Cinema, internet e social network

Pagina creata da Paola Fontana
 
CONTINUA A LEGGERE
Cinema, internet e social network
Cinema, internet e social network
Da sempre il Cinema ha subito continue influenze derivanti dai molteplici cambiamenti della società,
che si sono sviluppati nell’arco dei suoi 120 anni di vita. L’arte cinematografica appare dunque come
un’arte alla continua ricerca di nuovi stimoli e territori da esplorare. Il cinema mondiale infatti, già
da qualche anno ha rivolto spesso la propria attenzione a quello che, da un punto di vista
sociologico, è di gran lunga il fenomeno di maggior rilievo da almeno un decennio a questa parte: la
diffusione dei social network e il ruolo preponderante che la comunicazione via internet ha assunto
nella nostra esistenza. Internet, del resto, costituisce uno degli aspetti fondamentali della nostra vita
quotidiana: per molti di noi a livello professionale, per quasi tutti noi pure nelle relazioni sociali, che
volenti o nolenti oggi passano in gran parte (in alcuni casi, soprattutto) attraverso la rete. E il
cinema, ovviamente, non poteva non essere contagiato da un elemento tanto importante, se non
addirittura emblematico della nostra epoca.

La curiosità del cinema nei confronti della realtà virtuale di internet (e dell’area social nello
specifico) ha abbracciato generi diversi, dal dramma alla commedia, passando anche per l’horror.
Nel 2010 ad esempio, nel pieno dell’esplosione della popolarità di Facebook, il regista giapponese
Hideo Nakata, ha realizzato un thriller dall’ambientazione assai atipica: I segreti della mente. Il
film si svolge quasi del tutto all’interno delle chatroom. Aaron Taylor-Johnson interpreta il ruolo di
William Collins, adolescente di Chelsea, disadattato e con tendenze autolesioniste, che decide di
sfogare la propria depressione nel dialogo virtuale con quattro suoi coetanei sconosciuti; ma il
tentativo di condividere i rispettivi problemi sfocerà in un meccanismo di sudditanza psicologica
gravido di rischi.

Parlando di cinema, internet e social media, un’altra tematica verso cui diversi film hanno puntato lo
sguardo è la voglia di essere notati e di apparire esattamente il contrario di quello che siamo nella
vita reale: quella bizzarra commistione fra la volontà e l’esigenza di aprirsi a un ‘auditorio’ quanto
più vasto possibile e le barriere di una solitudine che, talvolta, la rete non fa altro che accentuare.
Questo è uno degli aspetti rintracciabili, nel capolavoro dedicato al fenomeno della socialità in rete:
The Social Network, il film del 2010 di David Fincher sceneggiato da Aaron Sorkin e ricompensato
con tre premi Oscar. Se The Social Network costituisce una sapiente ricostruzione della nascita di
Facebook e un intrigante ritratto del suo creatore, il giovane e ambizioso Mark Zukerberg (Jesse
Eisenberg), il valore della pellicola va al di là della cronaca di una svolta epocale per il nostro stile di
vita: perché all’interno del film si può cogliere pure una riflessione amarissima sui social media
come compulsiva forma di reazione ad un senso di isolamento, di alienazione e di rifiuto contro il
quale, però, non basterebbero neppure cinquemila “amici”, giusto per parafrasare il limite di
amicizie per ogni profilo su facebook.

Dall’ambito della socialità sul web ci spostiamo ora verso fenomeni pur sempre collegati ad internet
come “villaggio globale”, in cui la riservatezza- e la segretezza – sono beni preziosi nonché oggetti di
violazioni e diffusioni indesiderate. E il cinema dell’ultimo lustro ha affrontato questo peculiare
aspetto nelle maniere più differenti, dalla docu-fiction alla comicità, dai pubblici scandali sulla
politica mondiale ai piccoli scandali di singoli individui. A tal proposito molto riuscita appare la
Cinema, internet e social network
commedia Sex Tape – Finiti in rete (2014), per la regia di Jake Kasdan, che getta uno sguardo
sulla moda dei filmini erotici “fatti in casa”, con Cameron Diaz e Jason Segel nei panni di una coppia
che, per errore, diffonde sul web un video osé che sarebbe dovuto restare privato.

Interessante anche Friend Request (2016), che parte da interrogativi che tutti coloro che
frequentano i social network si sono posti (o dovrebbero porsi) più e più volte: qual è il “codice di
comportamento” più corretto laddove le nostre interazioni con l’altro sono filtrate interamente
attraverso internet? E in quale misura una richiesta d’amicizia approvata o respinta può influire
sulla nostra privacy e sul modo in cui scegliamo di ‘proporci’ al mondo esterno?

Concludiamo il saggio con un film tutto italiano, ovvero il nostrano Perfetti sconosciuti (2016) che
getta uno sguardo terribile e aberrante sui piccoli, grandi, meschini segreti che ognuno di noi
nasconde tra smartphone, facebook e watshapp. Il concetto del film di Paolo Genovese si riassume
tutto in questa frase: “Quante coppie si sfascerebbero se uno dei due guardasse nel cellulare
dell’altro?” È questa la premessa narrativa dietro la storia di un gruppo di amici di lunga data che si
incontrano per una cena destinata a trasformarsi in un gioco al massacro. E la parola gioco è forse la
più importante di tutte, perché è proprio l’utilizzo “ludico” dei nuovi “facilitatori di comunicazione” –
chat, whatsapp, mail, sms, selfie, app, t9, skype, social – a svelarne la natura più pericolosa: la
superficialità con cui (quasi) tutti affidano i propri segreti a quella scatola nera che è il proprio
smartphone (o tablet, o pc) credendosi moderni e pensando di non andare incontro a conseguenze, o
peggio ancora, flirtando con quelle conseguenze per rendere tutto più eccitante. I “perfetti
sconosciuti” di Genovese in realtà si conoscono da una vita, si reggono il gioco a vicenda e fanno fin
da piccoli il gioco della verità, ben sapendo che di divertente in certi esperimenti c’è ben poco. E si
ostinano a non capire che è la protezione dell’altro, anche da tutto questo, a riempire la vita di
senso.

Paolo Genovese affronta di petto il modo in cui l’allargarsi dei cerchi nell’acqua di questi “giochi”
finisca per rivelare la “frangibilità” di tutti: e la scelta stessa di questo vocabolo al limite del
neologismo, assai legato alla delicatezza strutturale di strumenti così poco affidabili e per loro stessa
natura caduchi come i nuovi media, indica la serietà con cui il team degli sceneggiatori ha lavorato
su un argomento che definire spinoso è poco, visto che oggi riguarda (quasi) tutti. Il copione lavora
bene sugli incastri e sugli snodi narrativi che rimangono fondamentalmente credibili, instilla verità
nei dialoghi (che certamente verranno riecheggiati sui social e nelle conversazioni da salotto, perché
questo fanno certe “conversazioni”: l’eco), descrive tipi umani riconoscibili. Il cast, anch’esso corale,
fa onore al testo, e ognuno aggiunge al proprio ruolo una parte di sé, un proprio timore reale.

Perché questa società così liquida da tracimare di continuo, sommergendo ogni nostra certezza, fa
paura a tutti, e tutti ne portiamo già le cicatrici, abbiamo già assunto la posizione del pugile che
incassa e cerca di restare in piedi (o sopravvivere, come canta il motivo di apertura sopra i titoli di
testa). Il tono è adeguato alla narrazione: non farsesco, non romanticamente nostalgico, non cinico,
ma comico al punto giusto, con sfumature sarcastiche e iniezioni di dolore. Questa “cena delle beffe”
attinge a molto cinema francese e americano, ma la declinazione dei rapporti fra i commensali è
italiana, con continui riferimenti a un presente in cui il lavoro è precario, i legami fragili e i sogni
impossibili. La scrittura è crudele, precisa, disincantata, e ha il coraggio di lasciare appese alcune
linee narrative, senza la compulsione televisiva a chiudere ogni scena. C’è anche una coda alla
Sliding Doors che mostra come il “gioco” (prima che diventi al massacro) sia gestibile solo con
l’ipocrisia e l’accettazione di certe regole non scritte: ed è questa la strada che più spesso scelgono
gli esseri “frangibili”.

La 60esima edizione dei “David di
Donatello”: i verdetti

Domenico Palattella (134)

La 60esima edizione dei “David di Donatello”, per
intenderci l’equivalente per il cinema italiano del
premio Oscar, insieme ai “Nastri d’argento”, si è
tenuta per la prima volta nella sua storia, presso gli
Studi de Paolis di Roma. Lunedì 18 aprile, la
cerimonia di premiazione dei David, è iniziata di
buon mattino, quando il Presidente della Repubblica
Sergio Mattarella, ha accolto al Quirinale, tutti i
candidati ai David di Donatello, esprimendo loro, tutta la propria ammirazione. Il Presidente ha
evidenziato come il patrimonio cinematografico italiano non ha eguali al mondo, considerato il
nostro glorioso passato, e il nostro presente, comunque, costellato di talenti importanti.

Il Presidente, ha inoltre consegnato i due David alla carriera, di questa edizione, che sono andati ai
fratelli Paolo e Vittorio Taviani e a Gina Lollobrigida, che vinse proprio il David come miglior attrice
protagonista, per il film “La donna più bella del mondo”, alla prima edizione del 1956. “Un’emozione
indescrivibile, e un cerchio che si chiude”, ha commentato così l’ottantasettenne Gina Lollobrigida,
alla consegna del premio alla carriera.

In serata si è svolta invece la premiazione per le assegnazioni ordinarie, quelle che si riferiscono alle
uscitedellastagione2015/2016.Risaltasubitoall’occhio,scorgendolarosadeipremi,
come la serata sia stata letteralmente dominata da
tre film, che in qualche maniera hanno un po’
monopolizzato l’opinione dei critici. Spicca “Lo
chiamavano Jeeg Robot”, opera prima di Gabriele
Mainetti, che a fronte di ben 16 candidature si
aggiudica 7 statuette: miglior attrice e attore
protagonisti (Ilenia Pastorelli e Claudio Santamaria),
attrice e attore non protagonisti (Antonia Truppo e
Luca Marinelli), miglior produttore Gabriele Mainetti
che vince anche miglior regia esordiente, miglior montaggio a Andrea Maguolo.

A seguire troviamo “Il racconto dei racconti”, fantasy favolistico di Matteo Garrone, che si aggiudica
6 statuette, tra cui quella prestigiosa della miglior regia, per lo stesso Garrone. Curiosamente, le
altre 5 statuette sono state tutte assegnate nelle categorie cosiddette “tecniche”: scenografia,
costumi, trucco, acconciatore ed effetti speciali. Due
David, invece, per “Perfetti sconosciuti”, che però
vince il premio più prestigioso, quello come miglior
film dell’anno, ed anche quello per la miglior
sceneggiatura. Permettetemi di dire, come mai
premio sia stato più meritato di quest’ultimo:
sceneggiatura davvero da Premio Oscar. Chissà che
a febbraio prossimo non avremo una piacevole
sorpresa dall’altra parte dell’Oceano?

E gli altri? Briciole, certo, ma briciole d’oro: miglior musicista e miglior canzone originale David
Lang per “Youth”; miglior fonico di presa diretta Angelo Bonanni per “Non essere cattivo”; David
giovani per Giuseppe Tornatore con “La
corrispondenza”. E nelle categorie riservate al
cinema straniero non sono mancate sorprese. “Il
ponte delle spie”, di Steven Spielberg, batte a
sorpresa “Il caso Spotlight”, fresco di premio Oscar,
nella categoria miglior film straniero; mentre il
premio nella categoria miglior film dell’Unione
Europea se lo aggiudica “Il figlio di Saul”, di Laszlo
Nemes. Non sono mancate dunque, sorprese, alla
60esima edizione dei David di Donatello, ma ciò non deve meravigliare: la storia del David è
costellata di premi inaspettati e di tanti aneddoti curiosi di 60 anni di cinema italiano, dallo
splendore degli anni d’oro, fino alla regressione culturale degli anni ’90, e alla ripresa degli ultimi
anni. Sempre nel segno di quella grande Arte dell’incanto e dei sogni , quale è il Cinema.
Puoi anche leggere