BARBARA DA ROIT E STEFANIA SABATINELLI - Il modello mediterraneo di welfare tra famiglia e mercato

 
BARBARA DA ROIT E STEFANIA SABATINELLI

Il modello mediterraneo di welfare
tra famiglia e mercato

1. Il problema della cura in un sistema di welfare familista

   Il modello familista di welfare si caratterizza per la limitata
offerta di servizi pubblici di cura e l’attribuzione di responsa-
bilità (anche legali) alla famiglia, a fronte – paradossalmente –
di uno scarso peso delle politiche familiari ed infine per la
limitata importanza delle soluzioni di mercato (Liebfried 1992;
Ferrera 1996; Millar e Warman 1996; Zanatta 1999; Naldini
2002; Saraceno 2003b). La cura dei soggetti non autosufficienti
è tradizionalmente lasciata alla responsabilità della famiglia,
nucleare od estesa (Saraceno 2003a; Micheli 2004; Taccani
1994), in relazione anche alla bassa partecipazione femminile al
mercato del lavoro1. I servizi sociali territoriali hanno raggiunto
livelli di sviluppo contenuti rispetto al panorama europeo
(Anttonen Sipila 1996) e con differenze geografiche molto
rilevanti (Fargion 1997).
   Le tensioni connesse alla transizione demografica ed alla
trasformazione dei modelli di vita mettono in discussione gli

    1 Nei paesi del sud Europa i tassi di attività e di occupazione femminile, tra i più
bassi in Europa (Eurostat 2000), aumentano lentamente. Questo fenomeno si accom-
pagna a una forte divisione sessuale del lavoro e ad un’incidenza della doppia presenza
femminile persistente e superiore alla media europea (Bimbi 1995; Trifiletti 1997; Zanatta
2002; ISTAT 2005). Si osserva così il paradosso di una limitata partecipazione femminile
al mercato del lavoro in presenza di bassissimi tassi di natalità (Del Boca 2002). In
realtà, le medie nazionali offrono una visione distorta del paese, caratterizzato da
considerevoli disparità territoriali: i tassi di attività delle giovani donne nel centro-nord
sono simili a quelli del centro e nord Europa, mentre restano molto bassi al sud (ISTAT
2004). L’ISTAT stima che 724.000 donne (il 3,8% delle donne tra i 15 e i 64 anni)
sarebbero disponibili a passare dall’inattività alla ricerca di un’occupazione o, tra le
occupate, da un’occupazione part-time ad una full time, in presenza di adeguati servizi
alla famiglia (ISTAT 2005).

STATO E MERCATO / n. 74, agosto 2005
268   Barbara Da Roit e Stefania Sabatinelli

equilibri raggiunti in passato dai modelli di welfare nella gestione
della cura. In particolare, nell’Europa meridionale l’invecchia-
mento della popolazione si manifesta a ritmi accelerati, in
relazione sia all’allungamento della vita sia a tassi di natalità
particolarmente bassi. La conseguente crescita della domanda
di cura avviene contestualmente ad un indebolimento della
famiglia quale agente di welfare ed a politiche generali di
contenimento della spesa pubblica.
   Questo articolo intende fornire elementi a sostegno dell’ipo-
tesi secondo la quale di fronte a una domanda crescente di
sostegno ed a una diminuita capacità delle famiglie di farvi
fronte, in assenza di una revisione strutturale del sistema
pubblico, il modello familista stia orientandosi verso il crescente
ricorso a soluzioni di mercato.
   Sulla tendenza negli anni ’90 allo sviluppo di mercati – più
o meno pubblicamente regolati – si sono confrontate letture
contrapposte. Alcuni vi hanno visto una spinta generalizzata
verso la privatizzazione e lo smantellamento del welfare (cfr. il
dibattito generato dai lavori di Pierson 1994, 1996). Una lettura
alternativa è proposta dagli studi sui «mercati sociali», secondo
cui la nuova generazione di politiche sociali finalizzate al
sostegno della domanda e dell’offerta di servizi privati alla
persona sarebbe la sola strategia in grado di «soddisfare
quell’ampia domanda sociale potenziale lasciata insoddisfatta
dall’intervento pubblico ed è in difficoltà a trovare soluzioni
nell’ambito delle reti familiari o attraverso il ricorso al mercato
privato» (Ranci 2001, p. 9).
   Dal punto di vista degli utilizzatori, la possibilità di accedere
al mercato della cura è limitata da due fattori. Il primo è
rappresentato dalla relazione tra reddito disponibile e uso di
beni non essenziali (legge di Engel); il secondo è la malattia dei
costi (Baumol 1967). Tali limiti si riflettono, oltre che sull’ac-
cessibilità dei servizi, sulle caratteristiche del prodotto, ovvero
sul contenuto e la qualità dei servizi, nonché sulle condizioni
di lavoro dei caregiver.
   In proposito avanziamo due ipotesi. In primo luogo, al di là
delle diverse giustificazioni ideologiche, lo spostamento verso
soluzioni di mercato intende trasferire parte dei costi crescenti
dei servizi dalle politiche pubbliche e dalle famiglie sui lavoratori
di cura. In secondo luogo, l’introduzione di forme di mercato
nel sistema familista assume caratteristiche particolari, in quanto
avviene in un contesto caratterizzato da limitata offerta pubblica
Il modello mediterraneo di welfare tra famiglia e mercato       269

di servizi, scarsa capacità di controllo pubblico sulla qualità delle
prestazioni e del lavoro privato, forte segmentazione del mercato
del lavoro (Reyneri 2002) e delle protezioni sociali (Ferrera
1993), forte presenza di economia sommersa (European Com-
mission 1998; Schneider e Enste 2000). Poiché il contenimento
dei costi è obiettivo sia della pubblica amministrazione sia delle
famiglie, si osserverà la crescita di un settore economico
secondario, con tendenza alla sottoretribuzione e sottotutela dei
lavoratori, a discapito della qualità.

1.1. Campo di indagine ed evidenza empirica

   L’articolo considera le tendenze alla mercificazione nella cura
degli anziani non autosufficienti e dei bambini piccoli2, due aree
di bisogno anche quantitativamente importanti. L’evidenza
empirica utilizzata combina diverse fonti e metodi di indagine.
Si farà uso di dati istituzionali ed altri dati aggregati relativi
all’offerta ed all’uso dei servizi3. Si procederà, inoltre, all’analisi
secondaria di dati provenienti da survey nazionali sulle tendenze
in atto nello sviluppo della domanda di cura e nelle risposte
a tale domanda4 e ad elaborazioni autonome a partire dai
microdati5. Infine, per analizzare i meccanismi sottostanti ai
processi di cambiamento, si farà uso di dati qualitativi raccolti
mediante interviste a caregiver formali e informali e testimoni
privilegiati6.

    2 Ci riferiamo qui alla cura di bambini con meno di tre anni, la fascia d’età più
problematica. Tra i tre e i cinque anni, infatti, la grande maggioranza dei bambini italiani
(98,5%) frequenta la scuola materna, in genere per otto ore al giorno (ISTAT 2001),
che è generalmente gratuita.
    3 Ad esempio per quanto riguarda i servizi residenziali per gli anziani: Bonarini
(2002), ISTAT (2002), ISTAT (2003). Per quanto riguarda i servizi per la prima infanzia:
ISTAT (1995), Innocenti 2002.
    4 Per quanto riguarda gli anziani: ISTAT (1994), ISTAT (2001), Sabbadini (2002).
Per quanto riguarda i bambini: ISTAT, Indagine campionaria sulle nascite, secondo
i dati pubblicati in Lo Conte et al. (2003). Inoltre, sia per gli anziani che per i bambini:
Sabbadini (1999, 2002).
    5 In particolare, sulla base dell’Indagine multiscopo ISTAT «Condizioni di salute
e ricorso ai servizi sanitari» 1994 e 1999-2000.
    6 Per quanto riguarda gli anziani sono stati intervistati 35 caregiver di persone non
autosufficienti, di cui 25 al domicilio e 10 in struttura residenziale. Inoltre si sono
condotte interviste con 15 assistenti familiari retribuite e con numerosi interlocutori
privilegiati. La ricerca ha avuto luogo a Milano nell’anno 2003. Riguardo i bambini,
sono state intervistate 20 mamme con almeno un bambino di tre anni che nei tre anni
270     Barbara Da Roit e Stefania Sabatinelli

   L’articolo discute le recenti trasformazioni dei bisogni e della
domanda di cura, considerando in primo luogo le tendenze
relative al sostegno informale, all’uso dei servizi pubblici ed allo
sviluppo dei servizi privati. Si analizzeranno poi i processi
sottostanti lo sviluppo dei mercati dei servizi alla persona e le
conseguenze per gli addetti del settore e per le famiglie. Nella
parte conclusiva si discuterà l’ipotesi formulata alla luce dell’evi-
denza empirica a disposizione.

2. Cambiamenti recenti nella cura di anziani e bambini in Italia

   I dati relativi agli anni ’90 mostrano una crescita del bisogno
di sostegno e/o della domanda sociale sia nel caso degli anziani
sia nel caso dei bambini7.
   Nonostante la grande maggioranza degli anziani goda di
buona salute e rappresenti una fonte di sostegno per le famiglie
più giovani, una minoranza consistente ha una limitata autono-
mia nello svolgimento delle attività quotidiane. Circa la metà
delle persone anziane residenti al proprio domicilio presenta
qualche limitazione, ma in meno di un quarto dei casi si tratta
di limitazioni gravi8. Inoltre, malgrado il miglioramento delle
condizioni di salute degli anziani, l’invecchiamento della popo-
lazione fa sì che il rapporto tra popolazione anziana con bisogni
assistenziali e popolazione adulta continui a crescere.
   Analogamente, nonostante il calo della natalità, le esigenze di
cura per i bambini in età pre-scolare aumentano, in quanto
cresce la partecipazione delle donne con figli al mercato del
lavoro. Aumenta, inoltre, la domanda di servizi non legata a uno
specifico bisogno di cura ma alla scelta di un modello educativo:
in una quota maggioritaria e crescente dei casi, la motivazione

precedenti hanno adottato diverse modalità di cura (genitori, nonni, nido o baby sitter).
Sono state, poi, intervistate 10 educatrici di nido (pubblico e privato) e di servizi
integrativi (pubblici e no profit), oltre a 15 testimoni privilegiati. La ricerca si è svolta
a Monza (Milano) nel 2003.
    7 Distinguere aumento dei bisogni ed aumento della domanda di sostegno è tutt’altro
che semplice ed esula dagli obiettivi di questo articolo.
    8 I dati, elaborazioni autonomamente a partire da dati ISTAT, Indagine multiscopo
«Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari» 1994 e 1999-2000, considerano una
persona anziana «disabile» quando, avendo 65 anni, presenta qualche difficoltà nello
svolgimento di almeno una delle attività della vita quotidiana (come alzarsi, coricarsi,
vestirsi, mangiare, provvedere all’igiene personale, camminare, fare le scale); e «disabile
grave» quando è impossibilitata a svolgere nemmeno una delle suddette attività.
Il modello mediterraneo di welfare tra famiglia e mercato    271

principale rimanda ad aspetti relativi alla socializzazione, anche
in relazione al minor numero di pari presente nelle famiglie;
inoltre, diminuisce la quota di bambini che vanno al nido che
hanno la mamma occupata9 (Sabbadini 1999; ISTAT 2005).

2.1. Il sostegno informale

   Il sostegno informale ricevuto dai nuclei familiari10 con
particolari bisogni di cura ha subito rilevanti trasformazioni negli
ultimi venti anni. Tra il 1983 ed il 2003 si è verificata una
considerevole diminuzione della quota di nuclei familiari che
ricevono aiuti gratuiti dal network informale, passata dal 23,3%
al 16,7% (ISTAT 1994, 2001; cfr. tab. 1). Tale diminuzione non
è, però, ugualmente distribuita tra i diversi tipi di nuclei
familiari. La percentuale di nuclei familiari con almeno un
anziano che ricevono aiuti gratuiti dall’esterno si è ridotta
considerevolmente tra il 1983 e il 2003 (dal 28,9 al 18,3%).
Ancora più consistente è il calo del sostegno ricevuto dagli
anziani soli (dal 48,6% nel 1983 al 24,2% nel 199811). Tra le
famiglie con bambini la situazione appare invece assai differente.
In presenza di un bambino con meno di 14 anni e madre
casalinga le famiglie che ricevono aiuti passano dal 20,2% al
18% tra il 1983 ed il 2003. Al contrario, aumentano gli aiuti
ricevuti dalle famiglie con almeno un bambino di 14 anni e
madre che lavora (ibidem). L’assistenza ai bambini è l’attività
di aiuto a persone non conviventi più significativa in termini
di ore erogate sia dagli uomini che dalle donne, e nel 2003
rappresenta il 34,5% di tutti gli aiuti erogati (contro il 25%
nel 1998; ISTAT 2005).
   Inoltre, per quanto riguarda gli anziani, si osserva la dimi-
nuzione del sostegno gratuito soprattutto nelle attività di cura
della persona e di assistenza sanitaria12. Quindi, il tipo di aiuto

   9 Dal   79 al 70% tra il 1998 e il 2003.
   10 Le   indagini ISTAT forniscono informazioni unicamente sugli aiuti ricevuti
dall’esterno dei nuclei familiari, mentre non sono disponibili dati relativi al lavoro di
cura svolto all’interno dei nuclei familiari
    11 Il dato relativo al 2003 non è disponibile.
    12 Tra gli anziani che vivono soli – di particolare interesse perché non possono
contare sul sostegno di altri componenti il nucleo familiare – tra il 1990-1991 ed il
1998 coloro che ricevono aiuto nella cura della casa scendono dal 25,3% al 18,9%;
decisamente più rilevante è il calo di coloro che ricevono aiuto gratuito nelle cure
272     Barbara Da Roit e Stefania Sabatinelli

TAB. 1. Famiglie che hanno ricevuto aiuti gratuiti dall’esterno del nucleo familiare, per
        caratteristiche del nucleo familiare (%). Anni 1983, 1992, 1998, 2003

                                                 1983       1992        1998       2003

Tutte le famiglie                                23,3       18,7        14,8       16,7
Famiglie con almeno un anziano (65 anni
e più)                                           28,9        nd         15,8       18,3
Anziani soli                                     48,6       41,1        24,2        nd
Coppia con almeno un bambino < 14
anni (madre casalinga)                           20,2        nd         15,0       18,0
Coppia con almeno un bambino < 14
anni (madre occupata)                            30,9        nd         30,2       33,0
Monogenitore con almeno un bambino
< 14 anni                                        38,9        nd         24,9       29,7

   Fonte: ISTAT (1994, pp. 285, 290); ISTAT (2001, p. 49); ISTAT (2005, p. 287).

ricevuto tende a spostarsi da un sostegno più legato alla cura
della persona, più «pesante», ad un sostegno legato alla cura
della casa, più «leggero».
   Riguardo i bambini, diminuisce il potenziale di cura interno
alla famiglia nucleare, per l’aumento dell’occupazione delle
mamme, ma il peso della cura informale si sposta sempre più
sulla famiglia estesa, ovvero sui nonni. La percentuale dei nonni
che si occupano dei nipoti non coabitanti mentre i genitori
lavorano è passata dal 22,3 al 24,4% tra il 1998 e il 2003 (ISTAT
2005). L’indagine campionaria ISTAT sulle nascite mostra,
inoltre, che le neo-mamme con bambini tra i 18 e i 21 mesi
sono occupate per il 51%: oltre la metà di questi bambini è
affidato tutti i giorni ai nonni durante l’intero orario di lavoro
dei genitori (Lo Conte et al. 2003). Il sistema non è, però,
destinato a restare in equilibrio, in quanto i nonni tenderanno
a lavorare più a lungo per effetto delle riforme previdenziali,
e le nuove coorti di nonne lavoreranno di più rispetto alle
precedenti (Saraceno 2003a).

sanitarie (dal 17,9% al 7,4%) e nella cura della persona (dal 29,4% all’8,4%) (ISTAT
1994, p. 290; ISTAT 2001, p. 63; Sabbadini 2001, p. 344). Purtroppo, i dati a
disposizione non consentono una stima dell’intensità dei sostegni ricevuti.
Il modello mediterraneo di welfare tra famiglia e mercato       273

2.2. I servizi pubblici

   In entrambe le aree di intervento, lo sviluppo di servizi
territoriali ha avuto inizio a partire dagli anni ’70, parallelamente
all’attivazione delle regioni ed al conferimento agli enti locali
della responsabilità in materia di servizi sociali. Sia per quanto
riguarda la cura dei bambini che quella degli anziani, il livello
dell’offerta pubblica o pubblicamente regolata e finanziata si è
mantenuto basso, rispetto alla maggior parte dei paesi europei.
Inoltre, negli anni ’90, in corrispondenza della crescita della
domanda e dei bisogni di cura non si è verificata una sostanziale
espansione dei servizi e della copertura pubblica dei bisogni.
   In Italia il tasso di istituzionalizzazione degli anziani, com-
parativamente assai contenuto (Anttonen e Sipila 1996), è stabile
intorno al 2% (Bonarini 2002)13. Inoltre, in Italia, l’offerta di
posti in strutture residenziali non corrisponde interamente ad
offerta «pubblica». Da un lato, infatti, il pagamento delle rette
resta in buona parte in carico all’utenza14. D’altro canto l’oc-
cupazione nelle strutture residenziali è solo parzialmente ricon-
ducibile al settore pubblico, dati la natura giuridica delle
strutture ed i processi di esternalizzazione dei servizi ad ope-
ratori privati, soprattutto non profit15.
   I servizi domiciliari e territoriali sviluppatisi a partire dagli
anni ’70 continuano a coprire una quota molto piccola della
popolazione anziana. In Italia, le famiglie con almeno un anziano
che ricevono servizi di assistenza domiciliare sono circa il 3%
negli anni ’90 (elaborazioni su dati ISTAT 1994, 1999-2000).
Nonostante i servizi sociali e sociosanitari siano limitatamente

    13 Si osservano tuttavia grandi differenze territoriali, anche in relazione alle diverse
politiche regionali di programmazione e finanziamento delle strutture residenziali: tassi
più elevati nelle regioni del nord (3,24% a fine 1999); intermedi nelle regioni centrali
(1,5%) e molto bassi nelle regioni del sud e nelle isole (0,9%-1%) (ISTAT 2002).
    14 Il sistema di finanziamento delle strutture residenziali è assai diversificato nei
contesti locali e recentemente sottoposto a revisioni. Generalmente una quota dei costi
delle strutture è finanziata direttamente dai fondi sanitari regionali. La quota restante
è posta a carico degli utenti (ed in certa misura dei loro familiari) o, nel caso questi
non siano in grado di corrispondere per intero la retta, dei comuni di residenza.
    15 Intendiamo per imprese for profit le aziende che operano a fine di lucro e possono
distribuire gli utili. Di converso tra le imprese non for profit, che non possono distribuire
gli utili, si annoverano svariati soggetti giuridici (cooperative, cooperative sociali,
organizzazioni non lucrative di utilità sociale, fondazioni, associazioni ecc.). Per una
discussione sulla definizione del settore non for profit vedi Borzaga 1991 e Barbetta
1996.
274     Barbara Da Roit e Stefania Sabatinelli

cresciuti negli anni, il ritmo di tale crescita non è stato sufficiente
a compensare l’invecchiamento della popolazione. Inoltre, l’in-
tensità e la continuità dei servizi offerti non è tale da garantire
una valida alternativa né al ricovero, né alle cure informali in
presenza di elevati bisogni di cura. L’estensione ed intensifica-
zione delle attività risulterebbe troppo onerosa per i soggetti
pubblici responsabili e, in caso di compartecipazione alla spesa
da parte degli utenti, per i beneficiari stessi. Altre forme di
intervento, quali i centri diurni, restano limitate anche nelle
regioni che hanno maggiormente investito in questo tipo di
offerta.
   Riguardo la cura dei bambini con meno di tre anni, il tasso
di copertura dei servizi pubblici è tradizionalmente piuttosto
basso in molti paesi europei. Supera il 10% solo in Francia,
e raggiunge medie superiori solo nei paesi scandinavi (Leprince
2003; OECD 2001). In Italia, la copertura delle strutture
collettive è sempre stata molto bassa: nel 2003 raggiungeva
appena l’8,7% della popolazione in età (era il 6,2% nel 1998;
ISTAT 2005). Inoltre, dopo l’iniezione degli anni ’7016, la
crescita dell’offerta pubblica si è attestata su un ritmo piuttosto
lento. Solo nella seconda parte degli anni ’90, sotto la pressione
di una crescente domanda insoddisfatta, il numero di strutture
create è tornato a un livello significativo (Innocenti 2002): tra
il 1992 e il 2000 i nidi pubblici sono aumentati del 18%, ma
con grandi differenze tra le diverse macro-regioni (cfr. tab. 2).
   Circa un quarto delle domande di iscrizione al nido pubblico
resta insoddisfatto. Sia la comparazione territoriale, sia quella
diacronica mostrano come l’aumento dell’offerta di servizi faccia
ulteriormente emergere la domanda presente sul territorio
(Innocenti 2002). Oltre ai nidi, l’offerta comprende i servizi
integrativi (Tempi Famiglia, Spazi Gioco, Nidi Famiglia), svi-
luppatisi in anni recenti17. Essi sono per la maggior parte
pubblici (68,9%), ma più della metà sono dati in appalto (cfr.
4.1).

    16 La legge sugli asili nido comunali (L. 1044/1971) ha riconosciuto la responsabilità
dello stato nella cura dei bambini sotto i tre anni di età, da attuarsi tramite gli enti
locali. La legge prevedeva la creazione di almeno 3.800 nidi entro il 1976, ma a distanza
di un quarto di secolo si contavano solo 2.404 nidi comunali in tutto il paese (Innocenti
2002).
    17 Soprattutto con l’implementazione della legge 285/1997 «Disposizioni per la
promozione dei diritti dell’infanzia».
Il modello mediterraneo di welfare tra famiglia e mercato        275

TAB. 2. Numero di nidi pubblici e privati. Anno 2000 e variazione 1992-2000. Italia e
        macroaree

Macro-regioni        Incidenza     Incidenza   Nr. totale         ⌬           Peso
                     posti nido    domande     nidi 2000      1992-2000 settore privato
                    su pop < 3 insoddisfatte     (V.A.)          (%)          su ⌬
                        (%)     su pop < 3 (%)                            ’92-’00 (%)

Nord Italia               10          5           1.769          34              69
Centro Italia              9          3             754          41              36
Sud Italia                 4          1             485          50              47
Italia                     8          3           3.008          38              56
N.                   118.517

   Fonte: Elaborazioni su dati ISTAT 1995 e Innocenti 2001.

2.3. I servizi privati

   Per quanto riguarda la cura sia dei bambini che degli anziani,
si è riscontrata, soprattutto a partire dalla seconda metà degli
anni ’90, una crescita considerevole di un fenomeno limitato fino
a tempi recenti, ovvero l’acquisto di servizi privati direttamente
dalle famiglie. Alla fine degli anni ’90, gli aiuti retribuiti ricevuti
dalle famiglie con bambini e con anziani rappresentano la
seconda più importante fonte di sostegno dopo quello informale
(cfr. tab. 3).
   Per quanto riguarda gli anziani, in Italia, alla fine degli anni
’90, una quota considerevole di famiglie fa uso di servizi privati
a pagamento per la cura della persona: il 3,9% di tutti i nuclei
con almeno un anziano; il 7% dei nuclei con un anziano con
qualche disabilità ed il 12,1% dei nuclei con un anziano
gravemente disabile. Nonostante alcune variazioni territoriali,
l’importanza dei servizi privati a pagamento per dare risposta
ai bisogni di cura degli anziani è osservabile in tutte le aree
territoriali. Ancora più diffuso è il ricorso a personale di
servizio, che cresce considerevolmente in presenza di disabilità
grave: fanno ricorso a servizi privati per la cura della casa l’11%
di tutti i nuclei familiari con almeno un anziano; il 10,1% dei
nuclei con almeno un anziano con disabilità lieve ed il 16,3%
dei nuclei con un anziano con disabilità grave. Anche in questo
caso le differenze territoriali sono piuttosto contenute. Com-
plessivamente i servizi privati rappresentano una fonte di
primaria importanza per la risposta ai bisogni di cura delle
persone anziane: il 13,5% delle famiglie con almeno un anziano
utilizza servizi privati a pagamento; la percentuale sale al 22,6%
276      Barbara Da Roit e Stefania Sabatinelli

TAB. 3. Famiglie che hanno ricevuto diverse forme di sostegno dall’esterno del nucleo
        familiare nelle 4 settimane precedenti l’intervista, per caratteristiche della famiglia
        e per tipo di aiuto ricevuto (%). Italia 1998 (e 2003)

Tipo di nucleo                                     Informale Pubblico      Privato    Nessun
                                                                                       aiuto

Almeno   un   anziano, nessun bambino                 16,1        4,1       10,6        74,3
Almeno   un   bambino < 14, nessun anziano            24,1        2,2       10,4        68,0
Almeno   un   anziano e un bambino                    24,1        2,2       10,4        81,4
Almeno   un   anziano 75+                             20,9        6,3       14,2        66,4
                                                      25,9*       9,9*      14,5*
Almeno un anziano 80+                                 26,5        7,1       16,9        59,7
                                                      31,4*      13,4*      18,4*
Anziano solo                                          24,3        4,9       14,0        64,6
Almeno un componente con disabilità                   27,3        9,7       13,4        61,0
Almeno un componente con disabilità grave             30,6       14,2       15,9        55,8
                                                      34,2*      21,7*      20,3*

   * Anno 2003.
   Fonte: Elaborazioni su dati ISTAT 2001 e ISTAT 2005.

in presenza di un anziano con una disabilità grave (ISTAT 1999-
2000).
   Questi dati trovano riscontro nell’emergere di una nuova
figura di assistente per gli anziani, la «badante», che opera a
domicilio, spesso nel mercato irregolare. Di tale esito si trova
traccia unicamente in alcuni paesi del sud (Ramirez 1999; Vaiou
2002) e, in forme più leggere, in Austria e Germania (Hammer
e Österle 2003). L’assistenza domiciliare privata agli anziani si
è pertanto diffusa sottoforma di una relazione di lavoro diretta
tra le famiglie ed i lavoratori, spesso stranieri e generalmente
operanti nel mercato sommerso, mentre le imprese profit e non
profit non sembrano occupare un ruolo rilevante nella gestione
di servizi direttamente rivolti alle famiglie.
   Nei servizi per bambini, l’offerta privata comprende nidi
privati, soprattutto di piccole-medie dimensioni, e l’offerta
individuale di cura da parte di baby sitter, in grande maggioranza
senza contratto18. In anni recenti si è sviluppata inoltre una forma
intermedia di cura privata, il cosiddetto nido-famiglia.
   Diversamente dalla maggior parte dei paesi europei (Fraisse

    18 Secondo i dati della Multiscopo, nel ’98 il 4,8% dei bambini sotto i tre anni
di età era affidato quotidianamente a una baby sitter (Sabbadini 1999). L’indagine ISTAT
sulle nascite stima che nel 2003 l’11% delle neo-mamme che lavorano affida il proprio
bambino a una baby sitter (Lo Conte, Prati e Talucci 2003).
Il modello mediterraneo di welfare tra famiglia e mercato        277

2004), in Italia si è assistito a un aumento significativo di
strutture private, soprattutto negli ultimi dieci anni19. I nidi
privati sono cresciuti di oltre il 300% tra il 1992 e il 2000,
arrivando a rappresentare oltre il 20% delle strutture e oltre
il 10% dei posti-nido20 (elaborazioni su Innocenti 2002). L’au-
mento dei nidi privati rappresenta oltre la metà dell’aumento
totale delle strutture esistenti avvenuto in quello stesso periodo.
Negli ultimi cinque anni l’aumento delle strutture private
dovrebbe aver conosciuto un’ulteriore impennata, se è vero che
il 43,4% di tutti i bambini che vanno al nido frequentano una
struttura privata (ISTAT 2005). L’esistenza di un bisogno sociale
non soddisfatto ha stimolato l’emergere di un’offerta da parte
di imprenditori privati. Il problema delle difficili condizioni di
start-up21 è assorbito in Italia da un’importante presenza di
franchising.
   Solo dalla fine degli anni ’90 si sono diffusi, tanto a livello
locale che nazionale, incentivi pubblici alla costruzione o ristrut-
turazione di nidi privati e aziendali. Tali iniziative rispondono
alla logica di diminuire la pressione sui servizi pubblici, aumen-
tando l’offerta totale a un costo contenuto22. Tuttavia – salvo
un numero limitato di posti in convenzione – tali strutture sono
gestite secondo logiche di mercato: solo le famiglie con reddito
medio-alto possono accedervi (cfr. tab. 8).
   Anche lo sviluppo dei nidi famiglia, generalmente giustificato
con l’esigenza di rispondere alla diversificazione dei bisogni23,
segue logiche analoghe, peraltro in assenza di regolazione24.

    19 Negli altri paesi europei l’offerta privata collettiva esiste, ma è piuttosto l’esito
di iniziative associative delle famiglie (Francia, Svezia), o si configura in piccolissime
dimensioni, più riconducibili ai nostri Nidi Famiglia (Spagna).
    20 La rilevazione effettuata dall’Istituto degli Innocenti sottostima con tutta proba-
bilità il numero dei nidi privati e dei servizi integrativi (Innocenti 2002).
    21 Gli standard strutturali richiesti sono elevati, i controlli per ottenere le autoriz-
zazioni severi (mentre tendono ad allentarsi in seguito), e i tempi di attesa lunghi. Inoltre,
gli investimenti iniziali sono notevoli, mentre raggiungere la clientela non è un risultato
immediato.
    22 Soprattutto le leggi finanziarie 2002 e 2003 hanno destinato fondi ai nidi privati
e aziendali.
    23 In particolare gli orari di lavoro dei genitori, meno standardizzati, si scontrano
spesso con quelli dei servizi collettivi.
    24 Una sola persona, che non soddisfa particolari requisiti, può accudire fino a sette
bambini tra zero e due anni, in uno spazio non pensato specificamente per questo.
278      Barbara Da Roit e Stefania Sabatinelli

2.4. Il mercato del lavoro dei servizi alla persona

   La distribuzione dei compiti di cura tra famiglia, servizi
pubblici e servizi privati si riflette sulla struttura occupazionale
e sui tassi di occupazione in questo settore. I dati OECD
mostrano come il tasso di occupazione nel settore dei servizi
alla persona25 sia particolarmente basso in Italia ed in altri paesi
dell’Europa meridionale, rispetto ai paesi scandinavi. In un
posizione intermedia si collocano i paesi dell’Europa continen-
tale come Francia e Germania e, a un livello superiore, la Gran
Bretagna (cfr. tab. 4).
   In Italia, secondo il censimento generale dell’industria e dei
servizi26, tra il 1991 ed il 2001 nel settore della sanità il numero
degli addetti è cresciuto moderatamente (+12%), mentre è
incrementato in modo più consistente il numero degli enti
erogatori (+52%). Mentre il settore pubblico ha visto diminuire
il numero di erogatori, con una stabilità degli addetti, gli
incrementi più rilevanti si sono registrati tra le imprese non
profit e profit. Il peso degli addetti del settore pubblico
diminuisce, quindi (dal 70 al 63%) a favore del privato non
profit (dal 27 al 32%) e profit (dal 3 al 6%) (cfr. tab. 5).
   Nel settore dell’assistenza sociale – che occupa un numero
decisamente più modesto di addetti – si è registrata negli anni
’90 una crescita sia del numero di erogatori sia del numero di
addetti. In questo settore il peso del comparto pubblico è
decisamente limitato ed in calo (36,4% degli addetti nel 1991,
contro 22,4% nel 2001), mentre la quota di addetti più significativa
ed in crescita fa riferimento alle imprese private non profit (dal
55,2% al 68,1%). Le imprese private profit occupano una quota
molto piccola (8,4% nel 1991 e 9,5% nel 2001)27 (cfr. tab. 5).
   Accanto agli occupati inseriti in contesti organizzati, vi è la
presenza consistente dei collaboratori domestici impiegati diret-
tamente presso le famiglie28 (si veda il numero monografico di

   25  Si considera qui congiuntamente il settore «sanità e servizi sociali».
   26  La classificazione in uso delle attività economiche non fornisce dati sulle attività
di cura per anziani e bambini. Per i servizi di cura si può fare riferimento alle attività
sanitarie e di assistenza sociale, che escludono, tuttavia, attività connesse quali le pulizie,
manutenzioni, ecc.
    27 All’interno di quest’area particolarmente rilevante è il peso del settore non profit
nei servizi non residenziali, dove il settore pubblico occupa soltanto il 14,8% nel 2001.
    28 Il gruppo dei lavoratori domestici non comprende unicamente lavoratori di cura
in senso stretto, ma anche occupati in attività domestiche in assenza di particolari bisogni
Il modello mediterraneo di welfare tra famiglia e mercato       279

TAB. 4. Tassi di occupazione nei servizi socio-sanitari e domestici in alcuni paesi europei
        (1993-2002)

                                         1993                              2002
                            Servizi sanitari     Servizi     Servizi sanitari      Servizi
                               e sociali        domestici       e sociali         domestici

Italia                            3,0             0,5               3,4              0,5
Svezia                            n.d.            n.d.             13,7              0,0
Francia                           5,2             0,7               5,7              1,1
Germania                          5,5             0,2               6,9              0,3
Gran Bretagna                     7,1             0,5               8,0              0,3

   Fonte: Elaborazioni su dati OECD (2003).

Polis 1/2004 sul lavoro domestico). In Italia il settore dell’im-
piego regolare presso le famiglie raggruppa un numero di addetti
solo leggermente inferiore a quelli nell’area dell’assistenza so-
ciale: circa 224.000 posizioni registrate presso l’INPS nell’anno
2002 (Osservatorio sui lavoratori domestici29).
   I dati sull’occupazione sono tuttavia inficiati dalla conside-
revole presenza di lavoro sommerso nel settore dei servizi alla
persona. L’ISTAT stima, infatti, che nell’ambito dei servizi
sanitari e sociali e dei servizi domestici le unità di lavoro
equivalente superino complessivamente i due milioni. Le unità
di lavoro non regolari rappresenterebbero ben il 34,8% del
totale. Inoltre mentre nel settore della «sanità ed altri servizi
sociali» i tassi di irregolarità stimati sono piuttosto contenuti,
questi raggiungono livelli impressionanti nei «servizi domestici
presso famiglie e convivenze» (82,6%). Tra il 1992 ed il 2001
l’incidenza del lavoro irregolare sul lavoro complessivo sarebbe
ulteriormente cresciuta di 3,2 punti percentuali, in particolare
nei servizi domestici (cfr. tab. 6).
   In sintesi si registra una limitata crescita dell’occupazione nei
servizi alla persona, che restano scarsamente sviluppati in termini
comparati. Tuttavia, si osserva una crescita consistente dell’oc-
cupazione nel settore privato che assorbe la diminuzione nel

assistenziali del nucleo familiare. Praticamente assenti in Svezia, i servizi prestati
direttamente alle famiglie sono presenti in modo abbastanza omogeneo in Italia, Gran
Bretagna e Germania (tra lo 0,3 e lo 0,5%), più diffusi ed in crescita in Francia (cfr.
tab. 4).
    29 http://www.inps.it/doc/sas_stat/domestici/domestici.html.
280

TAB. 5. Numero di enti e numero di addetti in enti pubblici, non profit e for profit nel settore della sanità e dell’assistenza sociale, 1991-2001

Settore        Tipo di             Enti           Enti           Addetti        Addetti       Aumento        Aumento            %               %
               imprese             1991           2001            1991           2001          % enti        % addetti        addetti         addetti
                                                                                              1991-2001      1991-2001         1991            2001

Sanità         pubblico             709             345         695.006         697.689           –51             0              70             63
               non profit           978           6.126          26.402          69.105           526           162               3              6
               profit           114.078         169.927         264.408         343.933            49            30              27             31
                                                                                                                                                     Barbara Da Roit e Stefania Sabatinelli

               Totale           115.765         176.398         985.816       1.110.727               52          13           100             100

Assistenza     pubblico              895          2.395          44.404          62.769           168            41              36             22
sociale        non profit          5.512         20.812          67.421         190.762           278           183              55             69
               profit              1.010          2.129          10.217          26.632           111           161               8              9
               Totale              7.417         25.336         122.042         280.163           242           130            100             100

   ISTAT, 8° censimento generale dell’industria e dei servizi; http://dwcis.istat.it/cis/index.htm.
Il modello mediterraneo di welfare tra famiglia e mercato     281

TAB. 6. Unità di lavoro equivalente regolari ed irregolari nei servizi alla persona; 1992-
        2001

                                                 1992                    2001

Sanità e altri           regolari             1.152,9                 1.240,5
servizi sociali          irregolari              72,3                    95,3
                                                 (5,9%)                  (7,1%)
Servizi domestici        regolari               141,7                   134,7
presso famiglie          irregolari             525,7                   638,8
                                                (78,8%)                 (82,6%)
Totale                   regolari             1.294,6                 1.375,20
                         irregolari             598,0                   734,1
                                                (31,6%)                 (34,8%)

   Fonte: ISTAT 2003c.

settore pubblico. Inoltre la tradizionale importanza del mercato
irregolare risulta rafforzata.

3. Meccanismi di sviluppo della cura privata in Italia

   Lo sviluppo della cura privata emerge in relazione a tre
processi: l’esternalizzazione da parte dei servizi pubblici, l’ester-
nalizzazione da parte delle famiglie e la monetizzazione degli
interventi di cura. Per ognuno metteremo in evidenza le
specificità degli esiti in rapporto al contesto italiano.

3.1. L’esternalizzazione della gestione dei servizi pubblici

   L’esternalizzazione, che rappresenta uno dei più importanti
meccanismi di privatizzazione dei servizi, ha riguardato quasi
tutti i paesi occidentali (Young 2000). Se in letteratura vi è un
certo consenso sul fatto che questo processo abbia prodotto
risparmi per la pubblica amministrazione (Domberger e Jensen
1997), resta controverso se la fonte di tali risparmi sia la minore
protezione e remunerazione della forza lavoro o la maggiore
flessibilità (Bach 2000, p. 20).
   Nel caso italiano ciò che sembra rilevare sono le caratteristiche
del contesto: segmentazione del mercato del lavoro e delle tutele
connesse, presenza di lavoro irregolare, scarsa capacità di
regolazione delle amministrazioni pubbliche. Il processo di
282     Barbara Da Roit e Stefania Sabatinelli

esternalizzazione si è collegato e ha favorito la crescita della
cooperazione sociale. Nel caso dei servizi all’infanzia, ad esem-
pio, le cooperative sono titolari solo di un terzo dei servizi
privati, mentre gestiscono quasi il 90% dei servizi pubblici dati
in appalto30 (Innocenti 2002). Anche nel caso dei servizi per gli
anziani, le imprese non profit non si sono finora sviluppate nel
mercato dei servizi diretti alle famiglie31. Le forniture pubbliche,
infatti, permettono la stabilizzazione della domanda per le
cooperative.
   Le tariffe corrisposte dalla pubblica amministrazione agli enti
appaltatori non sono necessariamente più basse degli oneri orari
sostenuti per l’assunzione di personale dipendente (cfr. tab. 7).
Il vantaggio per la pubblica amministrazione è rappresentato
piuttosto dalla maggiore flessibilità offerta dalle imprese esterne.
Se le prestazioni dovessero essere interamente gestite attraverso
personale interno si dovrebbe assumere personale in eccedenza
per garantirne la continuità anche in caso di assenza per malattie,
maternità, permessi e trasferimenti. Inoltre, le tutele contrattuali
dei dipendenti pubblici rendono difficile aprire i servizi in orari
e giorni tradizionalmente non coperti.
   Gli enti erogatori riescono a mantenere prezzi relativamente
bassi sia grazie al contenimento dei salari diretti, sia per il ricorso
a rapporti di lavoro e modalità di organizzazione dei tempi di
lavoro flessibili (operatori «a chiamata»; collaboratori continua-
tivi e a progetto). Peraltro il peso del volontariato, che secondo
alcuni potrebbe costituire una modalità di riduzione dei costi
«eticamente» fondata (Paci 2004, p. 365) appare molto limitato,
soprattutto per quanto riguarda attività di cura routinarie,
prolungate nel tempo e ad elevata intensità di lavoro. Ciò è vero
sia nell’ambito delle organizzazioni che operano per la pubblica
amministrazione, sia per quelle che si rivolgono direttamente alle
famiglie (cfr. 3.2).
   Nonostante spesso si vincolino gli enti erogatori al rispetto
delle norme contrattuali ed alla formazione del personale, la

    30 L’esternalizzazione riguarda soprattutto i servizi integrativi. Si stima che nel 2000
fosse gestito in appalto solo il 23,6% dei nidi e ben il 55,6% dei servizi integrativi
(Innocenti 2002).
    31 Nel caso dei servizi per l’infanzia si osservano solo di recente iniziative in tal
senso, come il Progetto Asili Nido (PAN), che intende finanziare in modo agevolato
soggetti del terzo settore per la creazione di servizi di qualità, attraverso la formazione
di un consorzio tra una grande banca (Banca Intesa) e due grandi gruppi di imprese
sociali (CGM e FIS).
Il modello mediterraneo di welfare tra famiglia e mercato       283

TAB. 7. Costo delle prestazioni per la cura di anziani a domicilio e retribuzione netta
        dei lavoratori; Milano 2003

                                          Costo orario           Costo mensile per prestazioni
                                                                       continuative 24/7
                                    Costo del     Retribuzione     Costo del      Retribuzione
                                     lavoro           netta         lavoro            netta

Dipendente pubblico                   12-14              8-9
Lavoratore di cooperativa*            14-17              7-8         3000             1500
Lavoratore di impresa for profit*     16-19              8-9         3400             1700
Lavoratore domestico regolare*         8-9               7-8         3000             2500
Lavoratore domestico irregolare        7-8               7-8        700-800          700-800

   * Nel caso delle prestazioni continuative 24/7 il costo del lavoro e la retribuzione
netta sono da ripartire su più lavoratori.
   Fonte: Interviste con testimoni privilegiati; contratti collettivi nazionali di lavoro.

capacità di controllo dei soggetti appaltanti è limitata. Inoltre,
la coesistenza di pubblici dipendenti e lavoratori precari addetti
alla stessa mansione genera evidenti disuguaglianze. L’esterna-
lizzazione si configura quindi come una strategia di riduzione
dei costi, a detrimento delle condizioni di lavoro.

3.2. L’esternalizzazione della cura da parte delle famiglie

   Nei paesi europei l’esternalizzazione della cura da parte delle
famiglie è avvenuta attraverso lo sviluppo dei servizi pubblici;
più raro, e limitato alle classi superiori, è il ricorso al mercato.
   In Italia, il ricorso a servizi privati è recentemente divenuto
un fenomeno di massa per quanto riguarda la cura degli anziani.
Laddove in passato la solidarietà familiare si esprimeva unica-
mente attraverso l’erogazione diretta di sostegno non retribuito,
ora la ricerca di un lavoratore, e la supervisione della sua attività,
oltre che la parziale copertura dei relativi costi, rappresentano
modalità alternative di sostegno. Tale soluzione è accessibile ad
un’ampia quota della popolazione grazie ad un mercato della cura
sottoretribuito ed irregolare. Il costo del lavoro di una badante,
soprattutto se irregolare, ma non solo, beneficia della mancata
o parziale corresponsione degli oneri fiscali e contributivi, ma
anche di un’incompleta valorizzazione del tempo di lavoro.
   Diversamente, riguardo la cura dei bambini piccoli il ricorso
al mercato non è un fenomeno di massa (concerne l’11% delle
284     Barbara Da Roit e Stefania Sabatinelli

TAB. 8. Costo mensile della cura per un bambino
Il modello mediterraneo di welfare tra famiglia e mercato         285

dunque, in entrambe le aree, come una strategia di sostituzione
del lavoro informale con lavoro retribuito a basso costo.

3.3. La monetizzazione della cura: l’istituzionalizzazione della
     cura di mercato a basso costo

   Uno dei più importanti sviluppi nelle politiche della cura in
Europa negli anni ’90 è stata l’introduzione di forme di
monetizzazione dei servizi, in particolare a sostegno degli anziani
e dei disabili: agli utenti sono attribuite risorse monetarie
finalizzate ad acquistare prestazioni nel mercato privato, o a
retribuire caregiver informali (Weekers e Pijl 1998; Pacolet
2000)34.
   In Italia, la tradizionale forma di sostegno ai bisogni di cura
degli anziani è rappresentata dall’indennità di accompagnamen-
to, un’erogazione monetaria non sottoposta alla prova dei mezzi,
il cui utilizzo è interamente discrezionale35. Inoltre, negli anni
’90, numerose regioni ed enti locali hanno introdotto forme di
sostegno economico, i cosiddetti assegni di cura, generalmente
means tested ma ugualmente senza vincoli d’uso. Riguardo la
cura dei bambini la monetizzazione è stata avviata solo di
recente, a partire dall’implementazione della legge sul riordino
dei servizi sociali (328/00); i comuni possono riservare buoni
sociali per l’acquisto di cura nel mercato regolare a famiglie con
reddito sotto una certa soglia rimaste escluse dai nidi comunali.
Anche nelle recenti iniziative di inserimento delle badanti e delle
baby sitter nella rete dei servizi, sperimentate in numerosi

    34 Gli strumenti utilizzati, che nel dibattito vengono spesso assimilati, divergono
considerevolmente in relazione all’ammontare dei benefici, alle modalità di accesso, ai
vincoli posti all’utilizzo delle risorse erogate, alla possibilità o meno di utilizzare i fondi
per compensare il coniuge o altri parenti che prestano cure informali. Mentre nei Paesi
scandinavi, parallelamente all’introduzione di misure di monetizzazione, si sono ulte-
riormente sviluppati i servizi pubblici e si sono previste ampie tutele per i caregiver
informali, nella maggior parte dei paesi dell’Europa continentale ed in Gran Bretagna
le politiche si sono orientate verso la promozione della cura informale a basso costo.
Il caso italiano è uno dei più deregolati.
    35 Questa misura – introdotta prima della generalizzazione di tali misure in
Europa – era originariamente pensata per i portatori di handicap adulti, finalizzata
a compensare economicamente il sostegno informale ricevuto e a sostenere le spese
straordinarie connesse alla disabilità. Ciononostante, essa è nel tempo divenuta la
principale forma di sostegno alle persone anziane non autosufficienti: circa il 6,5%
della popolazione ultra 65enne beneficia di un ammontare fisso pari a circa 440
euro mensili nel 2005 (INPS).
286   Barbara Da Roit e Stefania Sabatinelli

contesti locali, il livello di regolazione pubblica resta basso
rispetto ad analoghe esperienze estere.
   La monetizzazione della cura rappresenta il punto di contatto
tra i due precedenti meccanismi di sviluppo del mercato. Da
un lato gli enti pubblici sostengono economicamente le famiglie
nella loro propensione ad esternalizzare i servizi di cura ridu-
cendo i costi di mercato. Dall’altro favoriscono la crescita di
servizi privati. Coprendo, però, solo una quota dei costi dei
servizi, tali interventi alimentano un mercato della cura a basso
costo, sottoprotetto ed irregolare, con una capacità di controllo
persino inferiore rispetto all’esternalizzazione dei servizi tramite
appalto.

4. Conclusioni

   L’articolo individua alcuni elementi a sostegno dell’ipotesi che
il modello familista si stia orientando verso sviluppi di mercato,
e solleva nuovi interrogativi.
   I dati disponibili evidenziano, a fronte dell’aumentata pres-
sione dei bisogni di cura sia per gli anziani non autosufficienti
sia per i bambini, una diminuita importanza del sostegno
informale (soprattutto per gli anziani) ed il mancato sviluppo
di servizi pubblici. Parallelamente si riscontra la crescente
importanza di soluzioni di mercato. Le politiche pubbliche
hanno incentivato lo sviluppo di mercati, sia attraverso processi
di esternalizzazione dei servizi, sia attraverso il finanziamento
alle famiglie per rendere solvibile la domanda di cura. Inoltre,
soprattutto riguardo gli anziani, si assiste ad una forte spinta
delle famiglie verso l’esternalizzazione di servizi di cura tradi-
zionalmente svolti all’interno delle famiglie allargate.
   Nonostante alcune differenze, le tendenze comuni osservate
nelle due aree sostengono l’ipotesi di partenza relativa alla
mercificazione del modello familista, confermando che le tra-
sformazioni in atto sono fortemente legate alle caratteristiche del
modello di welfare, più che alle caratteristiche dell’area di
bisogno sociale.
   Lo sviluppo del mercato nei servizi alla persona, avendo tra
gli obiettivi quello della riduzione dei costi delle prestazioni a
carico del settore pubblico e delle famiglie, si appoggia sulle
caratteristiche strutturali del mercato del lavoro italiano: il forte
dualismo tra settori fortemente protetti e scarsamente protetti
Il modello mediterraneo di welfare tra famiglia e mercato   287

ed il peso considerevole delle attività irregolari. Lo sviluppo del
settore dei servizi alla persona è caratterizzato dalla compres-
sione del costo del lavoro e dalla sua scarsa protezione in tutti
gli ambiti ad esclusione dell’impiego pubblico – che infatti è
l’unico stagnante.
   La (parziale) defamilizzazione della cura avviene non attra-
verso lo sviluppo di servizi sociali (ovvero attraverso la sfera della
redistribuzione), ma soprattutto attraverso la sfera del mercato,
anche sulla base di incentivi pubblici. Ne consegue che le
responsabilità restano in seno alle famiglie, che continuano ad
accollarsi in parte i costi della gestione diretta delle cure o, in
alternativa, i costi economici ed organizzativi della loro ester-
nalizzazione. Questo tipo di sviluppo comporta la riproduzione
di iniquità nell’accesso ai servizi, in relazione al livello di reddito
delle famiglie ed alla presenza di asimmetrie informative. Le
tensioni tradizionalmente assorbite dalle famiglie relative alla
cura dei bambini e degli anziani sono, così, in parte trasferite
sul mercato del lavoro. Ciò comporta sia scarse garanzie di
qualità, oltre che tensioni economiche, per chi domanda cura,
sia bassi livelli di tutela e remunerazione per chi offre profes-
sionalmente cura – tratti tipici dei regimi di welfare liberali. La
cura o è internalizzata perché troppo costosa e/o per vincoli
istituzionali e normativi (soprattutto nel caso dei bambini) o è
di mercato, cioè spesso dequalificata, svolta in nero e prevalen-
temente da stranieri e poco costosa (soprattutto per gli anziani).
Al tempo stesso il carattere continuativo, intenso, ripetitivo dei
servizi alla persona non sembra conciliarsi con le logiche del
volontariato, che, ove presente, privilegia attività più creative o
più spacializzate, meno ripetitive ed in ogni caso con un minore
coinvolgimento di tempo.
   Il modello di welfare familista tende pertanto a cambiare ed
al tempo stesso a riprodursi. Gli elementi emersi sottolineano,
a nostro avviso, la necessità di riflettere sulle traiettorie del
sistema di welfare mediterraneo a fronte delle tensioni in atto
e delle risposte che le politiche stanno mettendo in campo, che
sembrano favorire una maggiore tendenza alla defamilizzazione
della cura prevalentemente attraverso un maggior peso del
mercato nella gestione dei rischi sociali.
288     Barbara Da Roit e Stefania Sabatinelli

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    Summary: The familist welfare model – based on an either implicit or explicit
attribution of responsibility to family support networks and on a limited development
of public support devices – is under strain, similarly to other welfare models, due to
tensions linked to demographic developments and growing care demand. The article
analyses recent developments in the domain of child and elderly care in Italy. Next
to the weakening of informal networks and the stability of public supply of services,
a process of care commodification has taken place both through the externalisation of
services put in place by public authorities, and the tendency of the families, also
encouraged by social policies, to access market care. Characteristics of the sector are
the low level of protection and salaries of the labour force, the importance of grey
labour and the growing importance of immigrant labour. Tensions connected to the
increasing care needs instead of favouring a different distribution of responsibilities
between the family and the public sector, foster the role of the market as a form of
responding to social risks, through the partial displacement onto the labour force of
production costs of care services.
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