Dal Green Pass alla Green Economy, tutti i disastri del nuovo "modello Italia"

Pagina creata da Nicolò Conti
 
CONTINUA A LEGGERE
Dal Green Pass alla Green Economy, tutti i disastri del nuovo "modello Italia"
Dal Green Pass alla Green
Economy, tutti i disastri del
nuovo “modello Italia”
written by Paolo Musso | 9 Dicembre 2021
Che Disperazione (vero nome del purtroppo-ministro Speranza)
continui ad elogiare il demenziale sistema del Green Pass fa
arrabbiare, ma non stupisce: dopotutto, egli non solo ne è il
principale artefice, ma è anche quel tale che l’anno scorso,
giusto di questi tempi, stava facendo ritirare da tutte le
librerie d’Italia, in tutta fretta e cercando di non dare
troppo nell’occhio, il libro autocelebrativo che aveva scritto
durante l’estate invece di preoccuparsi di prevenire la
prevedibilissima ripresa dell’epidemia, che proprio in quegli
stessi giorni aveva ripreso a diffondersi esponenzialmente.

Che però anche un ministro tedesco lo elogi, come è accaduto
pochi giorni fa, dicendo testualmente che «dall’Italia abbiamo
molto da imparare», non solo stupisce, ma preoccupa molto. Non
c’è dubbio, infatti, che in Italia la situazione quest’anno
sia nettamente migliore non solo rispetto allo stesso periodo
dell’anno scorso, ma anche a molti altri paesi europei (benché
non a tutti). Tuttavia, ciò è dovuto assai più ai demeriti
altrui che ai meriti nostri, dato che molti paesi europei,
soprattutto dell’Est, che avevano fatto molto meglio di noi
nella fase pre-vaccinale, hanno fin qui vaccinato pochissimo,
mentre altri che stavano procedendo bene negli ultimi mesi
hanno enormemente (i dati seguenti sono tutti tratti da Our
World in Data, https://ourworldindata.org/).

Paradigmatico è il caso di Israele e Gran Bretagna, che dopo
essere stati per lungo tempo in testa alla classifica, con un
netto vantaggio su di noi, hanno poi frenato così bruscamente
che mentre scrivo, cioè al 6 dicembre 2021, hanno
rispettivamente il 62,2% e il 68,2% di completamente vaccinati
contro il nostro 73,2% (la discrepanza dal dato ufficiale
dell’85% si spiega col fatto che il governo, furbescamente,
per alzare la percentuale si riferisce alla sola popolazione
vaccinabile, non comprendente i minori di 12 anni: peccato
solo che per il virus il motivo per cui uno non è vaccinato
sia irrilevante).

E ancor peggio stanno facendo gli Stati Uniti, che sono
attualmente appena al 59,5% nonostante fossero al 50,2% già a
inizio agosto, il che significa che in oltre 4 mesi sono
avanzati appena di un misero 9,3%. L’avesse fatto il
“cattivone” Trump, ce lo ritroveremmo nei titoli di tutti i
giornali e le televisioni un giorno sì e l’altro pure. Siccome
invece l’ha fatto Biden, che è “buono” per definizione,
nessuno dice nulla. Così funziona il nostro mondo…

Eppure,   anche   così   non   siamo   affatto   i   migliori
dell’Occidente, dove ben 7 paesi ci precedono: Portogallo
(87,8%), Malta (83,9%), Islanda (81,9%), Spagna (80,5%),
Danimarca (76,9%), Canada (76,5%) e Irlanda (73,3%). E ancor
meno confortante ci apparirebbe poi la situazione se
guardassimo anche al di fuori dei rassicuranti confini euro-
atlantici in cui in genere ci piace rinchiuderci, supponendo,
tanto spocchiosamente quanto infondatamente, che questo sia
l’unico termine di paragone degno di noi.

Scopriremmo allora, con sorpresa mista a vergogna e (si spera)
a qualche domanda, che al 6 dicembre 2021 l’Europa (58,7%) ha
vaccinato addirittura meno del Sudamerica (59,7%) e che
l’Italia, in particolare, ha meno vaccinati di Cile (84,4%),
Cuba (82%) e Uruguay (76,3%) pur avendo un sistema sanitario
di gran lunga migliore e, più in generale, essendo un paese
molto più avanzato praticamente sotto ogni aspetto. E nel
resto del mondo ci stanno davanti anche gli Emirati Arabi
(88,4%), la Cina (74,5%) e perfino la Cambogia (79,1%), anche
se il suo dato non è troppo affidabile, ma resta comunque
piuttosto imbarazzante.
E ancor più imbarazzante è il paragone con i paesi virtuosi
del Pacifico, che all’inizio, data la loro invidiabile
situazione, se l’erano presa un po’ troppo comoda e per mesi
erano rimasti nettamente alle nostre spalle. Ciononostante, a
parte Taiwan, che è ancora un po’ indietro (59,4%), ma sta
rimontando a ritmo vertiginoso (+22,5% nell’ultimo mese), gli
altri sono ormai tutti giunti più o meno ai nostri stessi
livelli di immunizzazione o perfino oltre (Singapore 91,9%,
Corea del Sud 80,7%, Giappone 77,5%, Australia 73,9%, Nuova
Zelanda 72,2%) pur avendo cominciato a fare sul serio solo da
inizio giugno. In altre parole, hanno fatto in 6 mesi quello
che noi abbiamo fatto in 11.

Insomma, c’è davvero poco di cui menar vanto e, men che meno,
dar lezioni agli altri. E ancor peggio vanno le cose se
consideriamo l’andamento globale dell’epidemia (che poi, alla
fine, è l’unica cosa che conta).

Per il confronto con gli altri paesi avanzati dell’emisfero
nord rimando all’analisi pubblicata da Luca Ricolfi su La
Repubblica del 6 dicembre e disponibile anche su questo sito
(Luca Ricolfi, Vaccinare non basta), che mostra come su 26
paesi considerati attualmente ci posizioniamo esattamente a
metà classifica.

Qui invece voglio sottolineare il confronto con i paesi del
Pacifico, che continua ad essere devastante, nonostante essi
abbiano tutti pagato (ma la Nuova Zelanda, ancora una volta,
meno di tutti) il ritardato inizio della campagna vaccinale
con un numero di morti per loro inconsuetamente alto (benché
sempre enormemente inferiore al nostro). Al 6 dicembre 2021,
infatti, l’Italia aveva 2.227 morti per milione di abitanti
(mpm), ovvero 253 volte più della Nuova Zelanda (8,8) e da 61
a 15 volte più di Taiwan (36), Corea del Sud (77), Australia
(80), Singapore (130) e Giappone (146).

E si noti che il Giappone, che ha il risultato peggiore,
avendo pasticciato più di tutti nella prima fase della
campagna vaccinale (cfr. Silvia Milone, Il Giappone dal
successo dei “cluster” al caos olimpico), attualmente ha quasi
azzerato l’epidemia, con appena 5.332 contagi e 103 morti
(cioè 42 contagi e 0,8 morti per milione di abitanti)
dall’inizio di novembre a oggi, 6 dicembre 2021.

Questo certamente dipende dal fatto che, data la rapidità
della somministrazione, lì i vaccini non hanno ancora iniziato
a perdere di efficacia, ma smentisce anche la tesi che
l’immunità di gregge sia irraggiungibile in senso assoluto:
alla velocità a cui siamo andati noi certamente non lo è, ma
andando appena un po’ più veloci del Giappone ci si potrebbe
riuscire. Il problema è che le terze dosi finora sono finora
andate non più velocemente, bensì più lentamente,
principalmente perché il governo ancora una volta ha cantato
vittoria troppo presto, smantellando prematuramente molte
delle strutture con tanta fatica allestite per la campagna
vaccinale, considerandola evidentemente già in fase terminale.

Se poi guardiamo al Sudamerica, dove la maggior parte dei
paesi continua ad avere un numero globale di mpm pari o
addirittura inferiore al nostro, c’è davvero da preoccuparsi,
tanto più che le cose non migliorano neppure se ci limitiamo
alla situazione più recente. Per esempio, per restare ai paesi
sopra menzionati, dal 1° novembre ad oggi, a fronte dei nostri
35,3 mpm, Cuba ne ha avuti appena 7 e l’Uruguay 15,7, mentre
solo il Cile sta leggermente peggio con 39,1 (e ricordiamoci
che il Cile paga il fatto di aver usato molto il pessimo
vaccino cinese, soprattutto all’inizio, quindi proprio per la
fascia di popolazione più a rischio). Perfino il Perù (che uso
sempre come termine di paragone privilegiato, dato che lo
conosco benissimo e posso avere notizie di prima mano) ha
avuto nell’ultimo mese 34,6 mpm, cioè un pelo meno di noi,
nonostante la cronica inefficienza del sistema sanitario, lo
stato di paralisi totale in cui versa da tempo il governo e il
fatto che i vaccinati siano solo il 56,6%.

È vero che lì stanno andando verso l’estate mentre noi verso
l’inverno, il che, come ormai sappiamo, fa una notevole
differenza, ma in ogni caso il paragone resta imbarazzante.
D’altronde, perfino la OMS ha finalmente ammesso che oggi
l’epicentro della pandemia è l’Europa (come in realtà è sempre
stata): il problema è perché, visto che in teoria siamo quelli
meglio attrezzati di tutti per fronteggiarla.

Una prima risposta è che purtroppo i paesi europei, con
l’Italia in testa, tanto per (non) cambiare, hanno puntato
esclusivamente sui vaccini, mantenendo per il resto le solite
misure preventive che fin qui hanno miseramente fallito,
comprese quelle che la scienza (su cui i nostri governi dicono
sempre di basarsi, ma che in realtà hanno sempre ignorato) ha
da tempo dimostrato essere sostanzialmente inutili e che
rappresentano quindi dei veri e propri casi di pseudoscienza
istituzionale. Anzitutto, la disinfezione di mani e superfici,
con addirittura, in qualche caso, un ritorno all’uso dei
guanti, benché sia ormai accertato che i contagi per contatto
sono estremamente rari. Poi l’obbligo di mascherina
all’aperto, che è sempre la prima cosa che si fa appena i
contagi risalgono (come anche ora), benché sia ormai accertato
che i contagi avvengono quasi tutti al chiuso (e proprio per
questo aumentano in inverno). Infine, gli pseudo-lockdown con
chiusure selettive, che colpiscono sempre le attività a minore
rischio di contagio e, di conseguenza, causano regolarmente
più danni che benefici.

In compenso, nessuno si è ancora degnato di considerare misure
alternative più efficaci, a cominciare dalle due citate da
Ricolfi nel già menzionato su Repubblica: gli impianti di
filtraggio dell’aria e il tracciamento elettronico dei
contagi. Il risultato è che l’unico modo di depurare l’aria
nei luoghi chiusi continua ad essere quello di aprire le
finestre, come se fossimo un paese del Terzo Mondo e non uno
dei più ricchi e progrediti del pianeta. Quanto al
tracciamento dei contagi, la cosa più incredibile non è
neanche che nessuno in Europa lo stia facendo seriamente (a
cominciare dall’Italia, dove la mitica App Immuni è svanita
nel nulla dopo aver prodotto il nulla), ma che i nostri
governanti abbiano l’impudenza di ripeterci che bisogna
continuare a farlo, quando non si è mai neanche cominciato.

Venendo ai vaccini, sicuramente pesa la loro perdita di
efficacia nel tempo, che penalizza di più chi ha incominciato
più presto, cioè proprio l’Europa e gli Stati Uniti, tuttavia
questa spiegazione non basta. In primo luogo, infatti, i
vaccini continuano fortunatamente a proteggerci con buona
efficacia dalle conseguenze gravi, per cui il loro
indebolimento influisce poco sul numero dei morti. In secondo
luogo, bisogna considerare (cosa che invece non si fa quasi
mai) che il rischio di contagiarsi per chi è vaccinato non
dipende solo dall’efficacia intrinseca del vaccino, ma anche
dal numero di persone infette con cui ciascuno entra in
contatto.

È chiaro, perciò, che, oltre all’arrivo dell’inverno e al
grave ritardo nella somministrazione della terza dose (a oggi
siamo appena al 15,8%), l’altra causa determinante della
risalita dei contagi e dei morti è la presenza di un numero
ancora molto grande di persone non vaccinate (che almeno per i
morti è anche la causa principale). Su questo punto cruciale
il governo continua a gettare fumo negli occhi, vantando
l’elevata percentuale di vaccinati e cercando di farci
dimenticare che, per quanto quella dei non vaccinati sia assai
più bassa, corrisponde a un valore assoluto ancora
elevatissimo: al 6 dicembre erano circa 14 milioni, cioè quasi
un quarto della popolazione italiana. Quindi, non solo non
siamo stati così bravi come ci dicono, ma neanche il risultato
fin qui ottenuto è così buono come ci dicono.

E purtroppo non si tratta solo di un problema di efficienza,
perché i nostri governi continuano a commettere gravissimi
errori concettuali, come già avevano fatto nella prima fase
dell’epidemia (cfr. Paolo Musso, Il lockdown che non c’è mai
stato e quello che ci vorrebbe). Prima, infatti, hanno puntato
tutto sui vaccini (cosa già sbagliata di per sé), poi hanno
involontariamente sabotato la propria stessa scelta con
decisioni confuse e pasticciate.

Io ho almeno una decina di amici che non intendono vaccinarsi,
ma solo due o tre di loro sono contrari ai vaccini in
generale, mentre gli altri sono contrari soltanto a “questi”
vaccini, in gran parte proprio a causa del comportamento dei
governi, che nell’alimentare tale diffidenza ha pesato molto
più delle tesi dei No-Vax (cfr. Paolo Musso, Se i Pro-Vax
fanno più danni dei No-Vax).

Prima, infatti, è arrivata l’immotivata sospensione di
AstraZeneca, voluta dalla Merkel e accettata supinamente da
tutti gli altri governi europei contro il parere dell’EMA (la
European Medicines Agency che sovrintende alle sperimentazioni
dei farmaci). Poi c’è stata l’assurda decisione di proteggere
per legge dalle cause per i possibili danni provocati dai
vaccini non solo i medici (come era giusto), ma anche gli
Stati, il che invece non ha alcun senso. Infine, è venuto lo
scellerato regime del Green Pass, che sta causando un’enorme
quantità di disagi a tutti, vaccinati e no, senza apportare
benefici significativi, come peraltro era facilmente
prevedibile (e infatti io l’avevo previsto, per filo e per
segno, in un articolo pubblicato il 6 settembre, ma scritto
addirittura a metà agosto: cfr. Paolo Musso).

Queste decisioni, benché ciascuna di esse sia stata presentata
dai governi come un segno della loro scrupolosità e del loro
rispetto per la libertà dei cittadini, sono state invece
interpretate da gran parte di questi ultimi come un segno di
sfiducia da parte dei governi nei confronti dei vaccini da
loro stessi promossi. E siccome anche questo era facilmente
prevedibile, viene da chiedersi com’è possibile che neanche
uno dei nostri leader politici se ne sia reso conto, con tutti
i fior di esperti di comunicazione che pagano profumatamente
per gestire la loro immagine.
È perciò lecito il sospetto che, come già per gli errori
precedenti, la vera motivazione sia stata la volontà di
evitare di prendersi le responsabilità più scomode,
scaricandole ancora una volta sui cittadini. E il sospetto si
tramuta in certezza nel caso del Green Pass, che,
contrariamente a ciò che, con sovrano sprezzo del ridicolo,
continua a ripetere il nostro governo, non è affatto “una
misura di prevenzione” e men che meno “uno strumento di
libertà”, bensì, con ogni evidenza, un tentativo di introdurre
surrettiziamente un obbligo vaccinale di fatto senza
prendersi, appunto, la responsabilità di imporlo per legge.

La prova più evidente di ciò è che i luoghi in cui lo si è
imposto per primo sono stati quelli a minore rischio di
contagio, mentre quelli a rischio maggiore sono arrivati per
ultimi e alcuni addirittura ne sono tuttora esenti. Avevo già
detto che sarebbe andata a finire così nell’articolo sopra
citato, ma se per caso aveste ancora dei dubbi date
un’occhiata a queste due foto che ho scattato personalmente a
fine ottobre, a soli due giorni di distanza, su due treni
della linea Milano-Bologna, uno con obbligo di Green pass e
uno no, e poi ditemi per favore come si può avere l’impudenza
di sostenere che queste regole servono a prevenire i contagi.
Eppure, questa impudenza il nostro governo ce l’ha.
La controprova viene dal confronto con la Spagna, che da
subito ha detto ufficialmente che di Green Pass non ne vuol
sapere, eppure dal 1° novembre a oggi ha avuto una media di
soli 11,7 mpm contro i 35,3 dell’Italia (cioè appena un
terzo), nonché i 27,7 della Francia, i 92,5 della Germania e i
154 dell’Austria, giusto per citare alcuni dei paesi che
stanno facendo più ampio uso del Green Pass. Poi uno guarda le
percentuali delle vaccinazioni e scopre che la Spagna è
arrivata all’80,5%, mentre noi, come detto, siamo al 73,2%, la
Francia al 70,2%, la Germania al 68,4% e l’Austria appena al
65,1%. La conclusione appare quindi inequivocabile: a
proteggere è il vaccino e non il Green Pass.

Certo, se consideriamo solo i luoghi in cui si può entrare
unicamente con esso e in cui per giunta vengono mantenute
tutte le misure di sicurezza (che all’inizio il governo,
mentendo per farci digerire meglio la misura, aveva promesso
di togliere), è ben difficile che lì qualcuno si contagi.
Tuttavia, considerando le cose globalmente, alla scala
dell’intero paese e non solo di alcune specifiche situazioni,
i suoi benefici sono molto limitati, mentre i danni sono
enormi, soprattutto per il progressivo inasprimento dello
scontro sociale che sta provocando, con i non vaccinati che si
sentono perseguitati ingiustamente e i vaccinati che li
accusano di essere il principale ostacolo al ritorno alla
normalità.

Anche l’affermazione, ripetuta con ossessiva insistenza dal
governo, che senza il Green Pass si tornerebbe alla chiusura
delle attività commerciali e sociali è del tutto falsa. O
meglio, è vera, ma solo perché il governo ha deciso così,
ancora una volta arbitrariamente e senza seguire alcuna logica
di prevenzione, dato che si tratta di attività molto meno
rischiose di altre, come fabbriche, uffici, autobus,
metropolitane e, appunto, treni regionali, che però non sono
mai state realmente sospese, neanche durante lo pseudo-
lockdown della prima fase (e infatti si è visto come è andata
a finire).

Ma la cosa più grave è che, nonostante tutti i disagi che ha
creato, il Green Pass non ha ancora raggiunto il suo vero
obiettivo: quello di indurre tutti a vaccinarsi. E,
continuando così, non lo raggiungerà mai. Certo, molti hanno
ceduto alla pressione e si sono vaccinati, ma, come detto,
mancano ancora all’appello 14 milioni di italiani, dei quali
solo una minoranza sono bambini sotto i 12 anni e perciò
(finora) non vaccinabili. La maggior parte sono invece adulti,
che hanno deciso di non vaccinarsi e ben difficilmente lo
faranno in futuro, perché appartengono a categorie (come
pensionati, casalinghe, colf, badanti, lavoratori autonomi e
altri ancora) che non possono essere controllate, a meno di
trasformare davvero l’Italia in uno Stato di polizia,
autorizzando quest’ultima ad entrare nelle case e negli studi
privati anche senza un mandato.

La verità, evidente a chiunque tranne che, a quanto pare, ai
nostri governanti, è che se si ritiene, a torto o a ragione,
che tutti debbano vaccinarsi esiste una sola strada, limpida e
chiara, per raggiungere l’obiettivo: imporre per legge
l’obbligo vaccinale, come previsto dalla Costituzione, dopo un
dibattito parlamentare altrettanto limpido e chiaro, dal quale
risulti chiaro pure di chi sarà il merito se le cose andranno
bene e di chi sarà la colpa se invece andranno male. Ma questo
è esattamente ciò che non si vuole che accada e quindi si
preferiscono le soluzioni pasticciate.

La cosa più paradossale è che la maggior parte delle persone
ostili ai vaccini anti-Covid, compresi i miei amici di cui
sopra, pur essendo (ovviamente) contrarie all’obbligo, lo
ritengono in genere più accettabile del Green Pass, non solo
perché sarebbe meno ipocrita, ma anche perché presenterebbe
dei vantaggi anche per loro. Oggi, infatti, con la scusa che
la vaccinazione è volontaria e che quindi chi ha paura può
sempre non farla, non è previsto nessun motivo di esenzione,
neppure per comprovate gravi allergie o perché, essendo
guariti dal Covid, si ha già un numero molto elevato di
anticorpi, il che è gravissimo (e inoltre fornisce ulteriori
motivi di diffidenza agli scettici). L’instaurazione
dell’obbligo vaccinale, invece, facendo cadere questa
giustificazione, comporterebbe necessariamente la definizione
delle situazioni in cui si può chiedere di essere esentati.

Come si vede, dunque, gli altri non hanno affatto “molto da
imparare” da noi. Eppure, a causa dell’imperante pandemically
correct, a cui non importa che le regole siano efficaci nella
realtà, ma solo che siano ritenute tali da “color che sanno”
(o presumono di sapere), stiamo ugualmente rischiando che si
imponga di nuovo una sorta di “modello Italia”, altrettanto
privo di fondamento del primo e altrettanto pericoloso. E ciò
perfino se alla fine passasse l’obbligo vaccinale, cosa che da
qualche giorno non è più fantascienza, non tanto perché la
realtà stia finalmente imponendosi (come ho appena detto, oggi
come oggi in Europa della realtà non frega niente a nessuno),
ma perché è stato violato il tabù, dato che il 19 novembre
l’Austria ha annunciato l’adozione dell’obbligo vaccinale a
partire dal 1° febbraio 2022. E questo, invece, conta eccome.

Il pandemically correct, infatti, così come, più in generale,
il politically correct, di cui rappresenta un sottogenere
(cfr. Paolo Musso, Il virus dell’autoritarismo), non si forma
attraverso un dibattito razionale, bensì seguendo un processo
molto simile a quello che porta alla nascita degli
“influencers”. Ciò non è casuale, perché tale processo in gran
parte si svolge proprio attraverso Internet, ma anche la parte
che passa per altri canali segue dinamiche analoghe: infatti,
tra le varie proposte, ridotte rapidamente alla forma iper-
semplificata di slogan, ad affermarsi sono quelle che hanno
una maggiore capacità di attirare “followers”, non importa per
quale motivo, purché siano tanti e in fretta.

Nonostante la sua rapidità, però, tale processo produce
risultati estremamente difficili da cambiare, perché ben
presto il sistema mediatico comincia a ripetere ossessivamente
le idee più gettonate, che diventano così “regole” vincolanti,
indipendentemente dal loro effettivo valore e perfino dal
fatto che vengano esplicitamente proclamate tali a livello
legislativo, perché chi prova a metterle in discussione viene
immediatamente censurato e demonizzato dal sistema stesso. Si
pensi che i “dogmi” del pandemically correct sono stati creati
nel giro di non più di due settimane, tra la fine di febbraio
e l’inizio di marzo 2020, e ci governano ancora adesso,
sostanzialmente immutati, dopo quasi due anni e nonostante
l’evidenza del loro fallimento.

Tuttavia, benché sia difficile, attraverso gli stessi
meccanismi e con la stessa rapidità (e, purtroppo, anche con
la stessa irrazionalità) tali regole possono anche essere
sovvertite, se qualcuno riesce a lanciare una nuova “parola
d’ordine” capace di attirare molti consensi con grande
rapidità, prima che il linciaggio mediatico abbia il tempo di
zittirlo. L’impressione è che l’Austria ce la stia facendo.

Al proposito è molto significativo che solo due giorni dopo,
il 21 novembre, su La Stampa sia apparso un editoriale del
direttore Massimo Giannini intitolato Fate presto sull’obbligo
vaccinale in cui, con un ribaltone totale (ovviamente non
riconosciuto come tale) della linea fin lì tenuta, si
affermava che «il governo ha oggi un solo dovere, etico e
politico: introdurre l’obbligo vaccinale. Subito. […] Lo
dicono i numeri» (e, ça va sans dire, anche «la OMS» per bocca
del suo direttore per l’Europa Hans Kluge).

Per la verità, i numeri lo dicevano anche il giorno prima, e
quello prima ancora, e anche il mese prima, e anche l’anno
prima: lo dicevano perfino prima che arrivassero i vaccini e,
per vero, perfino prima ancora che esistessero (la OMS invece
non lo diceva, ma tanto quel che dice la OMS vale meno di
zero: e anche questo lo dicono i numeri, visto che fin qui non
ne ha mai azzeccata una). Giannini sostiene di averlo detto
anche lui fin dall’inizio «in diretta tv all’allora premier
Conte» e poi «ribadito più volte al Ministro della Salute
Speranza». Sarà (non guardo molto le trasmissioni sul virus
perché servono solo ad alimentare la confusione), ma quel che
è certo è che finora non l’aveva mai scritto sul quotidiano da
lui diretto, né l’aveva mai fatto nessuno dei suoi
collaboratori, tranne Sorgi in un breve articolo del 31
agosto.

Siccome è chiaro ormai da tempo che sul Covid i grandi
giornali e le grandi televisioni spalleggiano sempre i governi
e si muovono all’unisono con essi, una simile inversione di
rotta da parte del quotidiano che più spazio ha dedicato al
dibattito sul Green Pass, ma sempre ribadendo che la linea
ufficiale del giornale era di totale sostegno, rappresenta un
chiaro segnale che qualcosa è cambiato. E infatti solo tre
giorni dopo Draghi, dopo avere anche lui elogiato gli italiani
per i (presunti) straordinari risultati ottenuti, ha
annunciato il Super Green Pass, accompagnato dall’introduzione
dell’obbligo vaccinale per diverse categorie professionali,
per alcune delle quali, come i dipendenti pubblici, non si
vede la ragione di tale regime differenziato. Solo un’altra
settimana e ha cominciato a parlarne pure la Von Der Layen. La
strada sembra dunque segnata.

L’impressione è però che ci si voglia avvicinare gradualmente
all’obbligo generalizzato, da una parte rendendo obbligatorio
il Green Pass (e quindi, di fatto, il vaccino) per fare
qualsiasi cosa e dall’altra ampliando progressivamente le
categorie sottoposte anche all’obbligo formale, in modo che
alla fine quest’ultimo tocchi il minor numero possibile di
persone non vaccinate. E pazienza se, così facendo, si
dimentica ancora una volta che «la legge fondamentale
dell’epidemia è una sola: se vuoi fare qualcosa, più tardi lo
fai più costerà caro a tutti» (Luca Ricolfi, La notte delle
ninfee, La Nave di Teseo, Milano 2021, p. 21).

Il rischio più grave (che a questo punto è quasi una certezza)
è però che il Green Pass diventi lo strumento per gestire
anche la vaccinazione obbligatoria, benché ciò non abbia alcun
senso, dato che, come già detto, la sua vera funzione è quella
di essere un obbligo vaccinale camuffato, mentre la sua
efficacia come strumento di prevenzione è pressoché nulla. Il
problema è che in questo modo si rischia di renderlo
permanente, soprattutto se l’evoluzione del virus rendesse
necessari periodici richiami o aggiornamenti del vaccino, come
succede con l’influenza. E una volta che la gente si sia
abituata, inevitabilmente a qualcuno verrà in mente di usare
il Green Pass anche per monitorare qualcos’altro e poi
qualcos’altro ancora, aumentando sempre più l’invadenza, già
ora intollerabile, dello Stato nella vita delle persone.

Sia chiaro che non penso che tutto ciò sia frutto di un piano
elaborato a tavolino, anche perché se c’è una cosa che le
nostre classi dirigenti hanno dimostrato in tutta questa
vicenda è la loro totale incapacità di gestire un problema che
tutto sommato all’inizio non era troppo complicato ed è stato
reso tale soprattutto dai loro errori: figuriamoci quindi se
sarebbero capaci di far funzionare cospirazioni tipo “il
Grande Reset” o roba simile.

Tuttavia, è innegabile che nel nostro mondo esista una vera
ossessione per la sicurezza, che ormai da tempo è arrivata a
livelli di vera e propria psicosi, come si vede dal fatto che
di fronte ad ogni problema si pretende sempre il “rischio
zero”, benché sia una richiesta chiaramente impossibile e
quindi chiaramente insensata. E la vicenda del Covid ha
dimostrato che, pur mugugnando, mediamente la gente è disposta
a rinunciare a parti sempre più ampie della propria libertà
non solo in cambio della sicurezza, ma anche solo
dell’illusione della sicurezza. Quindi il rischio vero non è
che a un certo punto arrivi il Grande Fratello a imporci la
sua tirannia, ma piuttosto che finiamo per autoimporcela da
soli, per la convergenza tra diversi gruppi sociali (governi,
burocrati, scienziati, giornalisti, cittadini, ecc.) che, pur
diffidando gli uni degli altri, di fatto si muovono
spontaneamente nella stessa direzione.
La cosa più inquietante, infatti, è che questo non è un
fenomeno isolato. Per quanto mal gestita, prima o poi anche
l’emergenza Covid finirà, come tutte le cose di questo mondo.
Ma non resteremo “orfani”, perché c’è già pronta per noi
un’altra emergenza: quella ecologica. Ancora una volta, non
sto dicendo che tale emergenza non sia reale: lo è, ed è anche
molto più seria di quella del Covid. Il problema è come verrà
gestita: e ancora una volta i segnali che stanno arrivando non
sono incoraggianti e ancora una volta vengono dall’Italia.

Solo qualche settimana fa, infatti, precisamente il 7
novembre, durante gli inconcludenti lavori della COP26, di
fronte al «bla bla, bla» di Greta Thunberg e alle sue accuse
ai politici ivi presenti di «non rappresentare nessuno», il
nostro Ministro per la Transizione Ecologica, Roberto
Cingolani, ha replicato che il suo atteggiamento era
«ipocrita» ed «eversivo» (o, secondo altre versioni, «quasi
eversivo», ma la sostanza non cambia).

Ora, io non ho mai avuto nessuna particolare simpatia per
Greta e meno ancora per il “gretinismo”, cioè la grottesca
sceneggiata (questa sì veramente ipocrita) che ha visto per
oltre due anni molti dei principali leader della Terra
sottoporre le loro proposte ambientaliste al vaglio della
ragazzina svedese, felici e contenti di essere da lei
giudicati, benché ovviamente non avesse alcuna competenza per
valutarle, salvo poi scaricarla (com’era ampiamente
prevedibile) quando la sceneggiata suddetta non faceva più
comodo. Ma molto, molto più grave è affermare che criticare i
governi è “eversivo”, tanto più se tale sconcertante
affermazione, degna in tutto e per tutto di uno Stato
totalitario, viene rivolta dal ministro di uno dei paesi più
potenti del mondo (ché tale è ancora, nonostante tutto,
l’Italia) a una ragazzina di appena 18 anni.

E ancor più grave è che questa intollerabile intimidazione sia
passata praticamente sotto silenzio, soprattutto se la
confrontiamo con le interminabili risse scatenate da frasi
infinitamente più innocue pronunciate da persone infinitamente
meno autorevoli. Provate a pensare cosa sarebbe successo se
Cingolani avesse risposto: «Ma cosa volete che ne capisca una
donna di questi problemi?». Essendo state violate le regole
del politically correct, avremmo assistito per almeno una
settimana a infuocati dibattitti sui social e a indignati
editoriali sui giornali di tutto il mondo. Invece, essendo
state violate “soltanto” le regole della democrazia, nessuno
ha detto una parola.

È facile vedere che l’atteggiamento di Cingolani nasce dalla
stessa tendenza autoritaria “emergenziale”, già emersa prima
del Covid e poi consolidatasi con esso, che si giustifica
sempre con la scusa che i governi non possono essere criticati
perché “siamo in guerra” (prima contro la crisi economica, ora
contro il virus, fra poco contro i disastri ambientali). Di
conseguenza, chi critica non è uno che sta esercitando (bene o
male, non è questo il punto) il suo diritto di cittadino e,
prima ancora, di essere umano pensante, ma un disertore o
addirittura un sabotatore, quindi, in ultima analisi, un
nemico dell’umanità, dato che i governi si pongono per
definizione come i difensori dell’umanità stessa.

E infatti Cingolani ha giustificato la sua incredibile sparata
esattamente così: affermando che i governi «stanno lavorando»
e che «ci sono delle regole, c’è la democrazia che stabilisce
chi sono i rappresentanti», cioè con considerazioni che
eludono (o per inconsapevolezza o intenzionalmente: e non so
quale delle due sia peggio) la sostanza dei problemi. È
evidente, infatti, che Greta non intendeva certo mettere in
discussione la legittimità formale delle loro cariche, ma il
fatto che ciò che stanno facendo corrisponda a ciò per cui i
cittadini hanno conferito loro tale legittimità. Ed è
altrettanto evidente che, sia vero o no, aveva tutto il
diritto di dirlo.

O meglio: dovrebbe essere evidente. Ma a quanto pare non lo è
più. E quando i fondamenti stessi della democrazia cessano di
essere evidenti, c’è davvero da preoccuparsi.
Puoi anche leggere