La nuova sfida di simboli e immagini: possibilità di dialogo o scontro tra culture?

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La nuova sfida di simboli e immagini:
possibilità di dialogo o scontro tra culture?
Rosa Grazia Romano

con l’avvento di internet e la diffusione planetaria del medium digitale, simboli ed immagini sono divenuti elementi focali per la com-
prensione della realtà. il traghettamento del mondo verso il dominio della cultura dell’immagine sta modificando globalmente la co-
municazione ed enfatizzando l’emozionalità a tutti i livelli, sia nei linguaggi che nei contenuti. si registra un uso diffuso di nuove forme
di espressione delle emozioni, apparentemente neutre ed universali, come ad esempio le emoticon ed i selfie, che sembrano facilitare la
comprensione cross-culturale nel mondo ormai globalizzato.
L’articolo, dopo aver riflettuto sugli studi cross-culturali relativi agli aspetti universali e culturali di questi nuovi linguaggi, si sofferma
sui risvolti educativi di questa nuova sfida delle immagini. Mostra come stiano aumentando le possibilità di dialogo, arricchite dall’uso
dei nuovi linguaggi multimediali, ma evidenzia al contempo la presenza di inedite e subdole suggestioni che il potere delle immagini
mette in atto ed a cui è difficile sottrarsi (visibilità ad ogni costo, horror vacui, terrorismo mediatico, etc.). Queste sottili forme di vio-
lenza, spia di pericolose fragilità culturali e di diffuse rigidità ideologiche, diventano ormai il vero ostacolo per processi educativi mi-
rati al confronto dialogico ed alla crescita umana.

Symbols and images have always been as universal necessary for understanding the things and the world. But the global spread of the
digital medium, that has led the world towards the era of the image, is changing the common use of language and creating new forms
of expressing emotions, such as emoticons, the selfie, etc.
In the article we wonder about the possibility and the way in which in the globalized world the cohabitation and the interweaving of
cultures enable the development of social symbols and images capable of universal recognition (eg. the facial expressions of emotions).
Finally, the emergence of the new culture of the image is leading us in the era of the violence of visibility at all costs. The article reflects
on the educational implications of this new challenge posed by the image.

Premessa                                                                 Il simbolo come universale
chi ha responsabilità educative oggi deve riflettere non                 per la comprensione del mondo
soltanto su come il mondo delle immagini prevalga pon-                   nell’etimologia e nella sua storia il termine “simbolo”
derosamente sulle altre forme di comunicazione, ma an-                   – che deriva dal greco συμ (insieme) e βαλλω (getto) –
che sul fatto che immagini e simboli, generalmente per-                  rimanda al tema dell’unità perché indica il “mettere
cepiti come immediati e facilmente intuibili, siano invece               insieme” due parti distinte. nell’antica Grecia, infatti,
ambivalenti e densi di implicazioni non sempre positive.                 il simbolo era la “tessera di riconoscimento” (spesso di
essi, infatti, non sono elementi univocamente oggettiva-                 terracotta) che due individui o due famiglie o due città
bili e fruibili, ma risultano sempre strettamente collegati              spezzavano, di cui ognuno conservava una parte come
alla sfera emotivo-affettiva e socio-culturale.                          prova dell’avvenuto accordo: il combaciare delle due
nel presente articolo tenteremo di comprendere sotto                     parti della tessera provava, quindi, l’esistenza dell’ac-
quante variegate forme si presenti oggi la sfida iconica nel             cordo.
mondo virtuale con particolare riferimento ai nuovi lin-                 anche filosoficamente e linguisticamente il simbolo,
guaggi che maggiormente traducono e veicolano le emo-                    nella sua funzione di “stare al posto di” e di poter essere
zioni (emoticon e selfie).                                               scambiato con il “segno”, esprime una convenzionalità
cominceremo quindi il nostro discorso ripercorrendo,                     che presuppone un significato condiviso (Peirce).
con un breve excursus, alcuni aspetti e funzioni che sim-                non meno importante risulta il potere cognitivo ed uni-
boli ed immagini svolgono nei processi di crescita umana                 ficante dei simboli per il fatto che, come sostiene George
ed analizzeremo in che modo essi possano essere utiliz-                  herbert Mead, consentono all’individuo di plasmare ed
zati nelle varie situazioni e nelle varie culture, diven-                accogliere elementi nuovi. Gli esseri umani, proprio per-
tando filtro ma anche leva di forti emozioni.                            ché inseriti ed integrati in una collettività, traducono in-

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fatti i simboli grazie al confronto col pensiero e l’opinione   L’immagine: il darsi delle cose
di altri esseri umani1.                                         sotto altra forma
È stato l’“interazionismo simbolico” a sottolineare come        Mutatis mutandis, questa visione del simbolo è applica-
gli individui agiscono rispetto alle cose sulla base del si-    bile anche a tutta la comunicazione segnica del mondo di-
gnificato che attribuiscono ad esse e come tale significato,    gitale. se è vero che ogni forma di comunicazione reale
proprio perché nasce dall’interazione tra gli individui, ri-    o virtuale deve essere dotata di significato, ne consegue
sulta condiviso. ciò vuol dire che i significati che gli in-    che gli esseri umani mettono sempre in atto un processo
dividui attribuiscono alle cose sono sempre dei prodotti        ermeneutico, attraverso il quale attribuiscono significato
sociali, che si modificano nel tempo e che si costrui-          a ciò che l’altro comunica.
scono attraverso dei processi interpretativi2.                  Generalmente nelle relazioni e nei processi di interpreta-
Ma è all’inizio degli anni ’20 del secolo scorso che ernst      zione della comunicazione, il corpo, ma soprattutto il
cassirer delinea una sistematica generale delle forme           volto umano ricoprono un ruolo di fondamentale impor-
simboliche, nell’opera Filosofia delle forme simboliche,        tanza. È il volto, da sempre, la prima immagine, l’inter-
sostenendo che «con “forma simbolica” si deve intendere         faccia con cui l’uomo interagisce, sia nei processi comu-
quell’energia dello spirito grazie a cui un contenuto spi-      nicativi senza parole, sia in quelli con le parole. Mediante
rituale significante viene collegato a un segno sensibile       esso si attuano le dinamiche comunicative più complesse
concreto, venendo intimamente assimilato a quest’ul-            e si mette in moto il meccanismo dell’interpretazione
timo»3. egli spiega che ogni forma simbolica ha la pro-         delle emozioni e delle intenzioni dell’interlocutore, che
pria origine in una specifica cultura e si incarna in un sog-   serve all’ascoltatore per comprendere il senso di ciò che
getto che fa proprio il significato del simbolo.                l’emittente esprime.
Per cassirer, dunque, i simboli divengono mezzi per con-        nelle interazioni virtuali, laddove mancano sia il volto che
ferire ad una entità individuale un valore di universalità,     la dimensione paraverbale e quella metaverbale del di-
valore che viene raggiunto per una via totalmente di-           scorso10, si ricorre ad altri elementi (immagini computa-
versa da quella del concetto logico. Questo vale per l’arte     zionali, emoticon, ecc.) che servono, appunto, a costruire
come per la conoscenza, per il mito come per la religione,      e codificare il significato in maniera più completa.
realtà tutte che vivono in peculiari mondi di immagini che      Le emoticon11, ad esempio, sono immagini virtuali frutto
creano forme simboliche. il concetto di simbolo diventa,        di una forma di decostruzione e ricostruzione dell’appa-
pertanto, un universale teorico-culturale e la sua peculia-
rità di universalità formale si dà nel permanere di un de-
terminato significato nel tempo4.                               1. G.h. Mead, Mente, sé e società (1934), tr. it. Barbera, Firenze 1966.
in Linguaggio e mito cassirer scrive: «il mito, l’arte e così   2. h. Blumer, Interazionismo simbolico (1969), tr. it. il Mulino, Bologna 2008.
il linguaggio e la conoscenza divengono simboli […] nel         3. e. cassirer, Wesen und Wirkungdes Symbolbegriffs, Wissenschaftlische

senso che ciascuna di queste forme crea e fa emergere da
                                                                Buchgesellschaft, darmstadt, 1956, p. 174.
                                                                4. id., Filosofia delle forme simboliche (1923-1929), tr. it. La nuova italia, Fi-
se stessa un suo proprio mondo di significato»5. in tal         renze 1961, vol. i, p. 47.
modo il filosofo tedesco guarda al simbolo come a quel          5. id., Linguaggio e mito (1929), tr. it. il saggiatore, Milano 1961, p. 18.
                                                                6. analogamente, anche habermas, nella Logica delle scienze sociali, sostiene
complesso di fenomeni che manifestano e, al contempo,           che i simboli sono necessari all’intelletto per far sì che «nel dato traspaia la trac-
incarnano un significato6.                                      cia di un non-dato. […]. È in quanto rappresentata che la realtà diventa feno-
                                                                meno» [J. habermas, Logica delle scienze sociali (1967), tr. it. il Mulino, Bo-
secondo cassirer, quindi, al centro del mondo vi è l’uomo       logna 1970, pp. 11-12].
quale essere vivente che si esprime mediante i simboli          7. e. cassirer, Saggio sull’uomo (1944), tr. it. Longanesi, Milano, 1948.
presenti nelle diverse culture. Le diverse forme del sapere     8. e. cassirer, Sostanza e funzione (1910), tr. it. La nuova italia, Firenze 1973.
                                                                9. «il simbolo non è il rivestimento meramente accidentale del pensiero, ma il
dell’uomo, animal symbolicum, si realizzano non nella de-       suo organo necessario ed essenziale. esso non serve soltanto allo scopo di co-
terminazione naturale o nell’essere di una cosa data “per       municare un contenuto concettuale già bello e pronto ma è lo strumento in virtù
                                                                del quale lo stesso contenuto si costituisce ed acquista la sua compiuta determi-
natura”, ma nella libertà e nella differenza delle diverse      natezza. L’atto della determinazione concettuale di un contenuto procede di pari
culture7.                                                       passo con l’atto del suo fissarsi in qualche simbolo caratteristico» [e. cassirer,
con ciò egli sottolinea che la “comprensione del mondo”,        Introduzione, in id., Filosofia delle forme simboliche (1923-1929), cit., § ii].
                                                                10. Per costruire il significato, l’uomo si serve di tre diversi livelli della comu-
non è un semplice recepire i dati in maniera passiva, ma        nicazione: quella verbale, che si riferisce al contenuto del discorso; quella pa-
implica sempre una libertà attiva dello spirito, un’attività    raverbale, che riguarda la qualità della voce (timbro, tono, pausa, volume della
                                                                voce) e veicola emotivamente il significato della parola; quella metaverbale o
creatrice8. infatti, in Filosofia delle forme simboliche,       non-verbale, che si riferisce a ciò che sta oltre le parole (postura, gesti, prosse-
sostiene che il simbolo diventa il tramite grazie al quale      mica, mimica, etc.) e completa il senso del messaggio.
è possibile comprendere non solo il linguaggio dell’uomo,       11. il termine emoticon, come tutti i neologismi, nella lingua italiana non ha an-
                                                                cora un preciso genere assegnato dai dizionari, per cui viene usato sia al maschile
ma l’uomo stesso9.                                              che al femminile. nel primo caso, si giustifica il maschile perché vige la regola

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rato mimico facciale, che aiuta a dare senso e forma a ciò      Probabilmente, la overdose di immagini presenti nel
che si vuol dire. seguendo e parafrasando il pensiero di        mondo virtuale fa sì che il vero assente spesso sia proprio
Pierre Levy12, la virtualizzazione dell’immagine non va         il reale, che la nostra coscienza sfuma e opacizza fino a
intesa come dematerializzazione, né come disincarna-            renderlo assente.
zione, ma come una incarnazione sotto diversa forma.
se così è, internet diventa non solo un medium da utiliz-       Le espressioni del viso: aspetti universali e
zare, ma anche una lente attraverso cui guardare il mondo,      culturali
capace di modificare ed alterare la percezione della realtà.    Ma torniamo alle immagini che popolano il mondo vir-
siamo immersi ormai in un contesto multimediale in cui          tuale della rete frequentato sempre più assiduamente da
sono cadute le barriere spazio-temporali: l’hic et nunc si      internauti, nativi ed immigrati digitali. La loro caratteri-
traduce e si slarga in un hic et ubique, perché con le          stica più evidente sembra quella di essere prevalente-
nuove tecnologie ciò che è “qui” presente può essere            mente centrate sulle emozioni e sui sentimenti, ormai
contemporaneamente presente anche altrove ed “ovun-             sdoganati e non più ritenuti segno di debolezza da relegare
que”. È una deterritorializzazione non più soltanto geo-        entro i confini di genere (specificità femminile) e neppure
grafica ma anche semantica, perché segna un distacco dal        entro licenze riservate a poeti, pittori ed artisti in genere.
luogo e dalla cultura di appartenenza. La virtualizza-          oggi, manifestare le proprie emozioni è diventato il mo-
zione, rendendo l’immagine metaforicamente staccata             dus operandi et comunicandi abituale, tipico soprattutto
dal luogo originario, ne consente infatti il prolungamento      di chi si serve di terminali multimediali e di social net-
attraverso la sua continua attualizzazione in altri tempi ed    work. sembra quasi che si stia via via trasformando il co-
altri luoghi.                                                   mune modo di pensare, da un pensare prevalentemente
L’immagine si rivela, così, come quella possibilità che le      per logica ad un pensare per emozioni ed immagini, più
cose si diano in altre forme, proprio perché le cose non si     spontaneo e fluido ma anche più soggetto ai meccanismi
danno mai nella loro interezza. ogni immagine, riman-           della suggestione e del contagio emotivo.
dando sempre all’originale, è una modifica della perce-         anche il linguaggio delle emozioni e la codificazione
zione che può essere considerata, come il simbolo, una          delle immagini delle emozioni si vanno sempre più ar-
“struttura di rinvio” (Franzini). un’immagine, infatti,         ricchendo di nuove articolazioni. Grande è l’attenzione
«non si limita a dire quel che rappresenta, ma dietro il rap-   che, ad esempio, viene rivolta all’espressività del corpo e
presentato c’è un orizzonte invisibile di riferimento»13.       soprattutto a quella del volto, entrambi percepiti come ele-
Fermarsi solo al visibile, alla figura che emerge, rischia      menti biologicamente strutturati e, quindi, riconoscibili al
di far perdere lo sfondo, e con esso tutto il senso al di là    di là e al di sopra dei confini spaziali, etno-culturali e lin-
del visibile, che però si può scoprire solo attraverso il vi-   guistici.
sibile.                                                         L’universalità della mimica facciale, invero, era stata og-
nulla è quindi così enigmatico come il concetto di im-          getto di studi già sin dall’inizio del 1800, a partire dalle
magine perché non è mai una semplice riproduzione del           ricerche di Bell16 del 1806 e di duchenne17 del 1862, an-
reale, ma una rappresentazione che coglie qualche ele-          che se è stato charles darwin ad essere considerato il pio-
mento particolare del reale e lo disvela. essa non è nep-
pure una derealizzazione, ma il mezzo attraverso cui si
esprime l’elemento simbolico, espressivo e spirituale
della percezione. il processo che produce immagini, in-         che ogni termine straniero dovrebbe essere maschile invariante, ma nell’uso quo-
fatti, è sempre connesso all’attività del nostro sguardo:       tidiano non sempre è così (ad es., non si sente mai dire “un t-shirt”). nel secondo
                                                                caso, se si accetta la regola di attribuire al nome straniero il genere che esso ha
guardare non è mera e passiva ricettività, ma capacità di       nella traduzione della lingua italiana, emoticon diventa femminile, poiché le tra-
ordinare il visibile, di organizzare l’esperienza e di darne    duzioni italiane sono tutte femminili: emozione/i, faccina/e, icona/e. in questo
                                                                testo, quindi, il termine “emoticon” sarà usato al femminile.
significato e senso.                                            12. P. Lévy, Il virtuale (1995), tr. it. cortina, Milano 1997; id., Cybercultura. Gli
scrive elio Franzini che “l’immagine svela il reale” nel        usi sociali delle nuove tecnologie (1997), tr. it. Feltrinelli, Milano 1999.
senso che «l’immagine nasce radicandosi nella nostra            13. e. Franzini, Educazione all’immagine per andar oltre l’apparenza e per re-
                                                                cuperare gentilezza e grazia del ‘700, in http://www.laccentodisocrate.it/
memoria, nell’esperienza stessa della nostra vita quando        Franzini14.html. elio Franzini è ordinario di estetica all’università di Milano.
affronta il problema dell’“assenza”. […]. La rappresen-         14. e. Franzini, L’immagine svela il reale, «Pearson», 10 ottobre 2012, in
                                                                http://is.pearson.it/magazine/filosofia-limmagine-svela-il-reale/.
tazione è allora il tempo-spazio grazie al quale si rende       15. Ibidem
presente l’assente»14.                                          16. c. Bell, Essays on the Anatomy of Expression in Painting, Longman, Lon-
Ma oggi, nell’«orgia visuale dei nostri tempi massme-           don 1806.
                                                                17. G.-B.-a.duchenne de Boulogne, The Mechanism of Human Facial Ex-
diatici»15, come e in che senso si può parlare di assenza?      pression (1990), cambridge university Press, cambridge (originale 1862).

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niere di questo tipo di studi. egli sostenne, infatti, che la   sia aspetti universali, sia aspetti culturali, e questi ultimi
mimica delle espressioni facciali non fosse frutto del-         non discreditano l’ipotesi della universalità, ma suggeri-
l’apprendimento della cultura di appartenenza, ma, es-          scono quella dell’interazione tra fattori biologici e fattori
sendo comprensibile in tutte le culture, ritenne che fosse      sociali.
universale ed identica per tutte le popolazioni del
mondo18.                                                        Nuove immagini di emozioni: le emoticon
Bisogna aspettare però Paul ekman ed i suoi studi sulle         analoghe considerazioni valgono per le emoticon21, nuove
emozioni, più fondati scientificamente, per poter precisare     sintesi iconico-mediatiche delle emozioni, degli stati
alcuni aspetti interessanti a riguardo. in un suo famoso        d’animo e dei sentimenti che vengono diffusamente uti-
esperimento egli presentò, infatti, dei filmati a studenti      lizzate nella comunicazione digitale. servono in genere ad
universitari degli stati uniti e del Giappone, i quali vi-      accompagnare un testo, e a volte spesso lo sostituiscono,
sionarono i filmati in due diversi contesti. nel primo con-     traducendo in maniera efficace e rapida gli stati d’animo
testo, sia gli studenti americani sia quelli giapponesi, ri-    dell’emittente del messaggio.
presi da telecamere nascoste mentre vedono i filmati da         Le prime emoticon risalgono agli inizi degli anni ’60 del
soli, esprimono le loro emozioni attraverso una grande          secolo scorso. scoprire come dai caratteri dell’alfabeto e
mole di espressioni facciali, le quali, comparate, mo-          dalla punteggiatura potessero nascere “faccine” che rap-
strano un alto grado di accordo. Questa prima fase del-         presentavano le emozioni è stata all’inizio una novità ed
l’esperimento conferma, quindi, la tesi dell’universalità       una forma di divertimento.
delle espressioni facciali in un setting sperimentale con-      oggi le emoticon sono diventate linguaggio comune e
trollato.                                                       molto usato anche con gli smartphone negli sms o nella
nel secondo contesto, invece, quando gli studenti ven-          messaggistica istantanea anche perché, inserendo più in-
gono ripresi mentre vedono i filmati in presenza di uno         formazioni in un solo messaggio, consentono di far ri-
sperimentatore, le reazioni divergono. Gli studenti giap-       sparmiare tempo e denaro. soprattutto negli instant mes-
ponesi, sia durante la visione dei filmati sia durante le in-   sage spesso queste immagini segnico-espressive stilizzate
terviste successive, tendono a manifestare una minore           e sintetiche sostituiscono le parole oppure integrano e
varietà di espressioni facciali ed a camuffarle con un sor-     completano l’informazione, rappresentando la parte più
riso per nascondere le loro emozioni, invece i soggetti         empatica e significativa della comunicazione virtuale.
americani continuano a manifestare le loro espressioni          il “chiarimento emotivo” operato dalle emoticon arric-
del viso in maniera indifferenziata rispetto al primo con-      chisce la conversazione digitale perché le immagini si ri-
testo19.                                                        feriscono ormai non soltanto a particolari espressioni sia
da questo esperimento ekman deduce, innanzitutto, che           del volto (sorrisi, pianti, smorfie, risate con le lacrime,
la mimica facciale e le emozioni sottostanti non sono de-       grugni, etc.), sia della voce (tono entusiastico, minac-
terminate dalla cultura di appartenenza, ma sono univer-        cioso, arrabbiato, tremolante, etc.) sia delle emozioni
sali ed uguali in tutto il mondo, quindi di origine princi-     (sorpresa, tristezza, amore, gioia, rabbia, etc.), ma possono
palmente biologica. riconosce, invece, che non sono             riguardare anche tutta l’esperienza personale, comprese le
universali le reazioni alle situazioni in cui si manifestano    varie attività, i movimenti ed i gesti, gli oggetti, gli ani-
le espressioni delle emozioni, perché soggette alle in-         mali, i segni grafici di varia natura, etc.
fluenze culturali.                                              Per le loro caratteristiche, le emoticon potrebbero sem-
secondo la “teoria neuroculturale” di ekman, infatti, ol-       brare un momento di involuzione della capacità comuni-
tre l’aspetto panculturale delle espressioni delle emo-         cativa dell’uomo. in realtà si tratta di un recupero di
zioni, «esistono una serie di “display rules”, regole sociali   forme espressive originarie, dal momento che i ‘segni’
di esibizione delle emozioni, culturalmente apprese, che
prescrivono il controllo e la modificazione delle espres-
sioni emozionali a seconda della circostanza sociale»20.
nella seconda condizione della sperimentazione, la pre-         18. c. darwin, L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali (1872),
                                                                tr. it. Longanesi, Milano 1971.
senza nella stanza di uno sperimentatore metteva in moto        19. P. ekman, Universal and Cultural Differences in Facial Expression of Emo-
una serie di regole culturalmente apprese, diverse per le       tion, in J. cole (ed.), Nebraska Symposium of Motivation -1971, 1972, vol. 19,
                                                                university of nebraska Press, Lincoln, ne, pp. 207-283.
due culture prese in esame, che condizionavano forte-           20. d. Matsumoto - M. cortini (2001), La sfida della psicologia (Cross)-Cultu-
mente l’esibizione delle emozioni provate.                      rale allo studio delle emozioni, in http://siba-ese.unisalento.it/index.php/psy
Pertanto, rispetto al riconoscimento delle emozioni ed alla     chofenia/article/viewFile/i17201632vivn6p53/2990, pp. 3-4.
                                                                21. il termine “emoticon”, derivato dalla contrazione inglese di “emotional
loro espressione possiamo affermare che entrano in gioco        icon”, significa letteralmente “icona dell’emozione”.

© Nuova Secondaria - n. 10, giugno 2015 - Anno XXXII                                                                                      29
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contengono e traducono il significato di tutto un pensiero,        ci si chiede, tra l’altro, se la comunicazione cross-cultu-
come accadeva ad esempio con gli ideogrammi o i gero-              rale risulti sempre facilitata da questo tipo di immagini op-
glifici, che rappresentavano un concetto, un’idea, e non           pure se, ed eventualmente in che misura, le differenti
semplicemente un valore fonologico o un suono.                     esperienze culturali degli interlocutori influenzino il loro
in un certo senso, gli adolescenti e tutti coloro che le           tipo di codifica/decodifica.
usano nelle chat vogliono soltanto rendere più ricca la loro
comunicazione aggiungendo espressività, comprensibilità            Rappresentazioni multimediali
e colore ai propri messaggi22. infatti intrecciano ed inte-        e cross-culturali delle emozioni
grano l’uso di queste strategie comunicative iconografi-           come hanno dimostrato ormai diversi ricercatori (Jacke,
che con tutte le altre forme comunicative tecnologica-             Youki, schyns25), in realtà le espressioni del volto non
mente sofisticate di cui dispongono, consapevoli che il            sono del tutto universali perché, per quanto biologica-
destinatario cattura prima le immagini e le emozioni nelle         mente radicate, esse sono anche culturalmente situate e
immagini, piuttosto che le parole.                                 contestualizzate, collegate ad interazioni umane condivise.
Per questa capacità di comunicare un messaggio, anche              si è notato, ad esempio, che tra gruppi di orientali e
complesso, con immediatezza e senza bisogno di spiega-             gruppi di occidentali, alcune espressioni del volto negative
zioni le faccine e le immagini espressive delle emoticon           determinano livelli di riconoscimento più bassi26. Lo stu-
sono divenute ormai un codice che solitamente viene                dio condotto nel 2009 da r.e. Jacke, c. Blais, c. schee-
considerato potenzialmente universale e cross-culturale.           pers, P.G. schyns e r. caldara mostra infatti che gli os-
anche Facebook, il social network più utilizzato nel               servatori orientali utilizzano una strategia di decodifica
mondo, ha introdotto la possibilità di aggiornare il proprio       specifica della loro cultura (culture-specific decoding
status eliminando le parole per utilizzare al loro posto solo
emoticon. evidentemente queste ultime si delineano come
dei ‘segni’ importanti che una persona utilizza ogni giorno
per comunicare i suoi stati d’animo e, come tali, possono          22. La letteratura nazionale ed internazionale sul tema degli adolescenti e l’uso
rivelare tanto di lei, dei processi e delle dinamiche in cui       di internet è ormai molto vasta. Per un approfondimento si possono consultare
                                                                   tra gli altri: d. Boyd, It’s complicated. La vita sociale degli adolescenti sul web,
è coinvolta, dei suoi vissuti e delle sue tensioni.                tr. it. castelvecchi, roma, 2014; aa.vv., Educare nell’era digitale, 52° con-
sulla valorizzazione delle emoticon è fondato anche il suc-        vegno di scholé, La scuola, Brescia 2014; B. volpi, Gli adolescenti e la rete, ca-

cesso che ha avuto in rete, sulla piattaforma Tumblr, una
                                                                   rocci, roma 2014; P. c. rivoltella, Costruttivismo e pragmatica della comuni-
                                                                   cazione on line. Socialità e didattica in Internet, erickson, trento 2003; c. davies
pagina come “Emojinalysis”. il suo creatore, dan Brill, in         - J. coleman - s. Livingstone (eds.), Digital Technologies in the Lives of Young
essa propone che le emoticon usate dal soggetto più fre-           People, routledge, London 2014.
                                                                   23. Brill dichiara che l’idea di questa pagina è nata proprio mentre stava comu-
quentemente nella sua comunicazione digitale vengano uti-          nicando in chat con un amico. osservando le emoticon che l’amico utilizzava più
lizzate come test per rivelare la personalità di chi scrive, i     frequentemente, si accorse che le più usate rappresentavano alcool, smiley tri-

suoi umori, i suoi capricci, le sue preferenze rispetto a va-
                                                                   sti, volti in difficoltà ed oggetti che esplodevano. da questa preoccupazione per
                                                                   lo stato d’animo dell’amico nacque l’idea di aiutare altre persone a comprendersi
rie tematiche e, soprattutto, per svelarne gli errori23.           attraverso le emoticon da loro utilizzate. il magico motto annunciato da dan Brill
chiunque oggi sia interessato a comprendere lo stato               è diventato: “dimmi che emoticon usi e ti dirò chi sei”, o – ancora meglio –
                                                                   “Fammi vedere le tue emoticon più recenti e ti dirò quello che non va nella tua
d’animo ed il comportamento emotivo delle persone non              vita”. il sito Emojinalysis si trova all’indirizzo: http://emojinalysis.tumblr.com/.
può più fare a meno di leggere ed interpretare il vasto e          24. Per un approfondimento di questa tematica, si vedano tra gli altri: h. Gar-
                                                                   dner - K. davis, Generazione app. La testa dei giovani e il nuovo mondo digi-
diffuso utilizzo di questo nuovo linguaggio iconico. Lo            tale (2013), tr. it. Feltrinelli, Milano 2014; M. Prensky, La mente aumentata. Dai
fanno già, ad esempio, nell’apparato giudiziario, durante          nativi digitali alla saggezza digitale (2012), tr. it. erickson, trento, 2013; s. Li-
le indagini conoscitive per scoprire le caratteristiche per-       vingstone, Ragazzi online. Crescere con Internet nella società digitale (2009),
                                                                   tr. it. vita e Pensiero, Milano 2010; P. Ferri, Nativi digitali, Bruno Mondadori,
sonologiche dei soggetti indagati, ma anche nel campo              Milano 2011; d. Buckingham (ed.), Digital Generations. Children, Young Peo-
commerciale, per perseguire strategie di marketing più ef-         ple, and New Media, routledge, new York 2006.
                                                                   25. r.e. Jacke - c. Blais - c. scheepers - P.G. schyns - r. caldara, Cultural
ficaci, per non parlare degli apparati politico-militari           Confusions show that Facial Expressions are not Universal, «current Biol-
nelle loro operazioni di intelligence.                             ogy», 18(2009), vol. 19, pp. 1543-1548; M. Yuki - W.W. Maddux - t. Masuda,
anche la pedagogia da tempo riflette sugli effetti di questi       Are the windows to the soul the same in the East and West? Cultural differences
                                                                   in using the eyes and mouth as cues to recognize emotions in Japan and the
nuovi linguaggi e strategie, utilizzati soprattutto dalla net      United States, «Journal of experimental social Psychology», 2(2007), vol. 43,
generation in maniera massiva, per valutarne le conse-             pp. 303-311.
                                                                   26. Ibidem. Per maggiori approfondimenti, si vedano anche: r.e. Jacke - o.G.
guenze sia sulla costruzione dell’identità e della persona-        B. Garrod - P.G. schyns, Dynamic Facial Expressions of Emotion Transmit an
lità, sia sulle capacità espressive ed interpretative messe par-   Evolving Hierarchy of Signals over Time, «current Biology», 2(2014), vol. 24,
ticolarmente alla prova nelle tante situazioni cross-culturali,    pp. 187-192; P.G. schyns - L.s. Petro - M.L. smith, Dynamics of Visual Infor-
                                                                   mation Integration in the Brain for Categorizing Facial Expressions, «current
che ormai sono quotidianamente a portata di schermo24.             Biology», 4(2007), vol. 17, pp. 336-340.

30                                                                                     © Nuova Secondaria - n. 10, giugno 2015 - Anno XXXII
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strategy), che si rivela inadeguata per distinguere in ma-          tratto orizzontale, a seconda che si riferisca rispettiva-
niera affidabile quelle espressioni facciali delle emozioni         mente alle donne o agli uomini. Questo si spiega col fatto
finora considerate universali. attraverso la registrazione          che nella tradizione orientale, il galateo vuole che le
dei movimenti degli occhi, i ricercatori hanno notato che           donne non espongano i denti mentre sorridono, quindi la
gli osservatori orientali fissano in modo persistente la re-        bocca deve restare chiusa e molto piccola28.
gione degli occhi tralasciando la bocca, mentre gli occi-           anche la disposizione dei segni nello spazio è differente
dentali distribuiscono lo sguardo in modo uniforme in               a seconda della cultura. Le emoticon in stile occidentale
tutto il viso. La conseguenza è che gli orientali, acquisendo       sono orizzontali, cioè scritte da sinistra a destra con la te-
informazioni poco chiare e per loro ambigue, operano con-           sta ruotata in senso antiorario di 90 gradi, per cui gli oc-
fusioni significative nel riconoscimento delle espressioni          chi sono sulla sinistra, seguiti dal naso (spesso non in-
delle emozioni (gioia, tristezza, sorpresa, paura, disgusto,        cluso) ed infine dalla bocca. invece, le emoticon orientali
rabbia, neutralità) rispetto agli occidentali.                      sono verticali, generalmente non ruotate, e possono in-
i risultati di questo studio, mettendo in discussione l’uni-        cludere caratteri non latini, il che aggiunge ulteriore com-
versalità delle espressioni facciali umane delle emozioni,          plessità alla interpretazione. tra le emoticon orientali più
non soltanto evidenziano la complessità della comunica-             significativamente differenti dalle occidentali, soprattutto
zione umana soprattutto quando ci si trova in situazioni            per la forma degli occhi e la prevalenza degli occhi sul re-
cross-culturali, ma non riconoscono più al famoso Facial            sto dei segni, troviamo:
Action Coding System (Facs) (sistema di codifica delle
                                                                             Emoticon orientali               Traduzione dell’emozione
espressioni Facciali) – elaborato da ekman e Friesen nel
                                                                                    (>_
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che il divario diventi fonte di incomprensione, frainten- avendone la possibilità in termini tecnologici, tutti pos-
dimento e, a seconda dei contesti, anche di contrappo- siamo agevolmente fissare ogni evento a cui assistiamo o
sizione e scontro29.                                            di cui siamo protagonisti e riproporlo con immagini in una
                                                                documentazione, anche impietosa, che non lascia più
I selfie e la tentazione di spettacolarizzare                   spazi per l’immaginazione. si tratta di immagini e filmati
l’esistenza nella vita online                                   personali postati da molti sui social network senza più ri-
tra le immagini più emblematiche e caratteristiche che servatezza né rispetto, neppure per l’essere umano che
circolano su social network e media elettronici vogliamo soffre o sta morendo, esibite e sfruttate come spettacolo
ricordare, infine, i cosiddetti selfie, scatti fotografici con proprio per attirare più pubblico e più visualizzazioni.
i quali le persone realizzano autoritratti tramite smar- Le immagini virtuali fanno parte ormai di quel processo
tphone o webcam. sono immagini e filmati anch’essi di spettacolarizzazione dell’esistenza che internet, i social
strettamente collegati alla diffusione dell’uso delle nuove network e i media elettronici quotidianamente alimentano
tecnologie digitali e la cui funzione social per i soggetti nel mondo virtuale. accompagnano e suggellano il tra-
sembra essere sostanzialmente quella di comunicazione ghettamento verso il prevalere di quella dimensione este-
dei propri stati d’animo e di autopromozione della propria tica della vita e della comunicazione che oggi rischia di
immagine.                                                       imporre la marginalizzazione di ogni altra sfera vitale ed
i selfie spesso documentano relazioni amicali o fami- esperienziale.
liari, oppure eventi significativi a cui il soggetto partecipa: in un tempo di grande mobilità e frammentazione come
il più delle volte servono per mantenere vive relazioni af- quello attuale, la diffusione di certe tipologie di selfie non
fettive minacciate da distanze fisiche o da difficoltà logi- costituisce più, quindi, soltanto un banale strumento di do-
stiche. nelle tante situazioni in cui diventa impossibile cumentazione legato ad una moda culturale. segnala,
l’esperienza diretta degli incontri interpersonali, le im- piuttosto, il diffondersi di una mentalità e di un orienta-
magini facilitano ed arricchiscono il contatto, comunicano mento narcisistico ed estetizzante che rappresenta, im-
e suscitano emozioni, evocano sentimenti, rassicurano e plicitamente, la denuncia di quanto problematico sia or-
richiamano attenzione.                                          mai per la persona entrare in dialogo con gli altri e col
La loro diffusione potrebbe essere letta quasi come la spia mondo, instaurare una relazione face to face, fare i conti
di una voglia di protagonismo e di relazione che, in una con la diversità e con le difficoltà dell’esistenza.
società frammentata e poco coesa come quella attuale, di- sembra essersi diffuso un nuovo tipo di solitudine legata
venta sempre più difficile soddisfare nell’esperienza quo- proprio all’uso ossessivo degli strumenti di comunica-
tidiana e che, proprio per questo, si aspetta risposte dalla zione digitali che, mentre la esorcizzano, di fatto ne ag-
sfera virtuale, trovando in essa un utile surrogato.            gravano il peso e l’ampiezza.
i selfie, in fondo, raccontano spesso di persone sole che non è un caso che una delle attività più praticate nella
non vogliono restare nell’isolamento, a cui in qualche fruizione attiva dei social network consista oggi nel-
modo si sentono condannate, e che vogliono uscire dal- l’upload (caricamento in rete) di foto e video personali        (32
l’ombra dell’anonimato cercando interlocutori per i quali milioni di selfie al giorno in italia solo nel 2013) . di que-
                                                                                                                30

esistere.
di sicuro c’è che il numero di selfie scattati aumenta
esponenzialmente ogni giorno di più costituendo ormai             29. ci sembra di poterlo affermare con ancora maggiore convinzione dopo l’at-
una moda contagiosa che sta mettendo in circolo un pa-            tacco terroristico avvenuto il 7 gennaio 2015 contro la sede del giornale satirico
trimonio sterminato di immagini di ogni tipo.                     charlie hebdo, a Parigi, innescato da reazioni abnormi a irriguardose vignette
                                                                  satiriche anti-islamiste. dimostra quanto sia difficile pervenire oggi ad una let-
documentano non soltanto esibizioni di competenze po-             tura univoca di simboli ed immagini da parte di soggetti con diversi riferimenti
sitive particolari (artistiche, manipolative, creative, cultu-    culturali, sociali, politici e religiosi. ciò che per una persona, un gruppo o un po-
                                                                  polo è solo ironia o graffiante espressione di libertà di pensiero, da difendere sem-
rali, ecc.) o momenti di storia quotidiana (eventi signifi-       pre e comunque, può essere ritenuto da altri un insulto insopportabile o un at-
cativi, tappe della crescita infantile e giovanile, l’evolversi   tacco blasfemo così irriguardoso da mettere in atto inaudite violenze. con
di una gravidanza, le trasformazioni corporee durante una         questo non si vogliono né si possono legittimare le reazioni violente e crudeli alle
                                                                  presunte offese subite da parte di chicchessia verso altri esseri umani, perché ogni
malattia, ecc.), ma anche emozioni tumultuose e violente          attacco alla dignità ed alla vita umana resta sempre ed in ogni caso un abomi-
(approcci seduttivi, atti di prevaricazione, comportamenti        nio ed un fatto esecrabile, che non fa crescere nessuno e disumanizza tutti, co-
                                                                  stituendo solo il preludio di processi di morte a catena.
aggressivi, forme di sadismo, ecc.), con l’intento soprat-        30. censis, 48° Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2014, Franco an-
tutto di comunicare e suscitare forti emozioni.                   geli, Milano 2014. «secondo i dati forniti da Global Web index relativi all’ita-
in realtà siamo in molti, ormai, ad essere ossessionati dal       lia, il 73% degli utenti che hanno utilizzato i social network nel 2013 ha indicato
                                                                  di aver caricato fotografie e di aver interagito con i contenuti postati. in italia sono
bisogno compulsivo di documentare ogni cosa perché,               circa 4 milioni gli utenti che utilizzano instagram, dove il 58% dei contenuti con-

32                                                                                    © Nuova Secondaria - n. 10, giugno 2015 - Anno XXXII
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sta pratica ormai così diffusa il rapporto censis 2014 ha              quietante e sfugge al controllo dell’immediato e del-
scritto che costituisce «l’evidenza fenomenologica in-                 l’educativo.
controvertibile della concezione dei media come specchi                dietro allo scatto frenetico delle foto e alla riproduzione
introflessi in cui riflettersi narcisisticamente, piuttosto            impazzita delle immagini si nasconde un processo di pro-
che strumenti attraverso i quali scoprire il mondo e rela-             gressiva perdita di quel senso del limite che accompagna
zionarsi con l’altro da sé»31.                                         e struttura ogni percorso di crescita: quel limite che defi-
cioè, la realtà dell’immagine digitale è divenuta ormai un             nisce il potere del singolo, ma che riguarda anche i con-
flusso continuo ed inarrestabile dove l’apparire sta pren-             fini della privacy personale, il senso di responsabilità e la
dendo il posto del rappresentare che, a sua volta, ha                  sfera della trasgressività.
preso il posto dell’essere. Questa cultura della visibilità,           siamo convinti che non è possibile, ma neppure auspica-
diffusa ed imposta dai mezzi di comunicazione, rende                   bile, provare a limitare lo scatto frenetico delle foto e la
ogni cosa, evento o soggetto perennemente esposti alla                 riproduzione impazzita delle immagini: ognuno ormai
violenza della visibilità-ad-ogni-costo. si sta creando                posta ciò che vuole e, se viene bloccato dalla sicurezza di
quasi un obbligo di visibilità e di esibizione pubblica at-            una delle piattaforme dei tanti social network, può sem-
traverso le immagini che rischia di impoverire fortemente              pre ripostare la foto, magari aprendo un blog personale
il reale nella coscienza delle persone e di far perdere alle           dove nessuno riesce più a vietare alcunché.
immagini il loro potere immaginifico e fabulatorio. il                 rimane il problema di cosa comporti oggi l’esondazione
mondo diventa così privo di segreto e di mistero e la per-             violenta del fiume di immagini e di come si possano evi-
sona si perde nel flusso ininterrotto di immagini che scor-            tare i danni che essa causa, sia con interventi di preven-
rono32. vince la spettacolarizzazione che riesce ad at-                zione sia con opere di bonifica, capaci di riorientare le pre-
trarre consensi e pubblico provocando shock visivo ed                  ziose risorse in essa presenti canalizzandole e
emotivo.                                                               razionalizzandone l’uso in modo efficace.
commentando questi processi Fabrizio intonti scrive:                   La via d’uscita che propone Jean Baudrillard, ad esempio,
                                                                       è l’invito al silenzio, da opporre al rumore ormai chiassoso
 il linguaggio pubblicitario e in generale mediatico si è appro-       delle immagini. un silenzio che diventa una pausa nello
 priato anche dei contenuti della fotografia documentaristica          scorrere continuo, un’assenza che disvela l’horror vacui
 (Baudrillard cita le foto di oliviero toscani) che tradizional-
                                                                       dell’uomo postmoderno. Ma, come scrive Gillo dorfles,
 mente mostra e svela la miseria umana, quella “che non vor-
 remmo vedere”. violenza, guerra, fame, malattia, morte: una           se vogliamo sopravvivere bisogna far sì che l’horror va-
 volta “estetizzate” all’interno della comunicazione pubblicita-       cui lasci il posto all’horror pleni36. scrive infatti:
 ria, vengono “anestetizzate” e neutralizzate, perdono di signifi-
 cato, diventano mere parole, non comunicano più niente del loro
 contenuto, riflettono la miseria umana ma non ci toccano. an-
 cora una volta, il discorso, il linguaggio, e quindi il logos, soc-   divisi al giorno nel mondo (32 milioni giornalmente nel 2013) sono autoritratti
 combe: si trasforma in semplice medium, supporto delle                fotografici, i cosiddetti selfie» sono dati pubblicati dall’ultimo rapporto del cen-
 immagini e della dittatura della visibilità e dell’estetica, perde    sis del dicembre 2014 che denunciano la sempre più diffusa “solitudine dei sog-
                                                                       getti” nel nostro Paese ed i tanti “dispositivi di introflessione di un popolo di sin-
 autonomia e dimensione simbolica33.                                   goli narcisisti e indistinti” [ , , p. 10].
Immagini e simboli nel mondo virtuale:                                 31. Ibi, p. 11.

risorse e rischi educativi
                                                                       32. Per un approfondimento del confine tra pubblico e privato nell’era di inter-
                                                                       net, si veda tra gli altri: r.G. romano, Per un’etica pedagogica del virtuale nel
Questo flusso ininterrotto di immagini digitali34, inva-               mondo globalizzato, «Quaderni di intercultura», 2014,vi, pp. 20-38, in
dendo la nostra mente, costituisce oggi il vero problema
                                                                       http://cab.unime.it/journals/index.php/qdi/issue/current/showtoc.
                                                                       33. F. intonti, “Apocalittici e integrati” dell’immagine, Baudrillard, il fotografo-
educativo proprio perché si tratta di una overdose di im-              filosofo, in «filosofia.it», consultabile all’indirizzo http://www.filosofia.it/ar
magini che presentano aspetti altamente ambivalenti: la                gomenti/apocalittici-e-integrati-dell-immagine-baudrillard-il-fotografo-filosofo.
                                                                       L’autore è co-fondatore del progetto “filosofia.it” della rai.
loro chiarezza le rende oscure, la loro crudezza le rende              34. Per un approfondimento sul discorso delle immagini digitali, si vedano tra
violente, il non-celamento le rende più difficilmente in-              gli altri: r. diodato, On the sense of Aesthetic Experience, in «reM», decem-
terpretabili.                                                          ber 2014, vi, n. 2, pp. 89-99; v. neri, L’immagine nel web. Etica e ontologia,
                                                                       carocci, roma 2013; v. Flusser, Immagini. Come la tecnologia ha cambiato la
Forse di esse non si può neanche dire che siano “imma-                 nostra percezione del mondo (1985), tr. it. Fazi, roma, 2009; c. renzi, Forza
gini”; «non solo perché si danno come cose con cui fare                delle immagini. Ripensare l’immaginario nell’agire educativo, rubbettino, so-
                                                                       veria Mannelli 2008; r. Farné, Diletto e giovamento: le immagini e l’educazione,
i conti, ma anche per il fatto che il loro apparire non è              utet università, torino, 2006.
[più] “ontologicamente” legato al visibile»35, ma rimanda              35. v. cuomo, L’immagine digitale, «Kainòs», 1(2001), in http://www.kainos.
ad altri mondi, ad altre realtà. ciò che oggi si nasconde              it/Pages/interventi%20forum.html.
                                                                       36. G. dorfles, Horror pleni. La (in)civiltà del rumore, alberto castelvecchi,
dietro la rappresentazione esteriore delle cose è spesso in-           roma 2008.

© Nuova Secondaria - n. 10, giugno 2015 - Anno XXXII                                                                                                    33
NUOVA SECONDARIA RICERCA
 L’uomo non si è ancora accorto di aver saturato quasi comple-        quale esibirsi o esibire parti di sé, un reality show su cui
 tamente la sua possibilità di neocreazioni d’immagini. ci tro-       giocare la rappresentazione di un potere che spesso è tale
 viamo di fronte al più colossale e ubiquitario “inquinamento         solo perché riesce a ridicolizzare o umiliare gli altri (es.
 immaginifico” cui la nostra civiltà abbia mai assistito. L’eccesso
                                                                      atti di bullismo, esecuzioni capitali, stragi, ecc.).
 di stimolazioni visive e auditive dovute ai giornali, ai fumetti,
 ai film, alla pubblicità ecc., ma anche alla normale segnaletica     sono l’instant messaging, le chat, i social network i nuovi
 del traffico, alle scritte luminose, hanno fatto sì che non resti    luoghi, o meglio i luoghi-senza-luoghi, in cui oggi le
 quasi più nulla di libero da segni: da segnali, da icone, da in-     persone ed i gruppi tessono relazioni, formano le loro con-
 dici37.                                                              vinzioni, decidono quando, come e perché filtrare imma-
                                                                      gini e simboli. La comunicazione multimediale, che da
ci sembra importante questo richiamo al recupero del                  essi viene arricchita ma anche resa composita e contro-
“tempo diastematico”, quel tempo della pausa che riu-                 versa, è aperta potenzialmente in senso transculturale ed
scirebbe a dare nuovamente senso e capacità creativa al-              universale ma – allo stesso tempo – è sempre esposta alla
l’uomo e potere evocativo alle immagini.                              possibilità di diventare potente veicolo di disorienta-
Ma non è sufficiente solo il tempo del silenzio. È altret-            mento, divisioni e violenza.
tanto importante ricostruire un tempo della parola, quella            È urgente rendersi conto che la potente forza emotiva che
parola però capace di rompere il fluire incessante di pa-             scaturisce da simboli ed immagini è ormai a disposizione
role vacue, che squarcia il silenzio e cerca di spiegare, nel         di chiunque voglia intervenire, sia per aprire e rafforzare
senso etimologico di “levare le pieghe” (ex-plicare) dalle            il fronte del dialogo o, all’opposto, per allargare le crepe
cose, dai concetti, dalle trappole iconiche sempre più                e le fratture che le tante fragilità hanno già prodotto nei
suggestive ed accattivanti.                                           sistemi sociali, culturali, economici e politici.
soltanto fornendole nuovi strumenti logici, psicologici e             chiunque operi oggi in campo socio-educativo, quindi,
spirituali la persona potrà capire le cose e le immagini, co-         non può non sentirsi impegnato a lavorare con/su imma-
noscerle, destrutturarle, decifrarle ed interpretarle, senza          gini e simboli, sia per svelare le trappole annidate nei tanti
rimanere catturata dalle emozioni che esse prepotente-                meandri della rete (“ragnatela”) e della comunicazione
mente ed efficacemente cercano di provocare in lei, con-              massmediale, sia soprattutto per insegnare a riconoscere
dizionandola fino ad irretirla (si pensi, ad esempio, alle            quell’umanità delle persone che sta sempre al di là e al
immagini orribili che scientemente il terrorismo jihadista            di sopra dei simboli.
sta usando come armi per paralizzare, con la paura, le rea-
zioni dei nemici occidentali).                                                                                          Rosa Grazia Romano
sono le immagini e le emozioni le nuove e più potenti armi                                                  Università degli Studi di Messina
del nostro tempo, quelle che stanno condizionando lo svi-
luppo delle coscienze e dei sentimenti al punto da erodere
le basi stesse della nostra civiltà, quelle di fronte alle quali
stiamo diventando sempre più inermi e sguarniti.
Mediante le immagini si convincono i soggetti più fragili             37. G. dorfles, L’intervallo perduto, einaudi, torino 1980; dal 2006 skira, Mi-
a percepire e vivere la vita come uno spettacolo, un set sul          lano, cap. i, par. 4.

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34                                                                                      © Nuova Secondaria - n. 10, giugno 2015 - Anno XXXII
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