E il parent training a cura di Flavia Caretto
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Autismo e altri DGS
collaborazione fra genitori e professionisti
e il parent training
a cura di Flavia Caretto
Sommario
Breve storia della contrapposizione fra genitori e professionisti
Motivi a sostegno della collaborazione
Collaborazione nella diagnosi e nella valutazione
Collaborazione nell’intervento
Formazione dei genitori e genitori a sostegno dei genitori
La relazione d’aiuto
Conclusioni e prospettive
Breve storia della contrapposizione fra genitori e
professionisti
I motivi storici della contrapposizione
Identificazione “recente” della sindrome autistica e primi approcci
teorici all’autismo
Autismo come fenomeno “invisibile” e quindi psicologico
Storico gap di potere nella relazione medico-paziente
Convinzioni storiche sulla relazione madre-bambino
La falsa credenza: l’autismo ha una relazione diretta con il comportamento dei genitori, in particolare
delle madri: in breve, sono le madri a causare l’autismo del figlio (a partire dagli anni ’40)
La falsa evidenza: i bambini sono “fisicamente sani”, sono belli (!), i fratelli sono sani (!), i genitori
sono chiaramente disturbati (!), non esiste una causa organica dell’autismo (e ancora: famiglie altolocate,
genitori “freddi”)
La conseguenza erronea: il bambino deve essere allontanato dalla famiglia, deve godere della
privacy e della sicurezza di buoni sostituti genitoriali, grazie ai quali trovare il coraggio di “aprirsi”
(psicoterapia)
il circolo vizioso dell’incomprensione: perchè?
ProfessionistaPaura del fallimento (il bambino è “oggettivamente” difficile e non so che fare …)
Paura del giudizio (pensano che io non sia in grado)
Necessità di mantenere la stima di se (sto facendo quello che è meglio)
Necessità di attribuire il fallimento all’esterno (non è colpa mia se va male, è colpa loro)
Necessità di giustificare le proprie azioni professionali (il mio lavoro si basa su studi autorevoli …)
…
il circolo vizioso: perchè?
Genitore
Paura del giudizio (pensano che sia colpa mia)
Ansia per il futuro (cosa succederà? Se va male, chi seguirà il mio bambino?)
Convinzioni negative “storiche” nei confronti dei professionisti (questo professionista è
probabilmente incompetente come gli altri)
Necessità di gestire e controllare ciò che riguarda il figlio (devo essere sicuro che per mio figlio si
stia facendo il meglio)
Necessità di essere aiutato e di fidarsi di qualcuno (non posso farcela da solo)
…
Genitori e professionisti: una motivazione in
comune!
Ad entrambi interessa il bambino!
Motivi a sostegno della collaborazione
➄ la famiglia è la prima risorsa del bambino
➄ …e, ad oggi, è la principale risorsa della persona con autismo nel tempo
➄ i genitori sono coloro che amano maggiormente il bambino, lo conosco più di
chiunque e sono responsabili di lui
➄ la motivazione dei familiari ha sollecitato i maggiori cambiamenti sociali,
culturali e scientifici sull’autismo
➄ il benessere del bambino passa attraverso il benessere dei suoi familiari
Motivi a sostegno della collaborazione
inoltre...
➄ 1. l’autismo è un disturbo generalizzato o “pervasivo”: esiste 24 ore su 24, tende a
perdurare ed è “ambiente-dipendente”
➄ 2. uno dei principali problemi di apprendimento nell’autismo è legato alla
generalizzazione➄ per cui l’implicazione dei familiari nella valutazione, definizione degli obiettivi
ed intervento non è solo un diritto…
➄ … ma anche una necessità per ottenere risultati effettivi dall’intervento
Collaborazione: diagnosi e valutazione
Sospetto diagnostico
Considerazioni
è il genitore che generalmente nota per primo delle particolarità nello sviluppo del figlio
Il bambino non può essere osservato o diagnosticato se il genitore non si rivolge ad un Servizio
diagnostico
L’intervento precoce ha più probabilità di ottenere buoni risultati
Conseguenze operative
I genitori devono essere informati al pari di insegnanti e pediatri, di quali possono essere i primi segni
È necessario stabilire un’alleanza con i genitori al fine di ottimizzare e rendere precoci le segnalazioni
Collaborazione: diagnosi e valutazione
Valutazione
Considerazioni
Non è possibile definire l’intervento da fare senza valutazione
I genitori conoscono il bambino meglio di chiunque altro e possono mediare la relazione con gli
osservatori
La collaborazione con il genitore durante la valutazione facilita la restituzione dei risultati
Conseguenze operative
Prima di vedere il bambino è necessario raccogliere informazioni dai genitori
I genitori devono essere informati in precedenza di ciò che verrà fatto durante la valutazione
I genitori devono poter osservare la valutazione
Collaborazione: diagnosi e valutazione
Diagnosi
Considerazioni
Il bambino con autismo è “ambiente-dipendente”, per cui non è possibile avere informazioni esaustive su
di lui senza ricorrere ai familiari
Una buona comprensione della diagnosi ed una partecipazione attiva del genitore offre al genitore
l’opportunità di assumere un ruolo attivo nel lavoro successivo
Conseguenze operative
Spiegare ai genitori di cosa si tratta e cosa comporta il disturbo dello sviluppo e l’autismo
Effettuare insieme ai genitori alcuni passi topici della diagnosi (es: ADI – R) e soprattutto discutere
insieme i criteri del DSM IV
Essere franchi e diretti (non brutali!) e aiutare la famiglia nel difficile momento che sta vivendo
Collaborazione: intervento
ConsiderazioniIl professionista mira ad aiutare il bambino a “funzionare” meglio in
ambiente naturale
Conseguenze operative
Il professionista deve mettere in grado i caregiver naturali di interagire
positivamente con il bambino
Collaborazione: intervento
Ascoltare le priorità dei genitori
Definire insieme gli obiettivi
Implicare attivamente i familiari “nel modo più naturale possibile”
rispettando il contesto familiare
preservando affettivamente la casa e il ruolo
proteggendo il benessere familiare
Verificare costantemente con i familiari la presenza di cambiamenti e
progressi e la “spendibilità” ecologica degli apprendimenti
Collaborazione: contesto dell’intervento
Intervento in un contesto specialistico
Richiedere l’aiuto del genitore
Intervenire lasciandosi osservare dal genitore
Aiutare il genitore ad attuare ciò che ha osservato
Scambiare feedback su quanto succede
Intervento a casa
Aiutare i genitori nell’organizzazione domestica
Provare a migliorare le capacità di comunicazione e interazione del bambino e dei
familiari in contesto domestico
Aiutare il genitore ad interagire più efficacemente nel contesto domestico
Attenzione!
il genitore
NON È
l’educatore, il riabilitatore, il terapeuta
bensì
è genitore di un bambino speciale
e come tale necessita di un aiuto speciale per essere un buon genitore.
Tutti i genitori si occupano della crescita dei propri figli.
È possibile confrontarsi con una crescita speciale come quella di un bambino con autismo,
senza avere informazioni speciali, capacità speciali, un aiuto speciale?Collaborazione
Suggerimenti per il professionista
Cercare informazioni su quelle che vengono considerate le buone prassi per l’intervento sull’autismo
Fornire, prima dell’inizio dell’intervento, un’informazione chiara degli obiettivi, dei risultati attesi, delle
aspettative nei confronti del genitore, e spiegando ciò che farà
Dare rilievo alle informazioni che il genitore fornisce sul bambino
Dare rilievo a quelli che sono gli obiettivi del genitore, i suoi sentimenti, le sue paure e le sue speranze
Accettare di mettere in discussione il proprio punto di vista, e di assumere, almeno momentaneamente,
quello del genitore
Mostrargli la terapia, fornirgli testi, invitarlo alle formazioni
Coinvolgerlo nei propri dubbi, facendolo partecipe dei problemi (senza dargliene il carico!) e discutendo
insieme i risultati
Essere consapevole che il bambino non è il proprio figlio, e che la persona che sarà sempre responsabile del
bambino, e che non è sostituibile, è il genitore
I genitori per i genitori
Niente su di noi…
…senza di noi
Il parent training o la formazione dei genitori
Obiettivi
Il parent training mira a rendere i genitori consapevoli delle possibilità di
intervento su una problematica che riguarda i figli o la loro relazione con
questi
inoltre fornisce ai genitori la possibilità di sollecitare interventi adeguati da
parte dei professionisti
può tendere a creare una rete di auto e mutuo aiuto all’interno di un
gruppo di persone che ha in comune delle caratteristiche e condivide lo
stesso linguaggio, gli stessi bisogni e la stessa prospettiva.
Tipologie ed evoluzione
✣ Informazione e formazione informale
✣ Formazione alla famiglia
✣ Home training
✣ Colloqui in setting clinico
✣ Formazione a gruppi di genitori
✣ Su argomenti educativi✣ Su problematiche di gestione domestica e relazionale
✣ Avvio dell’auto-aiuto
Attività in gruppo
Si effettua generalmente a partire da incontri tematici che prevedono l’esposizione di un esperto
(“docente”, “trainer”, “tutor”) su argomenti teorici considerati di rilievo per il miglioramento della qualità
della vita in famiglia
Gli argomenti vengono trattati in gruppo secondo la modalità del dibattito, con esempi pratici e la
possibilità, per i partecipanti, di condividere la propria esperienza e contribuire al dibattito con la
mediazione del tutor
Nei gruppi è generalmente prevista la partecipazione, diretta o indiretta, di un genitore esperto e
“anziano”, in qualità di coordinatore.
Preparazione dei gruppi
Si effettua generalmente attraverso l’analisi dei bisogni dei genitori
Tramite colloquio – intervista alla coppia
Tramite questionario (per i gruppi)
È possibile prevedere un periodo di parent training di coppia con l’obiettivo di
preparare la famiglia all’inserimento in un gruppo
Evoluzione
Il parent training di coppia si “risolve” con l’evoluzione del problema del bambino e della
famiglia, o con l’invito della famiglia di entrare a far parte di un gruppo o di una
associazione parentale
Il parent training di gruppo, si evolve generalmente nei gruppi di auto e mutuo aiuto,
dove il professionista può fungere da facilitatore (ma può anche non essere presente,
nei gruppi più evoluti) e le famiglie contano sull’aiuto reciproco
Genitori a sostegno dei genitori
Il “parent to parent”
✦I gruppi di auto e mutuo aiuto
✦Le associazioni dei genitori
✦I genitori - professionisti
…e una comunità a sostegno…
✦I gruppi di fratelli✦La sensibilizzazione a scuola
✦La “cultura” dell’autismo…
Collaborazione
Suggerimenti per il genitore
Informarsi sugli sviluppi della ricerca e sulle buone prassi per l’autismo
Chiarire con il professionista prima di iniziare un intervento, la propria posizione, i propri obiettivi e le proprie
aspettative
Fare richieste chiare, decise, operative, motivate ma non aggressive
Implicarsi, per quanto concerne il proprio ruolo, nel lavoro educativo
Confrontarsi con altri genitori e lavorando per un progetto comune che ampli le conoscenze e la cultura
sull’autismo
Lavorare a livello politico affinché siano diffuse e accettate le buone prassi
Aiutare il professionista concretamente e politicamente a migliorare il servizio
Essere consapevole di non poter aiutare “professionalmente” il proprio figlio (magari, altri bambini, si!) e di
dover avere fiducia in un buon professionista
INFO
Per essere sempre aggiornati sul punto di vista dei genitori, si
suggerisce di abbonarsi a:
INFORMAUTISMO
Per informazioni: Autismo Italia – ONLUS, via Pinaroli, 3, 20135 Milano,
tel 02 54107499, fax 02 54104154, e mail giavivan@tin.it www.autismoitalia.org il
sito di Autismo Italia, curato da Donata Vivanti
Bollettino dell’ANGSA
Per informazioni: ANGSA, via Casal Bruciato, 13, 00159 Roma, tel e fax 06
43587666, www.angsaonlus.org
È possibile leggere testi scritti da genitori, come:
Claiborne Park C (2001) Via dal Nirvana: vita con una figlia autistica. Astrolabio: Roma
Sereni C (1994) Diario. In AAVV, Mi riguarda, e/o: Roma
Oppure libri in cui viene preso in considerazione il punto di vista dei genitori, come:
Asperger H (2003) Bizzarri, isolati e intelligenti. Erickson: Trento
Brauner A & F (1983) Vivere con un bambino autistico. Giunti Barbera: Firenze
Brauner A & F (1986, it 2002) Storia degli autismi. Erickson: Trento
Hanau C. & Mariani Cerati D. (a cura di) (2003) Il nostro autismo quotidiano: storie di genitori e figli. Erickson: Trento
Peeters T (1998) Autismo infantile. Phoenix: Roma
Powers M (1994) Autismo: guida per genitori ed educatori. Raffaello Cortina: Milano
Schopler E (1998) Autismo in famiglia: manuale di sopravvivenza per genitori. Erickson: TrentoLa relazione d’aiuto
Dispensa di
Flavia Caretto
fcaretto@libero.it
università di roma tor vergata
Che cos’è la relazione d’aiuto
La “relazione d’aiuto” è un processo che comporta una crescita di una o di
entrambe le persone coinvolte attraverso la relazione
Nel contesto delle relazioni d’aiuto, è possibile individuare una linea di
“specializzazione” progressiva, che parte dalle relazioni spontanee della vita
quotidiana per arrivare a forme di aiuto via via più complesse che si
definiscono (…) come counseling o psicoterapia
(adattato da Carkhuff, 1987, it ’98, vol. 1)
Il counseling
Il counseling consiste nell’aiutare qualcuno a comprendere una situazione e a
gestire un problema prendendo da solo e pienamente la responsabilità delle
eventuali scelte (autodeterminazione)
Si basa sul presupposto che nella persona vi siano le risorse interiori e che
l’aiuto debba consistere nel rendere possibile una riattivazione o
riorganizzazione di queste risorse originarie
gli atteggiamenti personali dell’helper
I due “attori” del counseling possono essere definiti
helper o colui che aiuta
e colui che viene aiutato (paziente? cliente? Persona!)
Due autori hanno definito gli atteggiamenti o disposizioni personali dell’helper come
Rogers
autenticità e congruenza
accettazione positiva incondizionata
empatia
Carkhuff
confronto e immediatezzaAutenticità e congruenza
Essere se stessi, ovvero essere realmente come si appare, senza
negare la propria personalità ma esprimendola
Mostrare una autentica congruenza o coerenza fra ciò che si è e
ciò che si sente (emozioni)
ciò che si pensa (pensieri)
ciò che si fa (comportamenti)
Accettazione positiva incondizionata
Essere interessati sinceramente e profondamente all’altro come
essere umano, sospendendo il giudizio su idee e motivazioni,
sentimenti e comportamenti dell’altro
Empatia
Capacità di mettersi al posto dell’altro, di vedere il mondo come lo
vede l’altro, nei suoi significati più intimi e personali; sentire insieme
all’altro (come se si fosse l’altro), continuando a mantenere la
propria identità
senza eccessiva intellettualizzazione
e senza confondersi con l’altro e provare per forza “simpatia” (avere sentimenti
positivi di adesione personale in comune con l’altro)
Confronto e immediatezza
Essere pronti a confrontarsi su
discrepanze o incongruenze
distorsioni
giochi e tattiche relazionali
evasioni
Essere capaci di riferirsi a ciò che avviene nella relazione al
momentoGli stili di comunicazione
Aggressivo
Passivo
Aggressivo – Passivo
ASSERTIVO
Le modalità della relazione d’aiuto
L’accoglienza
L’attenzione, l’ascolto e il rispecchiamento
La parafrasi
Gli esempi, le metafore, i gerghi
L’autorivelazione
L’uso delle informazioni
La ridefinizione
Disporsi all’accoglienza
Una pausa di “silenzio” fra due incontri
Preparare il setting
Spazio
Connotazione degli ambienti
Disposizione delle sedie
Personalizzazione dell’arredo
Tempo
Comunicare calma e disponibilità
Presentazione e cura di sé
Abbigliamento, trucco, capigliatura
Pulizia, monili, profumi
Attenzione, ascolto e rispecchiamento
Dare attenzione e ascolto
Sguardo
Retroazione o feedback
Assenso vocale e motorio
Rispecchiamento para verbale e non verbale
Para verbale
Volume, altezza, intensità, velocità, fluenza
Non verbale
Mimica, gestualità, orientazione e postura Movimenti
Distanze e spazi interpersonali
La parafrasi
“Parafrasare” significa riformulare verbalmente quello che l’interlocutore sta dicendo,
ripetendolo con parole proprie, riassumendolo e chiarificandolo
Si può parafrasare cominciando con:
Lei mi sta dicendo…
Se ho ben capito…
Quindi mi sembra che…
In altre parole…
…
Non si tratta di ripetere “a pappagallo” ciò che ha detto l’interlocutore! Bensì di
“riorganizzare” ciò che dice l’altro in maniera personale ma senza “tradirne” il senso.
La parafrasi può essere fatta:
al contenuto
Riformulazione dei contenuti espliciti, dei “fatti” raccontati dall’altro
Risponde alle domande: cosa è successo? Di cosa mi sta parlando? Come mi sentirei io al suo posto?
all’emozione
Riproposizione dei sentimenti che l’altro dice di aver provato o che sembra provare al momento
Risponde alle domande: come si è sentito? Come si sente adesso?
al significato
Riproposizione di contenuti ed emozioni insieme
Risponde alle domande: qual è il senso di ciò che dice questa persona e di come lo dice? Cosa sta cercando
veramente di dirmi?
Il linguaggio verbale
Gli esempi
Le metafore
Uso di linguaggio gergale
Uso di linguaggio tecnico
Dare del tu, del lei, del voi
L’autorivelazione
L’autorivelazione ovvero il “parlare di sé” può essere fatto nella relazione
d’aiuto, quando è davvero pertinente, non per suscitare “simpatia” o per
togliere uno spazio all’interlocutore, bensì per fornire l’esempio di
un’esperienza sentita con un’autentica partecipazione“stare” insieme…quando le cose sono difficili…
Quando l’altro ci porta sentimenti di lutto, di disperazione, di impotenza… cosa
possiamo fare?
Imparare a “stare” insieme su qualcosa, condividere in silenzio, “risuonare”
della stessa emozione, senza andare in pezzi…
aiutare…quando è impossibile cambiare le cose…
Imparare ad accettare che certe cose non si possono cambiare: si può aiutare
qualcuno a convivere meglio con gli eventi
aiutare…quando vorremmo cambiare l’altro…
“... Per quanto si possa desiderarlo, non si può salvare lo spirito di un’altra
persona. Si può soltanto indurlo a lottare per salvarsi…” (Donna Williams)
Imparare ad accettare che non possiamo cambiare l’altro: possiamo solo
aiutarlo a trovare una motivazione a cambiare, e sostenerlo nel suo percorso
Fornire informazioni
Mettere in grado l’interlocutore di reperire informazioni
Citare le fonti
Distinguere il parere personale dalla fonte
Contestualizzare, ovvero:
• manipolazione vs correttezza e umiltà
• dire “la verità” senza ferire e senza “rovesciare il carico” dell’informazione
sull’interlocutore
Ridefinire
“Ridefinire in positivo” significa cogliere la parte della situazione “utilizzabile”
concretamente per un possibile miglioramento di fatto o di prospettiva (accettazione)
Insegnare a ridefinire in positivo
Mostrandosi come modelli
Sollecitando la ridefinizione con domande dirette
Aiutare ad identificare obiettivi
Con il problem solving
Come vorrebbe che andasse, invece?
Cosa si potrebbe fare? Quali potrebbero essere le conseguenze?
È realistico? È davvero attuabile?
Un aiuto a partire concretamente
Riassumere quello che è stato fatto
Definire insieme le cose da fare
Obiettivi
Attività
Fare un “piano” a piccoli passi
Dare speranza, mostrare disponibilità e presenza
E poi?
E poi, salutare.
Salutare…
“mia madre mi diceva: lascia un piccolo oggetto alle persone, si ricorderanno di
te…”
Finite con qualcosa di positivo
Date qualcosa all’altro (metaforicamente o concretamente), lasciandolo libero di
“prenderla” o meno
Non pensate che DEBBA esserci un seguito: definite appuntamenti futuri, ma chiudete ogni
incontro come se fosse l’unico
Lasciate sempre aperta una porta
Le regole del counseling
Adattate da
Meier e Davis. Guida al Counseling: in 40 regole fondamentali, cosa fare e
non fare per costruire un buon rapporto d’aiuto. Franco Angeli
Le regole del counseling
Entrate in contatto con la persona
Prepararsi ad accogliere
Presentarsi
Fase sociale
Create un’alleanza
Spiegate alla persona chi siete e quello che farete insieme, ed eventualmente
alcune “regole” (es: il segreto professionale…)Accompagnate e guidate la persona: non siete voi a decidere per l’interlocutore, ma dovete essere realmente presenti! Parlate poco Se non sapete cosa dire, non dite niente Quanto più avete fatto sentire la persona sostenuta, tanto più potete fare delle “obiezioni” Se volete cambiare qualcosa, fatene oggetto del counseling Personalizzate: usate le vostre parole, i vostri oggetti, i vostri gesti… con consapevolezza! Attenti alle resistenze: se la persona non vuole entrare in contatto con qualcosa… ha i suoi buoni motivi! Se affrontate una problematica, attenti: dovete poi saperla gestire! Se avete dei dubbi, state attenti ai sentimenti Ragionate in maniera paradossale: dandovi sempre obiettivi per un prossimo incontro, ma facendo in modo che l’incontro presente sia qualcosa di “finito” (come “psicoterapia a seduta singola” Guardate sempre al presente e al futuro Fatevi un “programma” che preveda sempre la fine degli incontri Non date consigli a buon mercato: nelle cose ci vuole buon senso, ma il buon senso spesso non è sufficiente… Non date soluzioni premature: insegnate all’altro a risolvere i problemi Non contate troppo sulle domande in cui chiedete “perché” o esplicitamente le motivazioni dell’interlocutore (soprattutto con i bambini e gli adolescenti!) Fate molta attenzione a ciò che la persona dice e a come lo dice State attenti ai messaggi non verbali e alle incongruenze fra diversi livelli comunicativi Concentratevi completamente sulla persona Siate concreti Attenzione alle metafore, agli esempi, ecc…: a quelli usati dalla persona e a quelli che usate voi Fate costantemente il punto della situazione Pensiero positivo e pensiero razionale non sono la stessa cosa! Fate attenzione alle idee irrazionali, anche se non è detto che sapere che una determinata idea sia irrazionale serve a “liquidarla” facilmente! L’intesa non è la stessa cosa dell’empatia Non pensate che cambiare sia facile! Fate le vostre valutazioni, ma non date giudizi! Non date per scontato di conoscere i sentimenti, i pensieri e i comportamenti dell’interlocutore
Non siate troppo sicuri di sapere come la persona reagirà a pensieri,
sentimenti e comportamenti
Cercate di prevedere possibili situazioni di “emergenza”
Mantenete il controllo della situazione
Cercate di capire chi ha più bisogno di aiuto
Sottolineate tutti gli elementi positivi
Mobilitate tutta la rete di rapporti sociali
State attenti a variabili quali il genere, l’età, la razza, l’orientamento
sessuale…
Pur offrendo disponibilità, siate disponibili a considerare anche la
modificazione del rapporto, l’interruzione, l’invio
Documentatevi! E passate informazioni quando è necessario.
State attenti che non si verifichino dei peggioramenti
Continuate a seguire l’evoluzione degli studi
Documentate il vostro lavoro: scrivete sempre qualcosa, ma attenzione al
modo in cui prendete appunti durante il colloquio
Se la persona non viene ad un appuntamento, non la prendete come un fatto
personale, ma cercate di analizzare le motivazioni senza fare troppe “scene”
Sistemate il setting nel modo migliore e… rispettatelo!
Vestite ecc… in modo appropriato
Collocate le sedie
Fate in modo che l’ambiente sia il più possibile confortevole, calmo, silenzioso
Evitate interruzioni e distrazioni (telefonini!)
Siate sempre puntuali
Tenete con voi i fazzolettini di carta
Raccontate dei vostri clienti solo ai colleghi e in ambiti professionali
Siate consapevoli delle vostre caratteristiche, motivazioni, problemi
Perché hai deciso di iniziare questa professione?
Quali sono le emozioni che ti mettono a disagio?
Che tipo di soddisfazioni ti aspetti dal lavoro?
Come reagirai ai sentimenti che le persone nutriranno nei tuoi confronti?
Come reagirai ai sentimenti che nutrirai nei confronti delle persone con cui lavorerai?
Riesci ad essere flessibile, tollerante e delicato?
Siate aperti alla supervisione
Supervisione di un “maestro”
Supervisione reciproca fra colleghi
Supporto e aiuto reciproco fra colleghi
Non nascondetevi dietro i test
Per i problemi etici, consultateviSituazioni particolari nel counseling
Una relazione “amicale” o di innamoramento
Accettare regali
Richieste eccessive o alle quali non ci si sente comunque in grado di
rispondere
Il coinvolgimento in “giochi” relazionali: es: la coalizione
…
Il senso della relazione d’aiuto
Cosa significa “SERVIZIO”
Cosa significa “PRENDERSI CURA” di qualcuno
Forza, coraggio e capacità…
“signore,
dammi la forza di cambiare ciò che posso cambiare,
il coraggio di accettare ciò che non posso cambiare,
e la capacità di vedere la differenza…”
Bibliografia
Carkhuff R. (1987, it 1989) L’arte di aiutare (2 vol). Erickson: Trento
Dass R. & Gorman P. (1985, it 1990) Io e gli altri. Cittadella: Assisi
Goldfarb LA et al. (1986, it 1990) La sfida dell’handicap e della malattia cronica: guida all’auto aiuto per la
famiglai e gli operatori professionali. Erickson: Trento
Hough M. (1996, it 1999) Abilità di counseling: manuale per la prima formazione. Erickson: Trento
Mambriani S. (1992) La comunicazione nelle relazioni d’aiuto. Cittadella: Assisi
Meier ST & Davis SR (1993, it 1994) Guida al counseling: in 40 regole fondamentali, cosa fare e non fare per
costruire un buon rapporto d’aiuto. Franco Angeli: Milano
Mucchielli R. Apprendere il counseling. Erickson: Trento
Grazie!
Flavia Caretto fcaretto@libero.itPuoi anche leggere