Le età dei popoli - Aspen Institute Italia

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   Antonio Golini

         Le età dei popoli

        A determinare le diverse età dei popoli non sono solo le grandi tendenze
        demografiche – livelli di fecondità, longevità, e così via. Di cruciale im-
        portanza sono anche i tempi e la velocità dei processi, che stanno cam-
        biando gli equilibri demografici, quindi anche economici, politici e stra-
        tegici. Ci avviamo verso un mondo dagli immensi squilibri in termini di
        popolazione, con grandi masse di giovani concentrate nei paesi poveri e
        grandi quantità di anziani concentrate nei paesi ricchi.

         Così come un individuo ha un ciclo di vita che lo porta dall’età più giovane via via a
         quella adulta e poi a quella anziana e senile – con tutte le relative implicazioni di or-
                                             dine biologico, sociale, economico, psicologico, cul-
  Accademico dei Lincei, Antonio Golini è    turale – anche una popolazione ha un ciclo di vita
  professore di demografia alla Sapienza di  legato alla sua struttura per età; anche in questo ca-
  Roma. È stato presidente della Commissio-  so, con tutte le implicazioni del caso sul piano della
  ne su Popolazione e Sviluppo all’ONU.      struttura normativa, politica, sociale, economica,
                                             psicologica, culturale. Tale struttura può essere sin-
         tetizzata e descritta tramite l’età mediana, l’indicatore sintetico più usato per indica-
         re l’età media di una popolazione: il che significa che metà della popolazione ha una
         età minore del valore dell’età mediana e l’altra metà ne ha una maggiore.
         Così, una popolazione con prevalenza di giovani presenterà evidentemente una bassa
         età mediana; una popolazione con prevalenza di adulti un’età mediana intermedia, e
         infine una popolazione con prevalenza di anziani e vecchi un’età mediana piuttosto
         elevata. Mentre però il ciclo di vita di una persona è legato al suo progressivo, inevi-
         tabile e soprattutto irreversibile invecchiamento – in quanto l’età è una variabile uni-
         direzionale, essendo legata al tempo – il ciclo di vita di una popolazione è legato al-
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           la presenza più o meno larga di persone giovani, contrapposta a quella più o meno lar-
           ga di persone adulte e a quella di persone anziane e vecchie. Questa presenza diffe-
           renziale è funzione delle tendenze della mortalità, della fecondità e delle migrazioni
           del passato (oltre che della struttura per età del passato), ma anche delle loro flut-
           tuazioni di breve periodo; quindi la tendenza all’aumento della popolazione anziana
           e alla diminuzione di quella giovane che si va registrando in tutte le regioni e nazio-
           ni del mondo, con il conseguente aumento dell’età mediana, si può interrompere o an-
           che rovesciare.

           GLI IMMENSI SQUILIBRI DEMOGRAFICI DI OGGI (E DI DOMANI). Il
           mondo è giovane: la metà dei circa 6 miliardi e 700 milioni di persone che abitano
           sulla faccia della terra ha meno di 28 anni, dal momento che proprio 28 è attualmente
           l’età mediana della popolazione del mondo, forse più bassa di quella che si potrebbe

           Tabella 1 • Età mediana della popolazione

                                                             Età mediana in anni (a)                                   Popolazione in milioni                      131
                Aree maggiori e regioni
                                                         2005        2050          Variaz.                      2007           2050          Variaz.

           Mondo                                               28,0              38,1              10,1             6.671             9.191             2.520
           Paesi a sviluppo minimo (a)                         19,0              27,9               8,9               804             1.742               938
           Paesi meno sviluppati (b)                           26,6              39,4              12,8             4.644             6.204             1.560
           Regioni più sviluppate (c)                          38,6              45,7               7,1             1.223             1.245                22

           Africa                                              19,0              28,0               9,0               965             1.998             1.033
           Africa subsahariana                                 18,0              26,7               8,7               807             1 761               954
           America Latina-Caraibi                              26,0              40,0              14,0               572               769               197
           Asia                                                27,6              40,2              12,6             4.030             5.266             1.236
           Oceania                                             32,3              40,0               7,7                34                49                15
           Nord America                                        36,3              41,5               5,2               339               445               106
           Europa                                              38,9              47,3               8,4               731               664              - 67
           Europa meridionale                                  39,8              49,3               9,5               152               146                -6
           (a) L’età mediana è l’indicatore sintetico più usato per indicare l’età media di una popolazione: sta a significare che metà della popolazione ha età
           minore del valore dell’età mediana e l’altra metà ne ha una maggiore.
           (b) I paesi a sviluppo minimo (nella locuzione inglese: least developed countries) comprendono i 50 paesi economicamente più arretrati del mondo:
           34 in Africa, 10 in Asia, 5 in Oceania, 1 in America Latina e Caraibi.
           (c) I paesi meno sviluppati comprendono le regioni meno sviluppate (nella locuzione inglese: less developed regions) meno i paesi a sviluppo minimo.
           (d) Le regioni più sviluppate comprendono: Europa, Nord America, Australia-Nuova Zelanda, Giappone.

           Fonte: Elaborazione propria su dati tratti da pubblicazioni varie della Population Division, United Nations, New York, 2007 e 2008
           (parzialmente su www.unpopulation.org).
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      immaginare (tabella 1). La variabilità è grandissima: in Africa l’età mediana è pari a
      19 anni – e in particolare a 18 nell’Africa subsahariana, l’area più giovane del mon-
      do, che conta ben 807 milioni di abitanti – mentre in Europa sale a 39 anni – e a 40
      nell’Europa meridionale, l’area più vecchia del mondo che conta 152 milioni di abi-
      tanti, la metà dei quali ha più di 40 anni.
      Già queste prime cifre mostrano come la demografia si intersechi in un gioco com-
      plesso ma del tutto evidente con variabili politiche e socioeconomiche oltre che cul-
      turali e psicologiche. I 403 milioni di abitanti dell’Africa subsahariana che hanno me-
      no di 18 anni – per lo più poveri e con ridottissimo capitale umano – si trovano in-
      fatti a convivere in questo periodo storico con i 76 milioni di persone dell’Europa me-
      ridionale che hanno più di 40 anni: persone abbienti, con elevato capitale umano e
      dotate di un ricchissimo patrimonio materiale e immateriale. Ci sono principalmente
      questi enormi squilibri all’origine delle abbondanti, costose, travagliate e spesso tra-
      giche migrazioni che dall’Africa subsahariana si dirigono verso le coste meridionali
      dell’Europa. Per di più, si prevede che nell’Africa subsahariana entro il 2050 l’età
      mediana salirà di quasi 9 anni fino a 27 anni, per una popolazione che dovrebbe ac-
  132 crescersi di poco meno di 1 miliardo di persone; dall’altra parte, la previsione per
      l’Europa meridionale è che l’età mediana salirà di quasi 10 anni fino a 49 anni, per
      una popolazione che dovrebbe calare di 6 milioni. Sono perciò notevolissimi gli squi-
      libri demografici tra le due aree, tanto che ci si può aspettare che le già forti tensio-
      ni migratorie aumentino a dismisura e diventino incontenibili. Seguiranno poi “con-
      taminazioni” economiche e culturali, oltre che psicologiche, ma anche manifestazio-
      ni di aggressività e durezza, dal momento che una popolazione assai giovane e nu-
      merosa, largamente deprivata di beni materiali di base, può essere spinta ad azioni di
      forza più di quanto possa esserlo una popolazione anziana, ridotta e con un’assai am-
      pia dotazione di ben materiali e non. Le differenti età dei popoli possono anche ge-
      nerare diverse attitudini alla pace e alla guerra.

        FECONDITÀ E LONGEVITÀ, DUE VARIABILI FONDAMENTALI. I valori
        segnati dalle età mediane delle popolazioni sono il frutto della presenza differen-
        ziata di giovani, adulti e anziani. Sono strettamente legati al livello di fecondità –
        che quanto più è alta, tanto più assicura un forte flusso di nascite e quindi di po-
        polazione giovane – e al livello della longevità – che quanto più è alta, tanto più as-
        sicura un forte flusso di longevi e quindi di popolazione anziana e vecchia.
        Nella tabella 2 queste relazioni sono ben evidenti: la proporzione di persone con me-
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           no di 15 anni va da un massimo del 41%, nelle popolazione dei paesi a sviluppo mi-
           nimo, dove il numero medio di figli per donna è pari a 4,63, a un minimo del 17%
           nelle popolazioni del Nord del mondo, dove il numero medio di figli per donna è sce-
           so al livello di 1,60. E il contrario è chiaramente riscontrabile nella relazione fra po-
           polazione anziana e durata della vita: solo il 5% ha 60 anni o più nei paesi a svilup-

                                                                                                       133

           po minimo dove la durata media della vita raggiunge solo i 54,6 anni, mentre gli an-
           ziani o i vecchi sono il 21% della popolazione nelle regioni più sviluppate del mon-
           do, dove la durata media della vita tocca ben 76,5 anni.
           Le proporzioni di popolazione giovane, adulta e anziana sono quindi legate all’evolu-
           zione della fecondità e della mortalità, variabili che finora sono risultate in linea di
           massima in discesa dappertutto nel mondo; ma i tempi di insorgenza della discesa e
           la sua velocità variano moltissimo tra le aree ed è quindi straordinariamente diverso
           lo stadio demografico in cui si trovano le varie popolazioni. Questo è uno dei punti
           chiave delle differenze territoriali dello sviluppo demografico: sarebbe tutto molto più
           semplice nella vita dei popoli e nelle relative analisi politiche ed economico-sociali
           se le popolazioni dei paesi del mondo seguissero universalmente lo stesso percorso
           demografico, con gli stessi tempi e la stessa velocità; ma questo è praticamente im-
           possibile, visto che lo sviluppo demografico si lega da un lato a cultura e tradizioni
           locali e dall’altro allo sviluppo economico e sociale.
           Il legame chiarissimo fra età mediana, livello di fecondità e di durata della vita si ri-
           trova quasi perfettamente nei vari continenti (sempre tabella 2) e nelle loro sub-re-
           gioni. Agli estremi si trovano i valori già citati. Si va dall’età mediana minima regi-
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        Tabella 2 • Le età dei popoli e i tassi di natalità

         Aree maggiori            Età         Percentuale al 2007      Valori medi      Età    Percentuale al 2050
         e regioni              mediana        di popolazione con       2005-10      mediana    di popolazione con
                                al 2005     meno 15-59 60 anni figli durata          al 2050 meno 15-59          60
                                            di 15    anni      e più  per      della         di 15     anni anni e
                                            anni                     donna vita              anni                più

         Mondo                       28,0      28      61       11     2,55    67,2     38,1      20      58      22
         Paesi a sviluppo            19,0      41      54        5     4,63    54,6     27,9      28      62      10
         minimo
         Paesi meno                  26,6      28      63        9     2,45    67,9     39,4      19      58      23
         sviluppati
         Regioni più                 38,6      17      62       21     1,60    76,5     45,7      15      52      33
         sviluppate

         Africa                      19,0      41      54        5     4,67    52,8     28,0      28      62      10
         Africa subsahar.            18,0      43      52        5     5,13    50,0     26,7      29      62       9
         America Lat.-Car.           26,0      29      62        9     2,37    73,3     40,0      18      58      24
         Asia                        27,6      27      63       10     2,34    69,0     40,2      17      59      24
  134 Oceania                        32,3      24      61       15     2,30    75,2     40,0      18      57      25
         Nord America                36,3      20      63       17     2,00    78,5     41,5      17      56      27
         Europa                      38,9      16      63       21     1,45    74,6     47,3      14      51      35
         Europa merid.               39,8      15      62       23     1,43    79,4     49,3      14      48      38

        Note e Fonte: Si veda Tabella 1.

        strata nell’Africa subsahariana – 18 anni – cui corrispondono in media 5,13 figli per
        donna e 50 anni di durata della vita; di conseguenza ben il 43% della popolazione ha
        meno di 15 anni e soltanto il 5% ne ha 60 o più. All’altro estremo, il valore massimo
        dell’età mediana si ritrova nell’Europa meridionale con soltanto il 15% di popolazio-
        ne giovane (un quarto di quella dell’Africa subsahariana) e il 23% di ultrasessanten-
        ni (quasi cinque volte la quota africana). Più o meno a metà strada sta l’Asia, con 28
        anni di vita mediana, il 27% di popolazione giovane e il 10% di popolazione anzia-
        na, una struttura demografica che favorisce grandi – e in parte realizzate – potenzia-
        lità di sviluppo economico, nel senso che l’Asia attualmente non ha, come l’Africa,
        grandi frazioni di popolazione giovane cui destinare ingenti risorse per l’istruzione e
        la salute, né grandi frazioni di popolazione anziana, come l’Europa, cui destinare in-
        genti risorse per la salute e la previdenza.
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           COME CAMBIERÀ LA DISTRIBUZIONE DELLA FORZA LAVORO. Il de-
           cremento dei livelli di fecondità e di mortalità – che in varie parti del mondo perdu-
           rano su livelli bassissimi – induce ad aspettarsi che la frazione giovane della popola-
           zione continui a diminuire e quella anziana a crescere, e quindi che continui a ele-
           varsi l’età mediana, in particolare di 10 anni entro il 2050. In questo intervallo anche
           la popolazione in età lavorativa – qui considerata dai 15 ai 60 anni – subirà modifi-
           cazioni assai profonde che avranno ripercussioni molto intense su tutti gli equilibri
           economici e geopolitici del mondo. In futuro, infatti, nei paesi a sviluppo minimo le
           attuali affollatissime leve giovanili scivoleranno nelle fasce di età lavorativa gonfian-
           dole enormemente, mentre nelle regioni più sviluppate le attuali affollate leve di
           adulti scivoleranno nelle fasce di età anziana. Il risultato previsto è che la popolazio-
           ne in età lavorativa dovrebbe aumentare nei paesi a sviluppo minimo di 646 milioni
           (+149%), nei paesi meno sviluppati di 672 milioni (+23%), mentre nelle regioni svi-
           luppate dovrebbe diminuire di 111 milioni (-15%)1.
           Queste tendenze produrranno due conseguenze di straordinaria importanza. Il nodo
           più rilevante e difficile sarà quello di riuscire a creare – in primo luogo nei paesi
           economicamente più arretrati e poi anche in quelli intermedi – uno smisurato nu- 135
           mero addizionale di posti di lavoro che siano economicamente “decenti”2. Dal mo-
           mento che nelle età prese in considerazione il tasso di occupazione è di circa il
           70%, ciò significa che a fronte di un aumento della popolazione in età lavorativa di
           oltre 1 miliardo e 300 milioni, per fronteggiare la sola offerta addizionale di origi-
           ne demografica gli occupati dovrebbero aumentare di 923 milioni; una cifra che pe-
           raltro dovrebbe essere molto più alta se si volesse riassorbire la disoccupazione, il
           lavoro nero e il lavoro precario di oggi, nonché assorbire la maggiore offerta di la-
           voro derivante dalla prevista espulsione di occupati dall’agricoltura e dal maggiore
           inserimento delle donne nel mondo del lavoro. Anche dalla capacità di quei paesi
           di assorbire, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, una tale massa di offerta
           dipenderà l’aumento della pressione migratoria dei paesi meno sviluppati nei con-
           fronti di quelli più economicamente progrediti, i quali peraltro tenderanno di per sé
           a esercitare una maggiore attrazione in conseguenza del previsto calo della popola-
           zione in età lavorativa.

           I PIÙ GIOVANI E I PIÙ VECCHI. Tutte queste dinamiche si ripropongono al li-
           vello territoriale più ridotto, quello dei singoli paesi, elencati nella tabella 3 dal più
           giovane al più anziano.
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        Il paese che oggi ha la popolazione più giovane è l’Uganda, con un’età mediana di
        15,3 anni, il che vuol dire che la metà dei suoi 31 milioni di abitanti ha, per l’ap-
        punto, meno di 15,3 anni. Con questa struttura per età – del tutto simile a quella dei
        sette paesi più giovani del mondo, dove dal 47 al 49% dell’intera popolazione ha me-
        no di 15 anni – è una forma di ipocrisia etica la pretesa dei paesi economicamente
        più progrediti di eliminare il lavoro minorile: è invece del tutto necessario con una ta-
        le elevatissima presenza di ragazzi, così come era necessario, ed è stato praticato, da
        noi nel corso dell’Ottocento. L’obiettivo per cui ci si può ragionevolmente battere è
        l’eliminazione del lavoro infantile.
        Il paese con la popolazione più vecchia è il Giappone dove l’età mediana è pari a 42,9
        anni e il 25% della popolazione ha più di 60 anni; questa proporzione è ancora più

        Tabella 3 • I paesi più giovani e i più vecchi

         Paesi                Età      Percentuale al 2007      Valori medi    Età      Percentuale al 2050
                            mediana     di popolazione con       2005-10     mediana     di popolazione con
                            al 2005 meno di 15-59 60 anni figli per durata al 2050 meno di 15-59 60 anni
  136                               15 anni anni        e più donna della            15 anni anni        e più
                                                                        vita
                                                       I paesi più giovani del mondo
         Uganda               15,3         49        47          4        6,46       51,5       23,3         33         61         6
         Mali                 16,0         48        47          5        6,52       54,5       24,6         32         61         7
         Niger                16,0         48        47          5        7,19       56,9       21,1         37         57         6
         Guinea Bissau        16,2         48        47          5        7,07       46,4       21,5         36         59         5
         Rep Dem Congo        16,3         47        49          4        6,70       46,5       22,5         34         60         6
         Liberia              16,4         47        49          4        6,77       45,7       21,2         37         58         5
         Malawi               16,4         47        48          5        5,59       48,3       24,4         31         62         7
                                                        I paesi più vecchi del mondo
         Lettonia             39,3         14        63         23        1,29       72,7       49,3         13         50         37
         Grecia               40,1         14        62         24        1,33       79,5       50,1         13         49         38
         Slovenia             40,2         14        65         21        1,28       77,9       52,2         12         47         41
         Bulgaria             40,8         14        65         21        1,31       73,0       52,3         12         48         40
         Italia               42,0         14        60         26        1,38       80,5       50,4         13         48         39
         Germania             42,1         14        61         25        1,36       79,4       49,4         14         49         37
         Giappone             42,9         14        61         25        1,27       82,6       54,9         11         45         44

        Fonte: Elaborazione propria su dati tratti da pubblicazioni varie della Population Division, United Nations, New York, 2007 e 2008
        (parzialmente su www.unpopulation.org).
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           elevata per l’Italia, che si ritrova al terz’ultimo posto in termini di invecchiamento. La
           situazione dei paesi più vecchi richiede strategie complesse e complete per gestire i
           problemi creati dalla dinamica demografica all’interno del paese (soprattutto per
           quanto riguarda la sostenibilità della spesa pensionistica e della spesa sanitaria) ma
           anche sulla scena internazionale, tenendo conto che sul piano produttivo un paese
           vecchio si trova a dover competere con paesi dalla forza lavoro assai più giovane e
           qualitativamente non meno attrezzata dal punto di vista dell’istruzione e della forma-
           zione professionale, com’è il caso, fra gli altri, di Cina e India. Questi problemi sono
           destinati ad aggravarsi nei prossimi decenni, dal momento che si prevede che l’età
           mediana possa aumentare di ulteriori 8-12 anni e che le persone con 60 anni o più
           possano arrivare al 37-44% dell’intera popolazione.

           QUANDO LA POPOLAZIONE È UN’ARMA STRATEGICA. Le età dei popo-
           li, la loro dimensione, la loro densità possono avere un ruolo di grandissimo rilievo
           anche nelle zone più calde del pianeta. Basta fare due soli esempi: uno riferito all’a-
           rea del Medio Oriente, e in particolare alla Palestina, e uno riferito a Russia e Paki-
           stan (tabelle 4a e 4b). La demografia contribuirà a cambiare radicalmente la geopoli- 137
           tica delle due aree e dei rapporti fra i popoli.

           La situazione israelo-palestinese
           a) L’accrescimento della popolazione è stato assai più intenso per Israele fra il 1950 e
           il 2005, mentre dovrebbe essere assai più intenso per i palestinesi fra il 2005 e il 2050.
           b) La proporzione di popolazione giovane è straordinariamente più elevata tra i pale-
           stinesi, il 46%, che non per Israele, il 28%, mentre avviene il contrario per la popo-
           lazione anziana e vecchia. La popolazione palestinese è quindi molto più “infiamma-
           bile” di quella israeliana già solo per questo fattore, senza parlare di altri fattori pu-
           re molto importanti, come il grande svantaggio in termini di reddito pro capite e di
           istruzione.
           c) L’affollamento, già elevato in Israele, è intollerabilmente alto nei territori palesti-
           nesi, dove la densità potrebbe arrivare nel 2050 a ben 1705 abitanti per chilometro
           quadrato.
           d) La popolazione diventa così un’arma strategica nelle mani dei palestinesi. Si può
           ipotizzare che nella recentissima grave crisi Hamas abbia, con grande cinismo, usa-
           to la sola bomba in suo possesso, quella demografica, esponendo la sua popolazione
           a un inevitabile eccidio, nella convinzione che questa fosse la sua arma vincente. Che
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        Tabella 4a • Situazione demografica comparativa: Israele e Autorità Palestinese

         Paesi                  Popolazione           Popolazione con Popolazione con               Età mediana             Densità
                                (in migliaia)         meno di 15 anni 60 anni o più                   (in anni)            (ab/kmq)
                                                       (% sul totale)  (% sul totale)
                         1950      2005     2050      2005       2050       2005      2050      1950     2005 2050 2005 2050
         Israele         1.258 6.692 10.527            28,0      18,4       13,2       24,5      25,5    28,8 39,4        302      475
         Autorità
                         1.005 3.762 10.265            45,9      26,6        4,5       10,8      17,2    16,9 28,9        625     1705
         Palestinese

        Fonte: Elaborazione propria su dati tratti da pubblicazioni varie della Population Division, United Nations, New York, 2007 e 2008
        (parzialmente su www.unpopulation.org).

        abbia voluto, cioè, spingere a una reazione l’opinione pubblica mondiale e i governi
        più sensibili, in modo da costringere Israele non soltanto ad arrestare l’azione milita-
        re, ma magari ad accettare una tregua a condizioni poco o per niente accettabili.

      La situazione di Russia e Pakistan
  138 a) L’accrescimento della popolazione è stato, e con ogni probabilità continuerà a esse-
      re, assai più intenso per il Pakistan che non per la Russia, rovesciando completamen-
      te i rapporti demografici: nel 1950 il rapporto era di 3 russi per 1 pakistano; adesso so-
      no all’incirca alla pari, mentre nel 2050 potrebbero esserci 3 pakistani per 1 russo.
      b) La proporzione di popolazione giovane è straordinariamente più elevata per il Pa-
      kistan, 37%, che non per la Russia, solo il 15%; il rapporto è invertito per la popola-
      zione anziana e vecchia, che in proporzione è per la Russia quasi tre volte che per il
      Pakistan. Anche in questo caso, quindi, la popolazione pakistana è, a parità di altre
      condizioni, molto più “infiammabile” di quella russa.
      c) Al di là delle armi convenzionali e non convenzionali, anche in questo caso la po-
      polazione diventa per dimensione (soprattutto in prospettiva), per composizione, per
      età e per densità, una vera e propria arma strategica.

        LA FORZA DIROMPENTE DELLA DEMOGRAFIA. Un elemento cruciale
        nella complessiva stabilità geo-politica, economica e sociale del mondo è costituito
        dalla natura differenziata – per tempo di insorgenza e velocità del processo – degli
        sviluppi demografici che determinano la diversa età dei popoli, traducendosi in una
        presenza assai differenziata di giovani, adulti, anziani, vecchi che si trovano a essere
        spesso rivali tanto all’interno di un singolo paese, quanto, ancora di più, nell’agone
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           Tabella 4b • Situazione demografica comparativa: Federazione Russa e Pakistan

               Paesi                 Popolazione            Popolazione con Popolazione con              Età mediana            Densità
                                     (in migliaia)          meno di 15 anni 60 anni o più                  (in anni)           (ab/kmq)
                                                             (% sul totale)  (% sul totale)
                             1950        2005        2050   2005       2050      2005      2050      1950 2005 2050 2005 2050
               Russia      102.702 143.953 107.832           15,1      15,0       17,1      32,4     25,0     37,3 45,3        8        6
               Pakistan     36.944     158.944 292.205       37,1      21,9       5,9       16,5      21,2    20,3    34,1    199     367

           Nota: La Federazione Russa è considerata nei confini attuali.
           Fonte: Elaborazione propria su dati tratti da pubblicazioni varie della Population Division, United Nations, New York, 2007 e 2008
           (parzialmente su www.unpopulation.org).

           internazionale. Un paese che si trova a uno stadio molto avanzato dello sviluppo de-
           mografico – ed è quindi un paese “anziano” – si può trovare a competere con un al-
           tro che si trova a mezza strada o con uno che si trova molto indietro ed è quindi un
           paese “giovane”. Ai fattori demografici si associano poi quelli sociali, economici, et-
           noculturali, etnoreligiosi e così via. Da qui la diffusa percezione della demografia co-
           me di una forza che, specie in prospettiva, può sconvolgere gli equilibri, spesso assai 139
           precari, fra i diversi popoli e le diverse aree del mondo, rischiando di mettere in mo-
           to una catena di reazioni assai pericolose o addirittura distruttive.
           Una proposta che potrebbe agire nel senso della stabilizzazione della popolazione e
           della gestione dei problemi legati alla qualità della vita e quindi alle migrazioni in-
           ternazionali, è quella di avviare ampi processi di integrazione, con la costituzione di
           grandi unioni regionali – quattro o cinque unioni a livello mondiale – che riuniscano
           tutti i popoli della terra, qualunque sia lo stadio demografico, economico e sociale nel
           quale si trovano. Nessuno Stato, preso singolarmente, può considerarsi una potenza
           globale, nemmeno gli Stati Uniti, come l’attuale crisi dimostra. Mettere in moto un
           processo integrativo, anche per cominciare ad arrivare a una moneta unica e alla li-
           bera circolazione di beni e persone come accade nell’Unione Europea, potrebbe con-
           sentire di superare le antiche e recenti rivalità all’origine di tante tragedie.

           1
             È molto importante sottolineare che queste cifre sono calcolate tenendo conto di movimenti migratori
           “normali”, cioè in linea con le tendenze osservate negli ultimi anni. In particolare, esse includono una
           perdita migratoria media annua di 2-400.000 persone nei paesi a sviluppo minimo e di 1,8-2,5 milioni
           di persone nei paesi meno sviluppati, e un guadagno migratorio medio annuo di 2,3-2,5 milioni di per-
           sone nelle regioni economicamente progredite.
           2
             Secondo l’ILO possono essere considerati tali i lavori che consentono di guadagnare almeno 2 dollari al
           giorno.
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