly, the terms "global" and "regional" now have a new and unexpected
value, so that it is often difficult to clearly distinguish the fuzzy dividing lines between their
meanings.
     The Euro-regions constitute a bright example of cross-border cooperation; through
them the European Union has ventured into an uncharted area of the law, thus becoming
a pioneer of the cross-border right. With the increase of both the integration and
interconnection, the law cannot remain as it is; nevertheless, it becomes the rights of an
inexistent institution, a law without society. This work tries also to answer to the following
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question: "Is there a law that can be termed global?". Starting from the assumption that
the State – once the only holder of both sovereignty and the right of legislative initiative –
has now to deal with a number of institutions authorized to interfere in domestic legal
systems, the comparative method has become, over time, an essential element in the
study of the various legal realities.
     In 2007, the Treaty of Lisbon wish for a deepening of the EU's ability to act inward as
well as outward; moreover, it hopes for a consolidation of the democratic legitimacy.
Integration, cooperation and common values are among the great achievements of the
European Union, but, as shown in the European perspectives, much remains to be done.
Both the tough economic situation and the underdevelopment of some regions, as well as
the masked hostility by and toward so a cumbersome neighbour as Russia is, have
highlighted the lack of a single voice rising up from Europe, above all in those situations
involving the attention of the big stakeholders of the international scenario. On the
contrary, the answers are often given separately by each of the members of the
community, who are merely inclined to comply with the restrictions and obligations
imposed them by the treaty of accession of the Community.
     The European Union has already achieved a great deal of successes, proving that
cohesion and solidarity can really be able to play a leading role in the relations governing
the global society. However, the path is still long, given the new challenges of the XXI
century. The European Union wants to reach a lot of complex and faraway objectives,
achievable only through a gradual acceptance of common policies which attempt to solve
concrete problems such as underdevelopment, pollution, energy supply and the protection
of human rights.
     With an increasingly uncertainty about the future, all those brilliant minds, who
understood the importance for a lasting peace and for greater strength at the international
level of both integration and cooperation, are proven right. These are the only feasible
solutions to face global problems, which seriously endanger all the good that had been
achieved in thousand years of civilisation.

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CAPITOLO 1

                                  L’UNIONE EUROPEA

     1. Idee e precursori. Perché un’Unione europea?

     Come ci insegna la corrente artistica e letteraria del neorealismo, i semi della
solidarietà sbocciano sempre a seguito di momenti particolarmente difficili per la storia.
Momenti in cui i crimini e le atrocità commesse giungono a vertici così alti da far sì che,
nella mente di chi è in grado di farlo, s’innesti la voglia, quasi il bisogno, di mettere le
proprie capacità a disposizione del progresso. Nel libro È tutta colpa dell’Europa (2014),
partendo da documenti personali, fotografie, lettere e appunti appartenuti alla sua famiglia,
Thierry Vissol, consigliere speciale media e comunicazione presso la Rappresentanza in
Italia della Commissione Europea, ha tentato di ricostruire il sentimento che animava i
soldati durante la prima guerra mondiale: sdraiati in trincee a pochi metri di distanza l’una
dall’altra, essi iniziarono a maturare la consapevolezza di non essere poi tanto diversi e di
come un futuro all’insegna della solidarietà e della pace fosse possibile, ma solo nel nome
dell’unità. “L’Europa nasce nelle trincee”, afferma l’autore, riassumendo con questa
espressione il contenuto dell’intero testo. Non è probabilmente un caso che gli stessi
uomini che combatterono per anni contro i regimi dittatoriali, divennero grandi uomini
politici decisi a superare gli odi e gli antagonismi nazionali al fine di porre le basi per una
pace concreta e duratura. Schumann, Adenauer, De Gasperi, Churchill sono solo alcune
delle personalità a impegnarsi concretamente per guidare i paesi in una nuova era
caratterizzata da solidarietà, da strutture comuni e garanzie che salvaguardino
l‘uguaglianza tra le nazioni.
     L’idea di creare un’ unione tra gli Stati d’Europa ha origini tutt’altro che recenti. Già in
occasione dei negoziati di pace di Utrecht del 1713, con il suo scritto Mèmoires pour
rendre la paix perpétuelle en Europe, l’Abate di Saint-Pierre auspicava la creazione di una
lega. Due le principali istituzioni previste dal religioso francese: un tribunale, incaricato di
risolvere eventuali controversie tra gli Stati, e un congresso con sede in una città libera,
volto a permettere continui contatti tra i membri dell’unione al fine di prevenire disordini e
problemi.
     Lord Lothian, nominato consigliere privato del primo ministro inglese Lyod George,
dopo aver constatato il fallimento della conferenza di Versailles del 1919, che avrebbe
dovuto porre fine non solo alla prima guerra mondiale, ma anche alla “guerra civile” tra gli
                                               7
Stati del vecchio Continente, dedicandosi allo studio delle relazioni internazionali, redasse
un saggio, Il pacifismo non basta. Nel 1935, rivolgendosi ad un pubblico ancora
inconsapevole della tragedia che si andava profilando, Lothian affermava:

“Alcuni di voi, senza dubbio, avranno pensato che la mia tesi, secondo la quale la
federazione di stati è il solo fondamento della fine della guerra e dell'affermazione del
regno della pace, sia del tutto accademica. Anche se oggi l'opinione pubblica è
probabilmente lontana dal pensare in questi termini, io credo invece che gli eventi stiano
portando questo tema in primo piano con incredibile velocità. Per me è inconcepibile che
si possa conservare ancora a lungo l'anarchia di ventisei stati in Europa e di oltre sessanta
nel mondo, mentre ognuno di essi continua ad alzare alle stelle le sue tariffe doganali
contro gli altri, ad armarsi fino ai denti e ad oscurare i cieli con aeroplani pronti a dirigere il
loro mortale potere di distruzione contro le popolazioni civili”1.

         Il solo progetto che avrebbe consentito di affrontare in modo costruttivo le
problematiche mondiali e di realizzare in modo definitivo e irreversibile la pace nel mondo
era, per Lord Lothian, la creazione di uno Stato mondiale federale, che in quanto tale,
avrebbe sottratto gli Stati al giogo dei rapporti di forza senza, tuttavia, cancellarne
l’individualità. A questa stessa idea s’ispirò Luigi Einaudi in alcuni articoli apparsi sul
Corriere della Sera, dai quali emergeva il suo convincimento circa la causa scatenante
della tensione internazionale: la situazione di anarchia che permea la comunità
internazionale. Il principio nazionale, quello che Einaudi chiama il “dogma dello stato” si
realizza nel potere “di dichiarare guerra e di firmare la pace” ed è “in contrasto insanabile
con l’idea della società delle nazioni”. A parere dell’illustre politico ed economista, quindi,
all’origine della guerra vi sarebbe la sovranità assoluta dello stato: “Sovra ogni altra cosa è
necessario distruggere le idee da cui la guerra è stata originata tra le quali […] quella del
dogma della sovranità assoluta dello Stato”2.
         Nel 1941 venne consegnato alle stampe il Manifesto di Ventotene. Per un’Europa
libera e unita ad opera di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, tutti accusati
di antifascismo e, per tale ragione, confinati nell’arcipelago Pontino. Il documento, tra i
principali ispiratori dell’attuale Unione europea, ipotizzava la creazione di un potere
federale, dotato di istituzioni proprie e di poteri effettivi, perlomeno in determinati settori
essenziali come l’economia o la politica estera. Pur dotati di un background culturale e
ideologico variegato, questi uomini concordarono sull’idea che, per ottenere la pace, gli

1
    Lord Lothian cit. Il pacifismo non basta.
2
    Rapone L. Storia dell’integrazione europea, Carocci, Roma 2002, p. 11
                                                                 8
Stati europei, rinunciando a parte della propria sovranità, avrebbero dovuto realizzare una
Federazione. Nel manifesto, presentando gli ideali di unione e solidarietà quali unici mezzi
per perseguire una pace duratura, si sosteneva:

“Tutti gli uomini ragionevoli riconoscono ormai che non si può mantenere un equilibrio di
Stati europei indipendenti con la convivenza della Germania militarista a parità di
condizioni con gli altri paesi” 3

        Jean Monnet, autore del celebre memorandum che ispirerà la dichiarazione
Schumann, dà voce concreta al sentimento solidaristico mostrando come sia
effettivamente possibile il superamento di vecchi rancori per il perseguimento di un fine
superiore. A pochi anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, mentre già, sotto
pressione americana, si parlava di un repentino riarmo tedesco al fine di riportare sulle
scene mondiali un’Europa forte da contrapporre al blocco sovietico. I risentimenti che
animano i francesi non sono distesi ne bendisposti verso i tedeschi e i ricordi degli anni
dell’occupazione sono ancora troppo vividi.
        Oggi come allora, il motivo basilare che fece da collante tra mentalità e culture non
solo estremamente diverse ma, alle volte, anche nemiche storiche di vecchissima data, è
quello della solidarietà e della consapevolezza della forza derivante dall’unione.

        2.    Il processo di allargamento e l’Europa a sei

        Citando le parole del Commissario Europeo Ŝtefan Füle: «la politica di allargamento
dell’UE contribuisce alla sicurezza e alla stabilità dell’Europa; ci consente di diventare più
forti e di promuovere i nostri valori e permettere all’Europa di svolgere il suo ruolo di
protagonista sulla scena mondiale». L’allargamento porta vantaggi tanto alla comunità
quanto ai nuovi stati che ne entrano a far parte. Inoltre, contribuisce alla sicurezza ed alla
prosperità dell’Europa promuovendo la democrazia, le libertà fondamentali e lo Stato di
diritto. A livello economico l’adesione al mercato unico porta a benefici considerevoli,
come l’acquisto di beni di consumo più sicuri e prezzi più bassi.
        La seconda guerra mondiale si conclude lasciando un continente devastato con in
eredità un clima di generale tensione. Tuttavia la risposta non sarà trovata nella chiusura
in isolazionismi serrati come era avvenuto in passato, ma furono in molti a vedere l’unione

3
    G. Ternaviso, Pionieri d’Europa: dai precursori ai padri fondatori, Armando Editori, Roma 2009 p. 121
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quale unico mezzo per la rinascita e il mantenimento di un equilibrio internazionale che
d’ora in avanti non sarebbe più dovuto essere turbato.
     Protagonista dello scenario continentale è ancora una volta la Germania. La sua
capitale, Berlino, è diventata l’emblema della nuova divisione mondiale articolata sulla
dicotomia Democrazia-Socialismo che caratterizza quelli che saranno gli anni della
“cortina di ferro” e che detteranno le regole della vita economica e politica mondiale per
quasi un ventennio.
     Nel nuovo scenario continentale, un ruolo di rilievo fu svolto dagli Stati Uniti,
desiderosi di affermare la propria influenza politica, economica e culturale sugli Stati del
vecchio continente. Nella primavera del 1946 Churchill rivolge agli Stati Uniti un importante
appello per la difesa della democrazia in Europa, dettato dai dati che vedono quella
americana come la più potente economia al mondo in un momento definito da Churchill
“solenne per la democrazia americana poiché la supremazia è una grave responsabilità
per l’avvenire”. La Richiesta che volge agli Stati Uniti è resa tanto più urgente dalla
situazione in cui versa una Gran Bretagna uscita talmente stremata dal conflitto da non
avere più incidenza sulle sorti della politica mondiale. Fin dal 1943 gli Stati Uniti avevano
sostenuto il maggior peso degli aiuti UNRRA rivolti alle popolazioni colpite dalla guerra,
organismo che rappresenta uno dei migliori esempi di collaborazione internazionale,
appoggiata     attivamente     da    paesi     comunisti    e     non.    In    uno     storico
discorso, Truman ribadisce la necessità di liberare l`Europa dalla miseria e dal bisogno per
fermare l`avanzata del comunismo e un’ Europa economicamente rinnovata sarebbe stata
in grado di controbilanciare la potenza del blocco orientale. Vigevano quindi ragioni
umanitarie mescolate al calcolo politico.
     Pochi giorni prima del blocco di Berlino, e dell’ufficiale chiusura della fase diplomatica
della guerra fredda, il congresso americano sancisce la necessità di legarsi stabilmente ad
altri paesi occidentali in un alleanza militare. Dopo il trattato di Bruxelles, con il quale
nasce l’Unione Occidentale, gli stati firmatari aderiscono al Patto Atlantico nel 1948
attraverso il quale accettano l’influenza culturale americana in cambio dell’inclusione
nell’“ombrello atomico” americano.
     Il 2 aprile del 1948 il Congresso degli Stati Uniti approva il Piano Marshall, che
testimonia l’ interesse americano nella creazione di un Europa unita poiché in un primo
momento gli aiuti in questione erano rivolti all’Europa nel suo insieme. Diventa quindi
necessaria la creazione di un organizzazione che gestisse tali risorse. Scopo ultimo era
proprio quello di utilizzare l’unione al fine di prevenire i conflitti e favorire lo sviluppo
tramite la creazione di un sistema economico integrato. La risposta degli stati europei
                                                 10
arriva nel 1948 con la Conferenza di Parigi che porterà all’approvazione del Piano
Marshall con la disposizione di circa 13 miliardi di dollari erogati dal ’48 al ’51. Da parte
loro, sedici Stati Europei4 dettero vita all’Organizzazione Europea per la Cooperazione
Economica (OECE), con sede a Parigi al fine di coordinare gli aiuti in questione. La
Francia, sostenuta dall’Italia, favoriva l’idea di un’integrazione economica duratura, che
comprendesse           anche       l’unione      doganale.        Bevin,      invece,      preferiva      procedere
nell’emulazione delle classiche organizzazioni internazionali ed era contrario ad ogni
forma di unione doganale, preferendo continuare a favorire i suoi rapporti con il
Commonwealth. A prevalere fu l’impostazione britannica e l’OECE non si scosta dai
tradizionali modelli di cooperazioni raggiunti in passato. Tuttavia un piccolo passo nel
campo dell’integrazione si verificò con la creazione del UEP, Unione Europea dei
Pagamenti, un sistema multilaterale dei pagamenti internazionali.
       In questo contesto l’interesse di molti intellettuali e uomini politici è rivolto al processo
di integrazione, come testimonia la nascita di diversi movimenti dal basso che si
affiancano all’opera dei governi. Tali movimenti seppero mobilitare l’opinione pubblica a
favore dell’integrazione e influenzare in senso integrazionista il ceto politico conseguendo
anche notevoli successi5. L’orientamento dei movimenti in questione era di natura: politica
con diversi orientamenti ideologici che andavano da quello democristiano con Nouvelles
Equipes Internationales a socialista con Mouvement pour les Etas-Unis d’Europe,
economica con la Lega Europea di Cooperazione Economica di tendenza liberale e volta
alla liberalizzazione degli scambi, culturale, professionale. Il 1948, infatti, è anche l’anno
che vede la prima grande riunione di “europeisti”, appartenenti a correnti di pensiero
spesso molto diverse, accomunati dalla volontà di unione.
       Ad avere un ruolo centrale in tale contesto, è ancora una volta, la Francia che si
trova a fare i conti con un mai pacato sentimento di rancore e ostilità nei confronti della
Germania e teme un suo riarmo. Il paese appare particolarmente indebolito dalle
conseguenze della guerra fredda. Mai nella sua lunga storia la Francia ha dovuto subire le
conseguenze di una chiara inferiorità politica. Difficile è anche la situazione dell’impero
coloniale      in progressiva decadenza che, anzi, accentua la dipendenza francese dal
mondo anglosassone. Con la nascita della Repubblica Federale Tedesca nel 1949 e la
fine del blocco di Berlino manca veramente poco alla restituzione dell’autonomia e si inizia
già a parlare della partecipazione della Germania nell’alleanza occidentale. La Francia,

4
  Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo,
Regno Unito, Svezia, Svizzera, Turchia e a partire dal 1949 anche la Germania Ovest
5
  A. Morelli, op.cit, p. 47
                                                               11
resasi conto di non poter ostacolare in eterno il riarmo della Germania, adotta una
strategia diversa che gli permette di ritrovare l’iniziativa perduta. Sulla base dei disagi
appena esposti viene ideato, da Monnet, un piano che prevedeva di porre la produzione
franco-tedesca del carbone e dell’acciaio sotto un autorità comune, in un organizzazione
aperta all’adesione di nuovi membri. Tale azione avrebbe assicurato la creazione
immediata di basi comuni di sviluppo economico, prima tappa del percorso che per
Monnet, avrebbe dovuto portare alla Federazione europea. Dalle iniziative diplomatiche
avviate con la dichiarazione Shumann nasce nel 1951 con il Trattato di Parigi la Comunità
europea del carbone e dell’acciaio ad opera dei sei stati che avevano risposto
positivamente all’appello francese: Belgio, Germania, Lussemburgo, Italia e Paesi Bassi.
Questo rappresenta per molto il più alto livello di integrazione raggiunto dai paesi
continentali.
     Dopo la disdetta del secondo grande progetto europeo, la Comunità Europea di
Difesa (CED), un nuovo rilancio venne messo in atto da Italia e dai Paesi del Benelux nella
conferenza di Messina, dando corpo a quello che in futuro verrà definito proprio “spirito di
Messina”. Qui viene decisa la creazione di un comitato di tecnici, sotto la guida del politico
belga Spaak, con il compito di redigere gli statuti di due comunità. La prima, la CEE,
prevede l’unione doganale come premessa indispensabile per avviare l’integrazione
economica, l’eliminazione degli ostacoli agli scambi all’interno della CEE e l’istaurazione di
una tariffa doganale esterna comune. Al fine di migliorare l’integrazione erano poi previste
diverse politiche comuni da portare avanti a livello europeo. La seconda comunità
prevede, invece, la cooperazione tra i sei paesi nel campo dello studio e della ricerca
dell’energia atomica. Occorre infatti trovare una fonte di energia che permetta all’Europa di
emanciparsi e di ridurre la sua dipendenza energetica. Tale unione è sostenuta soprattutto
dalla Francia in quanto in questo modo avrebbe potuto dividere le spese per lo studio sul
nucleare ad uso civile con i suoi partner europei, concentrando gli investimenti nello studio
atomico a scopo militare.
     Il 1 gennaio 1958 viene ufficialmente avviata l’attività istituzionale di CEE e CEEA,
anno che coincide con la crisi in Algeria che scuote una stanca quarta repubblica francese
e che vede il ritorno al potere del generale De Gaulle, chiamato proprio per risolvere la
situazione. Egli resterà al potere per più di un decennio e non deluse le aspettative dei
suoi partners ratificando i trattati e tenendo fede agli impegni presi.

                                                  12
3. Il difficile processo di adesione inglese

         Al momento della creazione delle due comunità il concetto di sovranità appare
diverso in Inghilterra e sul continente. Se nei paesi continentali l’idea di sovranità è
screditata, in Inghilterra la guerra ha lasciato un ritrovato senso di nazionalismo esaltato
dall’alleanza con gli USA6. In questo particolare momento storico è al governo il partito
laburista, sospettoso nei riguardi delle politiche continentali, tradizionalmente conservatrici
e cattoliche. Una delle principali preoccupazioni di questo governo è legata ai rapporti con
il Commonwealth, simbolo del potere e della grandezza dell’Inghilterra, il quale continua a
mantenere i suoi legami con la madrepatria rappresentando uno sbocco sicuro per i
mercati inglesi. Questa situazione spiega, in parte, la reticenza britannica verso il progetto
europeista.
         Tuttavia l’assenza di un serio tentativo di pianificazione sovranazionale del
Commonwealth indeboliva progressivamente il sistema delle frontiere e la crisi di Suez
non farà che sottolineare l’ormai inadeguatezza di Francia ed Inghilterra di fronte ai due
giganti dello scenario mondiale. Gli interessi inglesi si scontrano, così, con quelli della
Francia di De Gaulle che ha rafforzato notevolmente i suoi rapporti con gli altri sei.
         Gli Stati Uniti, che nel frattempo sono passati alla presidenza Kennedy, manifestano
un sempre maggiore interesse verso il progetto CEE incitando anche il Regno Unito ad
aderire. D’altra parte se l’unione politica stentava ad affermarsi tra i sei membri, quella
economica stava dando i primi risultati rendendo la zona della CEE uno dei mercati più
floridi al mondo. Progressi sul fronte della sovranazionalizzazione delle istituzioni non
erano stati fatti e paradossalmente si stava andando a realizzare quello che era sempre
stato il progetto di Europa all’inglese senza l’Inghilterra, ossia un Europa confederale.
         Il timore di De Gaulle non tarda a manifestarsi ed è legato soprattutto alla strettezza
del rapporto tra Inghilterra e Stati Uniti i quali, effettivamente, temono la visione gaullista
dell’Europa.
         De Gaulle è convinto che la difesa della Francia dovesse essere svincolata da
qualsiasi giogo sovranazionale e che il sistema dei blocchi fosse qualcosa di innaturale, da
eliminare. Ecco perché De Gaulle insiste affinché anche la Francia si doti della bomba
atomica. Non è una novità la mancanza di fiducia del Generale verso l’America,
soprattutto dopo che la presidenza americana aveva visto il passaggio dalla rappresaglia

6
    B. Olivi, R. Santaniello, Storia dell'integrazione europea, Il Mulino 2010. Pag. 37

                                                                    13
massiccia di Eisenhower, alla risposta flessibile di Kennedy non fece che aumentare i
timori in questo contesto del generale.
     Se in un primo momento De Gaulle prende in considerazione l’idea di un direttorio a
tre con USA e UK che avrebbe gestito lo scenario europeo, dopo il rifiuto da parte delle
due potenze da inizio ad una serie di progetti volti a realizzare la sua idea di Francia, un
idea che la vedeva protagonista nel continente e nel mondo.
     In ogni caso le trattative di adesione inglese si aprirono il 10 ottobre 1961 a Parigi,
per poi proseguire a Bruxelles. La delegazione britannica, guidata da Heath manifestò
subito i principali timori inglesi, legati soprattutto ai rapporti con il Commonwealth,
l’agricoltura e la difesa. Londra, pur decidendo di entrare in Europa, non intendeva
indebolire i suoi rapporti con gli altri due cerchi della politica estera, USA e
Commonwealth. Esisteva poi il problema legato alla presenza dei dazi doganali per i
prodotti comunitari, più alti in Inghilterra.
     Nasce in Francia in questo contesto l’idea di creare una commissione ad hoc,
presieduta da Fouchet, con l’incarico di redigere un piano per dare forma istituzionale alla
volontà di unione politica, nettamente ridimensionata rispetto a quelli che erano gli ideali
monnetiani. I lavori si protraggono fino al 1962 e si intrecciano con quelli che erano i
lineamenti basilari della PAC, prevista già dai trattati di Roma. Il piano Fouchet presenta il
risultato dei suoi lavori in quello stesso anno e l’elemento che risultò di difficile
accettazione da parte dei federalisti europei era quello legato alla decisione all’unanimità.
Belgio e Olanda temono più di altri un’ Europa dominata dal Franco e subordinano
l’accettazione del piano Fouchet all’ingresso inglese nella comunità che avrebbe
permesso un riequilibrio della situazione.
     Tuttavia De Gaulle continua a temere che gli Stati Uniti utilizzino il Regno Unito come
porta d’accesso per le questioni europee, e in una clamorosa conferenza dichiara il proprio
veto all’ingresso inglese nelle comunità senza, peraltro, aver consultato i suoi partner
continentali. La politica estera della Francia si basa, ora, sul nuovo legame franco tedesco
e sul metodo della sincronizzazione, che permette di raggiungere accordi parziali tra
Francia e Germania, evitando di occuparsi di problemi globali. Tuttavia tale partnership
rischia di mettere in discussione la Commissione che assume un iniziativa politica con
Hellstein alla presidenza. La sua proposta mira alla sopranazionalità e, in realtà non fa che
proseguire su quell’asse funzionalista desiderata da Monnet. Punto di partenza fu la PAC
con la proposta di un regolamento del finanziamento del fondo comune agricolo,
proseguendo poi al progressivo trasferimento alla comunità dei dazi doganali e dei prelievi
agricoli sulle importazioni dei paesi terzi, assicurando così delle risorse proprie alla
                                                 14
comunità e l’attribuzione alla commissione stessa del potere di proporre direttamente al
consiglio imposte comunitarie.
     La reazione di Parigi produce quella che verrà ricordata come la “crisi della sedia
vuota”, una delle peggiori crisi diplomatiche mai affrontate in seno ad un Organizzazione
internazionale, che vede i rappresentanti della delegazione francese boicottare le sedute.
Ora, lo statuto non prevede l’eventualità che uno dei membri non si presentasse, pertanto,
non possono essere adottate sanzioni. Data la mancanza di risultati ottenuti e le elezioni
incombenti in Francia, il presidente permette il raggiungimento del “compromesso di
Lussemburgo”.
     È in questo momento che la Gran Bretagna, guidata dai Laburisti, fa nuovamente
domanda di adesione alla CEE. Il primo ministro Wilson si trova a fronteggiare una crisi
economica gravissima che lo convince dell’ormai completa inefficacia dell’EFTA,
portandolo a preferire una ripresa della politica di adesione alla CEE. La Francia tuttavia
afferma nuovamente la propria opposizione che lascia ancora una volta UK, Danimarca,
Norvegia e Irlanda fuori dalla Comunità. Il successore di De Gaulle, Pompidou, seppur
gollista dimostrò voglia di rilancio nell’ambito comunitario. Si rende conto della necessità di
uscire dal vicolo in cui la politica marcatamente antiamericana di De Gaulle aveva portato
il paese
     I negoziati per l’allargamento della CEE hanno inizio nel 1970 e ancora una volta i
punti chiave della discussione sono i rapporti inglesi con il Commonwealth che vengono,
in parte, sacrificati. A facilitare il processo di allargamento, poi, c’era la convergenza di
opinioni a proposito di un’ Europa confederale che univa i leader dei due paesi
protagonisti, Francia e Inghilterra. Il clima generale era profondamente cambiato rispetto a
quello che aveva visto le due precedenti proposte di adesione. Ormai le politiche comuni
erano state avviate e non c’era più la possibilità di rinegoziarle.
     L’allargamento venne sottoposto a referendum in tutti i paesi membri e candidati e
diedero esito negativo solamente in Norvegia. La CEE passa così da sei a nove membri,
spostando il baricentro comunitario decisamente più a nord e annullando l’equilibrio
geopolitico che aveva caratterizzato la comunità a sei.

                                                  15
4.    Il secondo allargamento: Grecia, Spagna, Portogallo

        Nello stesso periodo, hanno luogo diversi cambiamenti nello scenario politico
continentale che mettono in moto pressioni verso l’Europa comunitaria.
        Già da diverso tempo gli Stati membri delle comunità hanno avviato degli accordi di
associazione con paesi meno sviluppati con lo scopo di aiutarne le economie e di
permetterne, in futuro, l’adesione. Tali accordi contemplano forme di cooperazione
commerciale, liberalizzazione degli scambi, assistenza allo sviluppo e l’istituzione di un
organo comune composto da rappresentanti della CEE e del paese associato 7. La Grecia
era stato il primo paese a richiedere l’associazione, l’8 giugno del ’59. Firmato due anni
dopo, l’accordo entrava in vigore nel 1962, tuttavia il colpo di stato militare del 21 aprile
1967 aveva portato al congelamento del trattato di associazione. Nel 1974 termina il
regime dei colonnelli in Grecia che nel 1975 con Karamanlis presentava domanda di
adesione, sottolineando la volontà di consolidare la neo democrazia entrando nella CEE.
        I negoziati riprendono nel febbraio 1976 e si presentano da subito molto difficili, dal
momento che l’opinione espressa dalla Comunità sull’adesione della Grecia era in gran
parte negativa; l’economia greca e il suo sistema politico ed amministrativo, infatti, non
erano giudicati ancora adeguati. Nonostante ciò, il trattato fu ufficialmente firmato il 28
maggio 1979 e, dopo la ratifica di tutti gli Stati membri, portò all’ingresso ufficiale nella
CEE a partire dal 1981.
        Gli altri due paesi candidati all’adesione in quel periodo sono Spagna e Portogallo.
Nel 1974 termina la dittatura fascista di Antonio de Oliveira Salazar in Portogallo, e una
volta affermatosi il governo democratico di Soares viene presa in seria considerazione la
presentazione di una domanda di adesione. Stessa situazione si ritrova in Spagna dopo la
morte del generale Francisco Franco. Con il Portogallo i negoziati hanno inizio nel 1978,
mentre con la Spagna nel 1979 ed i trattati di adesione vennero firmati, non senza
difficoltà, a Madrid e a Lisbona nel 1985 per poi decretare l’ufficiale passaggio da dieci a
dodici l’anno seguente.
        In Spagna è un momento delicato che vede l’opinione pubblica animata da un forte
sentimento europeista che coinvolge anche molti uomini politici. Si registra un consenso
senza precedenti che viene visto, dopo anni di dittatura, come un processo di
democratizzazione. Le reticenze che avevano accompagnato l’adesione dei paesi iberici
era legata soprattutto alla situazione economica nella quale vertevano e all’arretratezza

7
    Ibidem p. 191
                                                   16
che dimostravano, avendo una moneta debole, un inflazione alta ed un PIL basso che
avrebbe, inevitabilmente, inciso sulla spesa comunitaria. I problemi da superare per
aderire erano notevoli e legati soprattutto alla produzione agricola della Spagna. Tuttavia il
sentimento spagnolo è chiaro e come citavano all’epoca molti quotidiani “la Spagna è già
in Europa” come a sottolineare le forti speranze e le aspettative che si nutrivano a questo
proposito. In occasione della firma del trattato di adesione il ministro degli esteri riassume
in poche righe il sentimento generale del paese: «La Spagna, con l’adesione alla
Comunità Europea, ha acquisito una nuova posizione internazionale che le permetterà di
agire con maggiore efficacia. La democrazia spagnola ne è uscita rafforzata e sarà ora
possibile svilupparla nel senso avanzato che invoca la nostra Costituzione. La libertà
economica che la Comunità rappresenta è molto importante, per stimolare la produttività e
la capacità di innovazione del nostro paese, così come lo sono le garanzie sociali che
essa offre al fine di rafforzare il sentimento solidale della società spagnola» 8. Con
l’ingresso nella comunità la Spagna usciva dal suo isolazionismo e immetteva i suoi
prodotti sui mercati comunitaria. L’adesione fu rapida anche a livello pratico con una
dinamica trasformazione di un’ economia statalizzata, protetta e scarsamente competitiva
in un economia aperta e modernizzata. I dubbi e le reticenze degli altri stati membri
vennero quindi presto abbandonati alla luce del contributo e dell’entusiasmo dimostrato
dai nuovi partecipanti alla CEE.

         5.     Dopo la caduta del muro di Berlino

         Il 9 novembre 1989 cade il muro di Berlino, 28 anni dopo la sua costruzione,
decretando la fine di un periodo storico del quale era stato l’emblema. La divisione del
sistema dei blocchi, la caduta di quella cortina di ferro scesa sull’Europa dopo il secondo
conflitto mondiale apriva adesso molteplici possibilità per i paesi posti sotto il regime
socialista e per quelli che fino ad ora avevano scelto la strada della neutralità.
         Agli inizi degli anni 90 gli Stati in quest’area erano 9: Finlandia, Polonia,
Cecoslovacchia, Ungheria, Iugoslavia, Bulgaria, Romania, Albania e Grecia. In soli tre
anni il loro numero passerà a 20 con la nascita di nuovi stati nati dalla disgregazione di
Cecoslovacchia e Jugoslavia: Repubblica Ceca, Slovacchia, Serbia-Montenegro, Bosnia-
Erzegovina, Croazia, Slovenia, Macedonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Bielorussia,

8
    Ibidem sito internet.
                                                  17
Ucraina, Moldavia. Il numero sale a 21 con la rottura della fragile unione di Serbia e
Montenegro e ancora a 22 con la secessione tra Kosovo e Serbia9.
        In un’intervista al professor Sabatucci, storico dell’età contemporanea, andata in
onda su Rai Storia, viene analizzato attentamente come, dalla caduta del muro si è
verificata una vera e propria affluenza dei paesi dell’Europa orientale verso la Comunità,
che ha rappresentato, per queste popolazioni, un traguardo e una sicurezza per
scongiurare un ritorno al passato.
        Nella metà degli anni 80 il gigante sovietico entra in crisi. Brežnev guida il paese
ormai da 20 anni, ma iniziano a profilarsi i venti di una grave crisi economica. Secondo gli
esperti, Mosca spende ogni anno circa il 25% del PIL in armamenti, una cifra onerosa che
non fa che aggravare la stagnazione e che porta alcuni a temere che non sia finito il sogno
ambizioso di un’espansione mondiale del blocco socialista. Sono presenti tutti i
presupposti per far credere che l’ideologia comunista, che aveva unito saldamente paesi e
culture diverse, sia in difficoltà a sostenere il passo con la modernizzazione. Molte
fabbriche restano chiuse per mesi a causa dell’assenza di risorse mentre il mercato nero
prospera, colmando le lacune che lo Stato lascia nei bisogni della popolazione. L’unico
motore che traina l’economia del paese è rappresentato dall’esportazione del petrolio che
tuttavia risente, a partire dal ’71, della diminuzione del prezzo del greggio.
        Il professor Sabatucci prosegue sostenendo che furono solo poche le voci di studiosi
che percepirono i venti di crisi e la reale gravità della situazione in URSS. La salita di
Gorbaciov al potere viene accolta con favore in Occidente, a differenza di quanto accade
all’interno del suo paese; non tanto a causa delle riforme che apporta ma per via della
decadenza sul piano internazionale che si trova ad attraversare il paese.
        Nell’estate del 1989 ella Germania Est ha inizio la crisi politica e sociale che porterà
alla caduta del muro di Berlino. Gorbaciov è segretario del PUCS da quattro anni e
l’atteggiamento del Cremlino nei confronti dei paesi satelliti inizia a mostrare segnali di
cambiamento. Nel luglio 1989 Ungheria e Cecoslovacchia aprono le frontiere con l’Austria
e migliaia di tedeschi della Germania Est accorrono alle ambasciate della Germania
Occidentale di Praga e Budapest per avere il lasciapassare per l’occidente. In occasione
della celebrazione per i 40 anni della Repubblica Democratica Tedesca, la popolazione
inizia a manifestare apertamente il suo favore per Gorbaciov, anch’egli presente, e il suo
malcontento verso l’immobilismo del governo nei confronti della sofferenza della
popolazione della Germania Est. Il 7 Novembre cade il governo e il ministro della
propaganda, annuncia quasi alla leggera, un provvedimento che sarebbe entrato in vigore
9
    Rapone L., Storia dell’integrazione europea, Carocci, Roma 2002 p. 219
                                                          18
solo il giorno successivo sulla libertà d’espatrio e che avrebbe sancito la fine del sistema
dei blocchi. Era caduto il muro di Berlino, facendo si che, nei mesi successivi, molti paesi
si avviino alla democrazia. Nel giro di tre anni crollarono 9 dittature comuniste, compresa
l’Unione Sovietica, confermando la fragilità di un sistema che si teneva insieme solo in
nome del terrore della repressione sovietica.
         L’immagine dell’Europa del benessere allontana questi paesi dal regime comunista,
e li avvicina allo stile di vita che anni di progetti e il mercato comune hanno portato. Le
difficoltà non mancano poiché l’arretratezza economica non può essere recuperata in
pochi giorni, tuttavia trainati dall’ondata d’euforia del momento i paesi in questione
confermano come leaders politici uomini affini a questa visione. I nuovi premier orientali
cercano l’appoggio delle democrazie occidentali non solo per aiuti economici e appoggi
politici, ma anche per consolidare un cambiamento avvenuto in modo repentino.
         Nel maggio 1990 viene istituita la Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo, i
cui maggiori azionisti erano la CEE e i suoi membri. Scopo ultimo era quello di agevolare
la transizione dei paesi orientali verso l’economia di mercato. L’anno successivo
Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria10 firmano gli accordi europei che saranno poi
sottoscritti da tutti i paesi ex-socialisti. Gli accordi prevedevano la liberalizzazione
commerciale e una più stretta cooperazione in previsione della futura adesione.
L’Interesse europeo per l’avvicinamento di questi paesi è di natura tanto economica
quanta politica: da una parte si spera di ampliare il mercato e trovare nuovi sbocchi in
questi paesi con i quali i rapporti erano stati, fino ad ora, nulli. D’altra parte l’interesse
politico è minato dalla preoccupazione per l’arretratezza in cui vertevano tali paesi, che
avrebbe spinto molti lavoratori ad emigrare verso zone di maggiore benessere
compromettendo la stabilità sociale, indebolendo i governi democratici e innescando
risentimenti nazionalistici che la Comunità Europea non poteva permettersi ne tollerare. Il
problema della balcanizzazione, infatti, era incalzante e scaturito dalla mancanza
dell’egemonia sovietica che finora li aveva limitati.
         Le prime domande ad essere accolte ed analizzate sono quelle di Austria, Finlandia,
Norvegia e Svezia in quanto si trattava di nazioni democratiche e con un buon tenore di
vita che avrebbe permesso di accrescere le risorse comunitarie. I negoziati iniziano nel
1993 e due anni dopo Austria, Finlandia e Svezia entrano nell’UE. In Norvegia ancora una
volta il referendum boccia la ratifica con una maggioranza del 52% 11. Si accentua il
problema del meccanismo decisionale e tutti i problemi che vedono coinvolta la mentalità

10
     Gli stati più avanzati dal punto di vista economico.
11
     Ibidem, p. 237
                                                            19
da paesi neutrali che i nuovi arrivati avevano adottato fino a questo momento. Essi, infatti,
si dimostreranno più interessati agli aspetti intergovernativi e meno a quelli sovranazionali
e nutriranno ancora per diverso tempo dei dubbi in merito alla PAC mentre saranno ben
disposti verso la politica sociale e la difesa ambientale.
         Nel 1992 viene firmato a Maastricht il Trattato sull’Unione Europea (TUE) che entrerà
in vigore l’anno successivo con lo scopo di rafforzare la posizione internazionale della
comunità. I paesi firmatari intendevano consolidare ed approfondire i traguardi raggiunti
con la firma dell’Atto Unico Europeo del 1986 che costituisce la prima modifica sostanziale
del trattato che istituì la Comunità Economica Europea (CEE). Si decide quindi di
convocare due conferenze intergovernative: una rivolta all’UEM e l’altra all’Unione Politica.
         Emerge la volontà di lasciare momentaneamente in secondo piano l’unione
monetaria e precedere in direzione di una concreta integrazione politica. Si tratta di una
nuova tappa raggiunta nel processo di unificazione, ed è lo stesso testo del trattato a
definirlo tale: «una nuova tappa nel processo di creazione di un’unione sempre più stretta
tra i popoli dell’Europa».
         Nel 2000 a Nizza12, l’Europa dei 15 si dimostra favorevole all’integrazione con i
popoli dell’Est e nel 2004 entrano nell’UE: Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Slovenia,
Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania mentre Bulgaria e Romania devono attendere il
2007 per la mancanza dei requisiti necessari richiesti dalla Commissione Europea. Tale
trattato, preceduto da quello di Amsterdam, ha lo scopo di apportare delle riforme che
permettano il funzionamento delle istituzioni comunitarie anche dopo l’allargamento che ha
visto i membri passare da 15 a 27.
         Ultimo paese ad approdare nella Comunità è la Croazia nel 2013 mentre restano in
attesa Serbia e Montenegro e Macedonia.
         Il percorso di allargamento dell’UE non è stato facile e immediato come si pensava,
alla luce del fatto, poi, che in quegli anni si andavano percorrendo due strade per
raggiungere         due     traguardi       non   necessariamente   dipendenti   l’uno   dall’altro:   il
consolidamento delle strutture comunitarie e l’allargamento della comunità con
l’avvicinamento di culture e realtà spesso molto diverse tra loro. Se in un primo momento
l’Europa viene vista come una realizzazione, oggi non mancano ripensamenti alla luce
delle difficoltà odierne e addirittura idee secessioniste.

12
     Trattato entrato in vigore nel 2003.
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6. Le fonti del diritto dell’Unione europea

        Diverse sono le fonti alle quali s’ispira l’ordinamento giuridico dell’Unione Europea. Ai
sensi dell’art.1 della versione consolidata del Trattato sul funzionamento dell’Unione
Europea del 2007 esso si configura come base sulla quale si fonda l’Unione Europea. I
due trattati hanno pari valore giuridico e rappresentano, quindi, le fonti primarie
dell’ordinamento. Ad essi si affiancano i protocolli e gli allegati dei trattati.
        Dal 2006, in seguito alla disposizione della Corte del 28 novembre, causa C/413/04,
Parlamento c. Consiglio, anche gli atti di adesione dei nuovi membri sono da considerarsi
fonti di diritto primario.
        Vi sono poi le fonti considerate di diritto derivato, ossia quelle previste nei trattati,
specialmente nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, rappresentate dagli atti
obbligatori che l’Unione europea può emanare. A testimonianza di questa gerarchia vi è
l’art. 263, 2° comma TFUE che presenta come causa di invalidità degli atti dell’unione
proprio la violazione dei Trattati sopracitati. Tra le fonti di diritto derivato non esiste una
gerarchia o un ordine preciso sia che si tratti di ordinamenti di carattere generale, come i
regolamenti, sia che si tratti di atti con destinatari precisi, come le decisioni.
        Vi sono poi altre fonti che l’ordinamento dell’Unione europea segue, come quelli
derivanti dagli accordi stretti dall’UE con stati terzi o con le organizzazioni internazionali.
        I trattati restano, a tutti gli effetti, accordi internazionali soggetti, pertanto, alle regole
di diritto internazionale generale in materia di applicazione, validità ed efficacia. Tuttavia
nel caso dell’Unione Europea ne rappresentano anche la “costituzione”, come viene
espresso dal parere 1/91 del 14 dicembre 1991, relativo al progetto di accordo tra la
comunità ed i paesi dell’Associazione europea di libero scambio relativo alla creazione
dello spazio economico europeo:

        Il Trattato CEE, benché sia stato concluso in forma di accordo internazionale,
costituisce la carta costituzionale di una comunità di diritto 13.

        Il carattere costituzionale dei trattati dell’Unione Europea è reso ancora più
pregnante dal fatto che gli Stati aderenti hanno rinunciato, tramite essi, a parte della loro
sovranità dando vita ad un ente sovranazionale che riconosce come soggetti non soltanto
gli Stati in questione ma anche i loro cittadini.

13
     U.VILLANI, Istituzioni di Diritto dell’Unione europea, 2°edizione, Cacucci editore, Bari 2010. P. 229.
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Il carattere dei trattati si riflette nell’interpretazione che gli viene data. La Corte di
Giustizia ha sviluppato una notevole libertà interpretativa, dando luogo alla teoria dei poteri
impliciti che consentirebbe all’unione e alle sue istituzioni di adottare non solo i poteri
espressamente previsti dai trattati ma anche tutte le disposizioni necessarie per realizzare
i fini espressi dall’Unione. La Corte ha poi applicato un metodo storico od evolutivo che
terrebbe conto dello stadio di evoluzione del diritto in questione14, partendo dal
presupposto della mutevolezza del contesto internazionale. A questo proposito la
sentenza del 6 ottobre 1982, causa 283/81, CILFIT, afferma:
      Ogni disposizione di diritto comunitario (oggi dell’Unione europea) va ricollocata nel
proprio contesto e interpretata alla luce dell’insieme delle disposizioni del suddetto diritto,
delle sue finalità, nonché del suo stadio di evoluzione al momento in cui va data
applicazione alla disposizione di cui trattasti15.
      In relazione all’art. 48 TUE sulla revisione dei trattati va ricordato che, in teoria, non
ci sarebbero limitazione alla revisione dei suddetti, dopo che il trattato di Lisbona ha
modificato la procedura di revisione ordinaria e ha introdotto la revisione semplificata.
Tuttavia va citato il parere 1/91 emesso dalla corte il 14 dicembre 1991 nel quale viene
espresso come un accordo di associazione non può creare un sistema giurisdizionale che
pregiudichi le competenze della Corte. Tuttavia è possibile individuare nell’art. 19, relativo
al ruolo che la Corte ricopre all’interno dell’Unione, un principio “supercostituzionale”
immodificabile. L’unico limite che gli Stati devono rispettare nell’applicazione dell’ art. 48
sarebbe quello relativo alle norme consuetudinarie di ius cogens che tuttavia appaiono
scarne in materia di revisione dei trattati16.
      Un'altra importante fonte del Diritto dell’Unione europea è rappresentata dai principi
generali, frutto della giurisprudenza della corte. Tali fonti vengono solitamente adottate al
fine di sopperire le mancanze lasciate dal diritto primario o da quello derivato. Tali principi
generali sono elaborati rifacendosi alle norme di diritto internazionale e sono, ad esempio,
il pacta sunt servanda, obbligo di buona fede, estinzione dei trattati in caso di mutamento
radicale delle circostanze17.
      La Corte di Giustizia ha poi incluso tra i principi generali, i diritti fondamentali
dell’uomo, originariamente non menzionati nei trattati. Essi sono stati, poi, affermati con il
trattato di Amsterdam nel cui testo si legge:

14
   Ibidem pag. 230
15
   Ibidem p. 230. Citazione dalla sentenza sopracitata.
16
   Ibidem pag. 231
17
   Sito ufficiale dell’Unione europea.
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