La tutela della famiglia e del minore - IPU Corso di Diritto di Famiglia e del minore a.a. 2018 /2019 Prof. Cristiania Panseri - Istituto ...
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La tutela della famiglia e del minore IPU Corso di Diritto di Famiglia e del minore a.a. 2018 /2019 Prof. Cristiania Panseri Il diritto di famiglia è quell’insieme di norme giuridiche che disciplina le relazioni familiari; dette norme appartengono a molteplici settori dell’ordinamento, anche se in diversa misura: al diritto privato in primo luogo, ma anche al diritto costituzionale, internazionale privato, penale, processuale civile e penale, ecclesiastico, tributario, del lavoro, amministrativo e regionale. Il diritto di famiglia ricomprende inoltre norme di ordinamenti diversi da quello interno, quali il canonico, l’internazionale ed il comunitario. L’approdo a questa nozione ‘complessa’ della morfologia del diritto di famiglia e della sua collocazione concettuale, è il coronamento di un percorso bisecolare, che prese le mosse negli anni immediatamente successivi alla scelta napoleonica di un ‘grande’ diritto privato incentrato sul codice civile. Dal disegno codicistico francese era valorizzata l’anima privatistica della famiglia nei suoi profili prevalentemente patrimoniali, vi permaneva comunque la ‘sacramentalità’ del potere paterno e dell’autorità maritale. L’apporto culturale italiano nella prima metà del Novecento, in linea con la tradizione ottocentesca, fu ancora nel senso di una particolare attenzione alle ragioni di una famiglia gerarchica e patriarcale. In tale opera, la famiglia era rappresentata quale istituzione organica e gerarchica, imperniata sul matrimonio e sulla patria potestà. La famiglia nel ventennio fascista: Il lato ‘arcaico’ e tradizionalista del fascismo – si riproponeva politicamente il mito della la famiglia tradizionale, ‘italica’ e patriarcale, e in ispecie quello della famiglia rurale mezzadrile, tradizionalista ed estesa, utile a cementare la morale e i costumi. Il lato ‘modernizzante’ e totalitarista del fascismo l’art. 147 del codice civile del 1942 ne è paradigmatico, in virtù dell’inciso con cui si impone ai genitori, e segnatamente al padre/capo famiglia, di educare obbligatoriamente i figli sulla base dei principi del fascismo, sotto pena della perdita della patria potestà. E questo perché lo Stato fascista considera la protezione dell’infanzia e della giovinezza come un’alta funzione pubblica, che esso assolve in più modi: a mezzo di suoi organi e di appositi istituti, mediante l’intervento nell’attività educativa familiare, con la protezione della filiazione illegittima e le varie forme di assistenza tutelare dei minori abbandonati. E il padre si configurava come un delegato dello Stato nell’educazione dei figli quali ‘produttori-soldati’, sottoposto in quanto tale a un ferreo controllo pubblico Su questa via, nel seguire i dettami del regime, la famiglia doveva farsi motore persino della purezza razziale. Nel contesto del programma di incremento demografico, si auspicava una radicale riforma del diritto di famiglia nel senso di una sua ristrutturazione in chiave ‘passatista’ e gerarchica:
La donna deve tornare sotto la sudditanza assoluta dell’uomo: padre o marito; sudditanza, e quindi inferiorità: spirituale, culturale ed economica. Si tratta di sanzionare il principio, volerlo diffuso ad opera di tutti gli strumenti di circolazione delle idee, darne tutte le necessarie giustificazioni, suggestionarne la pubblica opinione; rafforzarlo mediante provvedimenti quali: la modificazione nei programmi di istruzione femminile, il divieto della occupazione femminile, il divieto dello sport femminile (e la sola autorizzazione a praticare la educazione fisica scolastica), la severa sanzione degli affronti al pudore, alla modestia ecc. Diritto di famiglia e democrazia costituzionale La fine della Seconda guerra mondiale, la repubblica e il nuovo clima democratico posero le basi per il progressivo venir meno della principale caratteristica di gran parte della cultura del diritto di famiglia in Italia: la mediazione fra modernità e tradizione patriarcale. I giuristi italiani andarono progressivamente (e non senza reticenze) ad allinearsi con quel processo di democratizzazione della famiglia che nelle nazioni europee liberali si era già avviato da qualche decennio nel segno del puerocentrismo. La centralità dell’interesse del figlio e della sua tutela giudiziaria attestava emblematicamente la dimensione, a un tempo, ‘individualista’ e pubblica della famiglia, che non si compendiava più in membri ‘organici’ ma anzitutto in individui titolari di diritti, venendo meno a una a una le ultime reliquie di autarchia domestica. Sotto il profilo tecnico appare quasi scontato che, in un orizzonte di questo tipo, la bussola della scienza del diritto di famiglia divenisse la Costituzione del 1948 e la sua armonizzazione con la normativa vigente, i cui capisaldi erano stati partoriti in tutt’altro clima e rispondevano a idealità assai distanti. Anni Sessanta e Settanta Per un deciso cambio di rotta nella cultura giuridica del legislatore, dei giudici e degli stessi giuristi si dovette attendere circa un ventennio, il clima del 1968 e un vasto ricambio generazionale. Di fatto, gli anni Sessanta e Settanta offrirono all’intera Europa il clima culturale e politico favorevole a un sistematico piano di riforme dello stato giuridico domestico, ampiamente sostenute dalla cultura giuridica. In Italia, in quegli stessi anni, entrò definitivamente in crisi il modello ottocentesco delle relazioni familiari. La depenalizzazione dell’adulterio nel 1969, l’introduzione del divorzio nel 1970, la riforma del diritto di famiglia nel 1975 – per limitarci ad alcuni esempi – democratizzarono in profondità la materia delle relazioni domestiche e divennero ineludibili punti di riferimento culturali ed ermeneutici. Nei rapporti genitori/figli, per es., la potestà diventava finalmente parentale, con una piena bititolarità del padre e della madre e un sempre più incisivo interventismo giudiziario. Scompariva il dovere di onorare i genitori, troppo ‘sacrale’ e autoritario, mentre restava il riferimento a un generico rispetto, che pareva implicare un rapporto paritario. Di lì a poco la giurisprudenza avrebbe escluso qualsiasi forma di violenza – fisica e morale – nelle relazioni domestiche. Il concetto di ‘potere’ dei genitori sfumava nell’idea di dovere puerocentrico, sulla scorta di quei principi fondamentali dell’ordinamento, risultanti dalle disposizioni costituzionali e dalla legislazione
penale, dalle quali si evince una sorta di minimo etico imprescindibile per una convivenza civile. Sarebbe infatti contraddittorio ritenere che l’azione pedagogica possa lecitamente indirizzarsi contro i valori su cui si fonda l’ordinamento che regge la società di cui il minore è parte integrante. L’approdo culturale delle dinamiche giusfamiliari, ancora non totalmente compiute, è tutto riassunto nelle accese discussioni – fra 20° e 21° sec. – intorno al riconoscimento di tipologie ‘matrimoniali’ fortemente contrattuali e aperte a coppie omosessuali, oltre che nel concetto di ‘responsabilità genitoriale’ verso cui procede visibilmente l’intera esperienza europea. Tutela costituzionale della famiglia La Costituzione Italiana dedica alla famiglia tre articoli: - l'art. 29 sancisce che "La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare". - l'art. 30 dispone che "È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti. La legge assicura ai figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima. La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità". - l'art. 31 stabilisce che "La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo". Dalle suddette disposizioni si possono estrapolare i principi cardine che regolano il diritto di famiglia il principio di autonomia della famiglia; il principio di uguaglianza fra i coniugi; il principio di tutela dei figli (nati dal o fuori dal matrimonio); l’obbligo a carico di entrambi i genitori al mantenimento, istruzione ed educazione della prole; il principio del sostegno pubblico ai compiti educativi della famiglia;. Tutela della famiglia nel codice civile La gran parte delle norme del diritto di famiglia è raccolta in un ramo del diritto civile che regolamenta i rapporti familiari, quali il matrimonio, i rapporti personali fra i coniugi, i rapporti patrimoniali nella famiglia, la filiazione, i rapporti fra genitori e
figli, la separazione, il divorzio, le obbligazioni alimentari e gli obblighi di mantenimento del coniuge più debole. Il codice civile dedica alla famiglia il primo libro del codice intitolato "Delle persone e della famiglia". La concezione del diritto di famiglia è profondamente mutata dal 1942 (anno in cui è entrato in vigore il codice civile). All’epoca, la famiglia era basata sulla subordinazione della moglie al marito, sia nei rapporti personali sia in quelli patrimoniali, sia nelle relazioni di coppia sia nei riguardi dei figli; e fondata sulla discriminazione dei figli nati fuori dal matrimonio (figli naturali), che ricevevano un trattamento giuridico deteriore rispetto ai figli legittimi. Legge 19 maggio 1975 n. 151 La riforma introdotta dalla legge 19 maggio 1975 n. 151, ha finalmente apportato sostanziali modifiche dirette ad uniformare le norme ai principi costituzionali. Con la legge del 1975 venne riconosciuta la parità giuridica dei coniugi, venne abrogato l'istituto della dote, venne riconosciuta ai figli naturali la stessa tutela prevista per i figli legittimi, venne istituita la comunione dei beni come regime patrimoniale legale della famiglia (in mancanza di diversa convenzione), la patria potestà venne sostituita dalla potestà di entrambi i genitori. Il diritto di famiglia nel corso degli anni è soggetto ad ulteriori modifiche, frutto sia di elaborazioni Giurisprudenziali sia di importanti norme tra cui spiccano la legge sul divorzio (legge n. 898/1970, modificata nel 1987 con legge n. 74/1987), e la legge 54/2006, sull'affidamento condiviso che ha rivoluzionato la disciplina dei rapporti genitori-figli così come disciplinato dal codice civile. Legge 10 Dicembre 2012 n. 219 "Modifica della normativa vigente al fine di eliminare ogni residua discriminazione discriminazione rimasta nel nostro ordinamento fra i figli nati nel e fuori dal matrimonio, così garantendo la completa eguaglianza giuridica degli stessi”. L’idea di base è infatti che il riconoscimento deve essere precluso, non in base alla condizione giuridica di irriconoscibilità del figlio, ma esclusivamente in base alla considerazione del suo interesse, finanche a stabilire che un divieto non ha motivo di esistere quando il riconoscimento è per il minore favorevole. Punti principali della riforma: - introduzione del principio dell’unicità dello stato di figlio, anche adottivo, e conseguentemente l’eliminazione dei riferimenti presenti nelle norme ai figli “legittimi” e ai figli “naturali” e la sostituzione degli stessi con quello di “figlio”; - principio per cui la filiazione fuori dal matrimonio produce effetti successori nei confronti di tutti i parenti e non solo con i genitori; - sostituzione della nozione di “potestà genitoriale” con quella di “responsabilità genitoriale”; - modifica delle disposizioni di diritto internazionale privato con previsione di norme di applicazione necessaria in attuazione del principio dell’unificazione dello stato di figlio. - diritto degli ascendenti di mantenere “rapporti significativi” con i nipoti minorenni;
- introduzione e disciplina dell’ascolto dei minori, se capaci di discernimento, all’interno dei procedimenti che li riguardano - previsione della segnalazione da parte del giudice alle competenti autorità amministrative delle situazioni di disagio, per consentire al minore di essere educato nell'ambito della propria famiglia Decreto Legislativo 28 Dicembre 2013 n. 154 Si porta a compimento la più grande modifica del diritto di famiglia successiva alla legge 19 maggio 1975 dando attuazione alle modifiche, ai principi e ai criteri direttivi dettati dalla legge 219/2012. Con tale intervento si è colta l’occasione per uniformare la materia alle norme di diritto europeo e sovranazionale: in particolare il riferimento va al Trattato di Lisbona (2009) che ha attribuito un valore vincolante alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea ed ha vietato qualsiasi tipo di discriminazione fondata sulla nascita; alla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali, i cui articoli 8 e 14 proteggono la vita familiare e vietano qualsiasi discriminazione, al Regolamento dell’Unione europea n. 2201/2003 relativo alla competenza, al riconoscimento e all'esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale. Con i nuovi articoli li nostro ordinamento si dota di un corpo giuridico unico comune per i rapporti fra genitori e i figli in modo da diventare il solo riferimento per le controversie genitoriali, di separazione, divorzio o interruzione di convivenza tra persone anche non sposate. Ovunque, nell’Ordinamento, la potestà genitoriale viene ad essere ridefinita dalla sintesi concettuale europea «responsabilità genitoriale»: “i diritti e doveri di cui è investita una persona fisica o giuridica in virtù di una decisione giudiziaria, della legge o di un accordo in vigore riguardanti la persona o i beni di un minore. Il termine comprende, in particolare, il diritto di affidamento e il diritto di visita”. Art. 316 c.c. “Entrambi i genitori hanno la responsabilità genitoriale che è esercitata di comune accordo tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio. I genitori di comune accordo stabiliscono la residenza abituale del minore. In caso di contrasto su questioni di particolare importanza ciascuno dei genitori può ricorrere senza formalità al giudice indicando i provvedimenti che ritiene più idonei. […]” Fra le novità anche la scelta del legislatore di far scegliere di “comune accordo” la residenza abituale del fanciullo e quella di prevedere una nuova legittimazione attiva dei “nonni” che, finalmente, potranno far valere una loro azione davanti al Tribunale per i minorenni, quando sia loro impedito il diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minori di età. In un’ottica di miglioramento del nostro sistema giuridico a favore dei bambini e degli adolescenti sono i diversi interventi di modifica sul diritto all’ascolto. L’articolo 336-bis c.c. “Il minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento è ascoltato dal presidente del tribunale o dal giudice delegato nell’ambito dei procedimenti nei quali devono essere adottati provvedimenti che lo riguardano. Se l’ascolto è in contrasto con l’interesse del minore, o manifestamente superfluo, il giudice non procede all’adempimento dandone atto con provvedimento motivato. L’ascolto è condotto dal giudice, anche avvalendosi di esperti o di altri ausiliari. I genitori, anche quando parti
processuali del procedimento, i difensori delle parti, il curatore speciale del minore, se già nominato, ed il pubblico ministero, sono ammessi a partecipare all’ascolto se autorizzati dal giudice, al quale possono proporre argomenti e temi di approfondimento prima dell’inizio dell’adempimento. Prima di procedere all’ascolto il giudice informa il minore della natura del procedimento e degli effetti dell’ascolto. […]” A rafforzare tale diritto, è l’averlo esteso fino a comprendere non solo l’ambito dei procedimenti che riguardano il minore, a parte il caso in cui il giudice lo ritenga in contrasto con l’interesse del fanciullo oppure risulti manifestamente superfluo, ma anche altre situazioni come per i procedimenti in cui si omologa o si prende atto di un accordo dei genitori, relativo alle condizioni di affidamento dei figli; quando il giudice deve designare al minore un tutore e quando si debbano assumere dei provvedimenti circa l’educazione e l’amministrazione per la cura del minore; durante il procedimento di divorzio. Art. 337 ter - Provvedimenti riguardo ai figli “Il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.” Per realizzare questa finalità nei casi di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio e nei procedimenti relativi ai figli nati fuori del matrimonio “il giudice adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori (c.d. Affidamento congiunto) oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all'istruzione e all'educazione dei figli. Prende atto, se non contrari all’interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole, ivi compreso, in caso di temporanea impossibilità di affidare il minore ad uno dei genitori, l'affidamento familiare. La responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all'istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la responsabilità genitoriale separatamente. Qualora il genitore non si attenga alle condizioni dettate, il giudice valuterà detto comportamento anche al fine della modifica delle modalità di affidamento. Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando 1) le attuali esigenze del figlio. 2) il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori
3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore 4) le risorse economiche di entrambi i genitori 5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.” Tutela della famiglia nel codice penale La violenza coniugale si inquadra e si definisce in relazione alle prerogative del capofamiglia di esercitare un diritto di correzione nei confronti della moglie, dei figli, dei domestici e di ogni altra figura a lui subordinata. Tale diritto del capofamiglia, emblema del sistema patriarcale, era riconosciuto ovunque in Europa in epoca medievale e per tutta l’età moderna. Molta della violenza si è giocata, e si gioca, su due concetti: debolezza e onore. Ma l’onore di chi? Un punto centrale per l’applicazione di questi concetti era appunto lo ius corrigendi: l’esercizio del diritto della violenza correzionale sulla moglie, nato nel mondo romano, che permetteva all’uomo di arrivare ad un certo punto di violenza perché la donna era debole, e quindi andava protetta e corretta anche con la forza. «L’uomo era condannabile se esagerava: si consigliava all’uomo la moderazione e alla donna la pazienza.». Rifacendosi al principio costituzionale di eguaglianza, soltanto nel 1956 la Corte di Cassazione fa decadere nei riguardi della moglie l’art. 571 c.p. - abuso dei mezzi di correzione o di disciplina - che viene abrogato nel 1963: il marito perde il potere educativo e correttivo del pater familia che comprendeva anche la coazione fisica. Fino al 1968 l’adulterio era reato quando commesso da una donna. Gli uomini erano impuniti, a meno che la relazione extraconiugale non fosse di dominio pubblico, in tal caso si puniva perché offensiva alla famiglia e alla morale. Fino al 1981 resta in vigore il delitto d’onore. L’uomo che uccideva la moglie (o anche la figlia o la sorella) «nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onore suo e della sua famiglia» aveva diritto alle attenuanti e a una pena limitata da tre a sette anni. Al contrario, la donna che uccideva il marito in circostanze analoghe, era condannata all’ergastolo. Fino al 1981 resiste il matrimonio riparatore che consentiva, a chi avesse commesso uno stupro, di vedere estinto il proprio reato qualora avesse contratto matrimonio con la propria vittima. 1996: La violenza sessuale non è più considerata reato contro la morale pubblica, ma contro la persona. Legge 15 ottobre 2013 n.119 Sulla base delle indicazioni provenienti dalla Convenzione di Istambul, ratificata dal parlamento italiano, si sono introdotte norme volte a rendere più incisivi gli strumenti di repressione penale - già introdotti con l. 23/4/2009 n. 38 - dei fenomeni di: * maltrattamenti in famiglia: art. 572 cp “Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente (abuso mezzi di correzione), maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui
affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l'esercizio di una professione o di un'arte, è punito con la reclusione da due a sei anni [c.p. 29, 31, 32]. Se dal fatto deriva una lesione personale grave [c.p. 583], si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni.” * violenza sessuale: art. 609 bis cp “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali: 1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto; 2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona. Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi (7). * atti persecutori (stalking): art. 612 bis cp “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterata, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita. La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa. La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità […], ovvero con armi o da persona travisata. Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. Si procede tuttavia di ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità […], nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere di ufficio.” Viene riconosciuta la violenza sulle donne come forma di violazione dei diritti umani e di discriminazione di genere. La violenza sulle donne non è il risultato della natura intrinsecamente violenta degli uomini: è un fenomeno sociale che ha le radici nella relazione di potere asimmetrica fra uomini e donne. Per questo la si può PREVENIRE intervenendo sui fattori che la determinano (educazione, comunicazione, rete di aiuto, valutazione del rischio, rimozione delle discriminazioni a partire da quelle sul lavoro e in famiglia). Secondo pilastro: PROTEZIONE Alla donna che subisce violenza deve essere garantita sicurezza Es. misure di allontanamento del partner violento, arresto in flagranza di reato, rete di accoglienza, informazione, ecc. Protezione anche
durante il processo Es. testimonianza in modalità protetta, informazioni sullo stato del processo, patrocinio gratuito. Terzo pilastro: PUNIZIONE La violenza nei confronti delle donne è un reato e va punita. Definizione del reato di Violenza domestica: il fatto che il colpevole abbia o abbia avuto una relazione sentimentale con la donna oggetto di violenza non è un’attenuante, ma una aggravante. (altre aggravanti: violenza su donne in gravidanza, su minori). Punizione della violenza assistita. Vengono dunque inasprite le pene quando: Il delitto di maltrattamento in famiglia si compie in presenza di minori Il delitto di violenza sessuale è consumato ai danni di donne in stato di gravidanza Il fatto è consumato ai danni del coniuge, anche divorziato o separato, o del partner o ex partner Un secondo gruppo di interventi riguarda il delitto di atti persecutori (stalking): Vengono ampliate le aggravanti che ricomprendono i fatti commessi dal coniuge pure in costanza di vincolo matrimoniale, nonché i fatti commessi da chiunque con strumenti informatici e telematici È prevista l'irrevocabilità della querela per il delitto di atti persecutori nei casi di gravi minacce ripetute Sono previste una serie di norme riguardanti i maltrattamenti in famiglia: Viene assicurata una costante informazione delle parti offese in ordine allo svolgimento dei relativi processi penali Viene estesa la possibilità di acquisire testimonianze con modalità protette quando la vittima sia una persona minorenne o maggiorenne che versa in uno stato di particolare vulnerabilità Viene esteso ai delitti di maltrattamenti contro famigliari e conviventi il ventaglio delle ipotesi di arresto in flagranza Si prevede che in presenza di gravi indizi di colpevolezza di violenza sulle persone o minaccia grave e di serio pericolo di reiterazione delle condotte con gravi rischi per le persone, il pubblico ministero – su informazione della polizia giudiziaria – può richiedere al giudice di irrogare un provvedimento inibitorio urgente, vietando all'indiziato la presenza nella casa familiare e di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa I reati di maltrattamenti ai danni di familiari o conviventi e di stalking sono inseriti fra quelli per i quali la vittima è ammessa al gratuito patrocinio anche in deroga ai limiti di reddito. Tutela dei testimoni minorenni nel processo penale Art. 196 c.p.p.: Ogni persona ha la capacità di testimoniare. Qualora, al fine di valutare le dichiarazioni del testimone, sia necessario valutarne l’idoneità fisica o mentale a rendere testimonianza, il giudice anche di ufficio può ordinare gli accertamenti opportuni con i mezzi consentiti dalla legge.
Art. 498 c. 4 c.p.p.: L’esame testimoniale del minorenne è condotto dal presidente su domande e contestazioni proposte dalle parti. Nell’esame il presidente può avvalersi dell’ausilio di un familiare del minore o di un esperto in psicologia infantile. Il presidente, sentite le parti, se ritiene che l’esame diretto del minore non possa nuocere alla serenità del teste, dispone con ordinanza che la deposizione prosegua nelle forme ordinarie. L’ordinanza può essere revocata nel corso dell’esame. Altre speciali cautele: se una parte lo richiede, o se il presidente lo ritiene necessario, si applicano le modalità dell’incidente probatorio (art. 398 c. 5-bis c.p.p.) ove fra le persone interessate all’assunzione della prova vi siano minori di anni 16. L’udienza può svolgersi anche in un luogo diverso dal tribunale (strutture specializzate di assistenza o presso l’abitazione del minore). Le dichiarazioni vengono video registrate. Quando si procede per alcuni reati (riduzione o mantenimento in schiavitù, prostituzione pornografia minorile, violenza sessuale, atti sessuali con minorenni, violenza sex di gruppo) l’esame del minore vittima del reato viene effettuato, su richiesta sua o del suo difensore, mediante l’uso di specchio unidirezionale. Il processo a carico di imputati minorenni Come nasce il processo per i minori: RDL n. 1404/1934 istituisce i Tribunali per i Minorenni Il Tribunale per i Minorenni è inteso come un giudice speciale, presso il quale venivano unificate tutte le competenze relative ai soggetti minorenni: penale, civile, amministrativa o rieducativa. Questo giudice - molto diverso da quello attuale – vedeva il soggetto minore come un essere potenzialmente pericoloso x la società, che andava controllato e “condizionato” nel suo processo di sviluppo; nel migliore dei casi un persona debole e imperfetta, da tutelare e preservare, piuttosto che un essere il cui sviluppo di personalità andava promosso (senza deprimerne le capacità positive e le peculiarità). Ad una simile immagine di giovane ben si adattava la competenza amministrativa o rieducativa, che entrava in funzione a prescindere dalla commissione di un reato e riguardava (la terminologia è illuminante) i minorenni che “per abitudini contratte danno prova di traviamento ed appaiono bisognosi di correzione morale” che venivano spediti in case di correzione , con caratteristiche molto simili al carcere. Le norme di riferimento DPR n. 448/1988 modifica disposizioni relative al Processo penale a carico di imputati minorenni Regole minime sulla giustizia Minorile (Pechino 29.11.1985) Raccomandazioni del Consiglio d’Europa circa le reazioni sociali alla delinquenza minorile (1987) intese a:
- promuovere la protezione dei minori riducendo al minimo la necessità di intervento da parte del sistema giudiziario (art. 1 Regole minime); - assicurare al minore “una vita proficua all’interno della comunità che incoraggi un processo di maturazione capace di tenerlo lontano il più possibile dalla criminalità e dalla delinquenza (art. 1.2 Regole minime) La filosofia di fondo - Attenzione alla personalità del minore - Atteggiamento responsabilizzante - Finalità educativa del processo art.1 c.p.p. min. (Principi generali del processo minorile) – 1. Nel processo a carico di imputati minorenni si osservano le disposizioni del presente decreto e, per quanto da esse non previste, quelle del c.p.p. Tali disposizioni sono applicate in modo adeguato alla personalità e alle esigenze educative del minorenne. 2. Il giudice illustra all’imputato il significato delle attività processuali che si svolgono in sua presenza nonché il contenuto e le ragioni anche etico-sociali della sue decisioni. I princìpi di fondo - Adeguatezza - Minima offensività del processo - De-stigmatizzazione - Auto selettività - Indisponibilità del rito e dell’esito del processo - Residualità della detenzione Aspetti peculiari del processo minorile Processo del fatto: quando è funzionale all’accertamento della sussistenza del fatto ed alla sua attribuibilità all’imputato Processo della personalità: quando è rivolto all’indagine sulle caratteristiche soggettive del minore, sulla sua personalità, alla ricerca delle forme più adatte per la rieducazione ed il recupero Attenzione alla personalità del minore: il processo deve essere adeguato alla personalità del minore ed alle sue esigenze educative. Personalità ed esigenze educative del minore Il processo deve tendere ad un approfondito esame della personalità del minore, da intendersi non solo in senso intrapsichico, ma anche valutandosi l’intero sistema psicosociale nel quale il minore è inserito, nonché la sua particolare competenza ad interagire con il mondo esterno. Il processo non deve interrompere, ma anzi sollecitare, la ripresa del percorso educativo del minore: il giudice, le parti, i servizi sociali, devono interagire a tal fine. Accertamenti sulla personalità del minore Art.9 c.p.p. min. – Il pubblico ministero ed il giudice acquisiscono elementi circa le condizioni e le risorse personali, familiari, sociali ed ambientali del minorenne al fine di accertare l’imputabilità ed il grado di responsabilità, valutare la rilevanza
sociale del fatto nonché disporre le adeguate misure penali ed adottare i provvedimenti civili. Agli stessi fini il pubblico ministero ed il giudice possono sempre assumere informazioni da persone che abbiano avuto rapporti con il minorenne e sentire il parere di esperti, anche senza alcuna formalità. Finalità educativa del processo: fase cautelare Misure cautelari: il giudice nel disporre le misure cautelari deve tener conto dell’esigenza di non interrompere i processi educativi in atto (19 d.p.m. c.2) - Prescrizioni: (art. 20) con cui si impongono al minore alcune regole di condotta “inerenti alle attività di studio, o di lavoro ovvero ad altre attività utili per la sua educazione” , possono prevedere anche limitazioni o divieti - Permanenza in casa: (art. 21) prescrizione di rimanere presso l’abitazione familiare o altro luogo di privata dimora, accompagnata da eventuali limiti di comunicazione con alcune persone esterne e dalla facoltà di uscire x frequentare scuola o andare al lavoro - Collocamento in comunità: (art. 22) misura più restrittiva della libertà del minore fra quelle cautelari non detentive. Anche qui possono essere imposte specifiche prescrizioni inerenti studio e lavoro - Custodia in carcere: (art. 23) misura più grave che può essere disposta “solo per delitti per i quali la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore nel massimo a 9 anni” Può essere disposta solo qualora ogni altra misura risulti inadeguata. Finalità educativa: fase processuale Assistenza: deve essere assicurata un’assistenza affettiva e psicologica da genitori e servizi sociali affinché il minore possa comprendere il significato del processo (12 d.p.m) Difesa specializzata: i difensori devono avere una preparazione specifica nelle materie riguardanti il diritto minorile ed i problemi dell’età evolutiva (15 att. d.p.m.) Decisione: il giudice illustra al minore il significato delle attività che si svolgono in sua presenza nonché il contenuto e le ragioni etico-sociali della sua decisione (1 d.p.m.) • Irrilevanza del fatto: il G. pronuncia sentenza di non luogo a procedere se risulta la tenuità del fatto e l’occasionalità del comportamento, quando l’ulteriore corso del procedimento pregiudica le esigenze educative del minore (27 d.p.m.) • Messa alla prova: il G., se ritiene di dover valutare l’evoluzione della personalità del minore, sospende il processo e affida il minore ai servizi sociali per lo svolgimento dell’opportuna attività di sostegno, osservazione e trattamento (28 d.p.m.). Se ha dato esito positivo, tenuto conto del comportamento del minore e dell’evoluzione della sua personalità, il G. dichiara estinto il reato (art. 29 d.p.m.) Ruolo della famiglia Riconoscimento al minore del diritto-bisogno di mantenere continui ed attivi rapporti con la propria famiglia; La famiglia è il referente privilegiato per la crescita del minore e viene attivamente coinvolta in tutto il procedimento: • Assistenza affettiva (art. 12)
• Notifica agli esercenti la potestà di “informazione di garanzia e decreto fissazione di udienza” • Impegno di collaborazione in caso di provvedimento cautelare (permanenza in casa) anche con i servizi • Obbligo a comparire in udienza (pagamento ammenda) Ruolo dei servizi sociali Art. 6 c.p.p. min. prevede: “in ogni stato e grado del procedimento l’autorità giudiziaria si avvale dei servizi minorili dell’amministrazione della giustizia. Si avvale altresì dei servizi istituiti dagli enti locali. Compiti: • Accertamenti sulla personalità del minore (art. 9) • Assistenza affettiva e psicologica (art. 12) • Affidamento del minore imputato nel corso di ogni misura cautelare (art. 19) in cui devono: Fornire al giudice elementi di conoscenza psicosociale e di verifica operativa Offrire al minore, alla famiglia ed ai soggetti coinvolti elementi di conoscenza per comprendere il significato dei vincoli giudiziari Trasmettere al giudice informazioni circa significato evolutivo e sociale del minore Stabilire metodologia relativa alla costruzione e contrattazione di un progetto, programmazione di attività, valutazione e monitoraggio andamento della misura, definizione di modalità di controllo e di verifica. Compiti: Affidamento del minore imputato in caso di sospensione del processo e messa alla prova (art. 28) per attività di osservazione, trattamento e sostegno, da svolgersi anche in collaborazione con i servizi locali. Si tratta di un tipo di affidamento più complesso e più strutturato, dotato di maggiore autonomia anche all’interno del processo perché ha Obiettivi propri e specifici: sottoporre il minore alla prova e valutare la sua personalità all’esito della stessa Specifica e autonoma specificazione per gli interventi: lavoro di osservazione, ipotesi e progetti di intervento Propria valutazione conclusiva: l’esito della prova in relazione al comportamento e all’evoluzione della personalità del minore Oltre ad un continuo lavoro di osservazione e verifica, i servizi predispongono un progetto di intervento contenente le modalità di coinvolgimento del minore e del suo ambiente di vita (norme di attuazione d.p.r. 448/88) Soggetti professionali del processo: sinergia e deontologia Pubblico Ministero: rischio amplificazione del ruolo (rischi di estremizzare educazione o giurisdizione) Giudice: rischio amplificazione del ruolo (tendenza a sostituirsi ai genitori) Avvocato: rischio rinuncia al ruolo (fa lo psicologo, ma non difende) Servizi Sociali: rischio amplificazione del ruolo (tendenza a difendere o giudicare) Psicologo: problemi deontologici relativi al segreto professionale
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