Bayern genetik - Periodici PVI

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PROFESSIONE A ALLEVATORE ALLEVATORE Anno 36  NUMERO 4  1/15 MARZO 2019 www.pointvet.it ISSN 1825-3199 QUINDICINALE DELL’ALLEVATORE DI BOVINI Poste Italiane Spa - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB Brescia - Una copia € 4,20 > SERVIZIO > FORAGGICOLTURA Riscopriamo il trifoglio pratense > GESTIONE > ATTREZZATURE Comportamento delle bovine e cuccee www.professioneallevatore.it Come inserire nuovo personale Faorie TObia L’avventura dell’Uht

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L’editoriale 4 Attualità 6 AZIENDE Due ceppi di lievito per vitelli più sani 12 CIRIO DAIRY MEETING 2019 Alle fondamenta dell’eccellenza nella produzione di latte 14 CELLULE SOMATICHE Esiste un legame tra CCS e aspetti comportamentali 18 GESTIONE DEL PERSONALE Il modo migliore per introdurre in azienda un nuovo dipendente 20 GIORNATE IN AZIENDA DEATECH Meno farmaci se si lavora bene fin dai primi giorni 38 ATTREZZATURE Il comportamento delle bovine dice la comodità delle cuccette 42 SANITÀ Ipocalcemia subclinica in bovine all’inizio della lattazione 45 SOMMARIO Professione Allevatore ­ quindicinale dell’allevatore di bovini Anno 36 ­ NUMERO 4 ­ 1/15 Marzo 2019 Professione Allevatore ­ quindicinale dell’allevatore di bovini ■ SPAZIO SELEZIONE DI FABIOLA CANAVESI Geneticaebiosicurezza 46 RUBRICHE Direttore responsabile: Gabriele Lanzarotti Coordinamento redazionale: Luca Acerbis (Tel.

02 ­ 60 85 23 27) (e­mail: redazione@professioneallevatore.it) Redazione: Monica Viacava (web, video) (Tel. 02 ­ 60 85 23 34) (e­mail: redazione@professioneallevatore.it) Pubblicità: Riccardo Cini (responsabile) (Tel. 02 ­ 60 85 23 20) Assistente Pubblicità: Lucia Medas (e­mail: marketing@pointvet.it) Abbonamenti: Donatella Sgaria (Tel. 02 ­ 60 85 23 32) (e­mail: abbonamenti@pointvet.it) Editore Point Vétérinaire Italie s.r.l. Edizioni Veterinarie Agrozootecniche Via Medardo Rosso, 11 ­ 20159 Milano Tel. 02 60 85 23 00 (8 linee) E­mail: info@pointvet.it ­ www.pointvet.it Abbonamento per 12 mesi (Tariffe 2019) Italia: € 73,50 (Studenti: € 51,50) ­ Estero: € 146,00 Il relativo pagamento può essere effettuato a mezzo c/c postale n° 21747209 oppure bonifico bancario IBAN IT89C0569601620000010074X07 intestato a POINT VETERINAIRE ITALIE S.r.l.

www.professioneallevatore.it L’abbonamento comprende 19 fascicoli L’abbonamento può essere sottoscritto in qualsiasi giorno dell’anno, vale 12 mesi e decorre dalla data di ricezione della rimessa con la spedizione dal numero immediatamente successivo. Una copia: € 4,20 + spese di spedizione Arretrato: € 7,00 + spese di spedizione Iva assolta dall'editore ai sensi dell'art. 74, primo comma, lett. C) del D.P.R. N. 633/1972 successive modificazioni ed integrazioni. La ricevuta di pagamento del conto corrente postale è documento idoneo e sufficiente ad ogni effetto contabile, pertanto non si rilasciano fatture.

Proprietà letteraria riservata. È vietata ogni riproduzione integrale o parziale di quanto è contenuto in questo numero senza l’autorizzazione dell’editore e degli autori. In ogni caso è obbligatoria la citazione della fonte “Professione Allevatore”. Registrazione Tribunale di Milano n° 87 del 18 febbraio 1984 Iscrizione al ROC n° 3276 del 30/11/2001 Tipografia Aziende Grafiche Printing S.r.l. Peschiera Borromeo (Milano) Foto di copertina: Anton Havelaar Questa rivista è stata inviata tramite abbonamento. L’informativa sul trattamento dei dati personali è consultabile sul sito www.pointvet.it Gli articoli contenuti in questo numero esprimono il pensiero degli autori e non rappresentano necessariamente la linea editoriale di PVI, che rimane autonoma e indipendente.

10 AZIENDE IN PRIMA PAGINA Fattorie TObia. La via dello spaccio aziendale e del latte Uht Per ora sono solo in quattro allevatori, ma l’esperienza è all’inizio, l’interesse cresce e le possibilità che se ne aggiun­ gano altri molte. Le stalle in questione sono quelle che hanno dato vita all’esperienza del latte TObia, una inizia­ tiva che nasce dal basso, dai produttori, per dare più valore al latte prodotto.

PROFESSIONE AGRICOLTORE 30 Foraggio e fibra alle origini del latte Si è svolta il 15 febbraio scorso a Piacenza la terza edizione del “Convegno internazionale sui foraggi”. Un evento di al­ tissimo livello tecnico e scientifico, che ha radunato alcuni tra i migliori esperti mondiali. Si è parlato di come valutare il valore nutrizionale dei foraggi, di quali sono i fattori che governano i processi di insilamento, del ruolo di nuovi e vecchi foraggi. Cercando di dare una risposta alla do­ manda su come ottenere più latte dai propri foraggi. • Trifoglio pratense: una leguminosa foraggera da (ri)considerare con attenzione 21 • Suoli mediterranei: le migliori alternative per ridurre le perdite di CO2 e aumentare la fertilità 26 • La composizione del mais calcolata sulle previsione meteo 28 30 CONVEGNO

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4 L’EDITORIALE di Luca Acerbis Nelle filiere di eccellenza la catena del valore parte dalla stalla Qualcuno ha mai avuto occasione di vedere come lavorano le maestranze della Ferrari? Intendo gli addetti, ma anche gli ambienti di produzione, gli spazi, i colori, l’immagine. Quello che si percepisce immediatamente è che il gioiello che esce da quella fabbrica non solo ha una dotazione di tecnologia e ma- teriali eccellente, ma anche un cuore umano che batte di passione e un’immagine che la rinforza e sottolinea. Chi compra una Ferrari acquista anche una gamma di emozioni, si dice.

Ma tutto questo sarebbe possibile se un documentario di qualche inviato con telecamera nascosta mostrasse ambienti di lavoro dis- sestati, sporchi, trasandati; addetti che lavorano come se fossero responsabili unicamente di una piccola parte della catena produt- tiva, senza pensare che solo l’eccellenza di chi sta a valle permette l’eccellenza di ciò che sta a monte? Pezzi di fabbrica fatiscenti vi- cino a pezzi di fabbrica bellissimi? Per farla breve: qualcosa nell’emozione di chi compra a caro prezzo, e che di una fabbrica non conosce nulla ma percepisce a pelle sensazioni guidate soprattutto dall’occhio, si romperebbe.

Magari facendogli sorgere il dubbio che anche un macchina di marca meno blasonata potrebbe fare lo stesso, alleggerendo meno il suo conto in banca.

Ebbene, quando si pensa a prodotti italiani di eccellenza, siamo sicuri che l’immagine vendibile insieme con la sostanza sia a prova di bomba (mediatica)? No, non lo è. Certo è difficile: un conto è organizzare su standard di eccellenza una fabbrica, un altro è farlo con filiere di migliaia di produttori, ognuno dei quali è padrone a casa sua. Ma, è davvero così? Davvero ognuno è padrone a casa sua? Non proprio. Perché un futuro di redditività per le nostre Dop più note dipende anche dall’immagine che esse danno nelle loro arti- colazioni produttive, a partire dalla base.

Il patrimonio di immagine di un prodotto è una costruzione che sta in piedi solo se è integra dalle fondamenta al tetto.

Se alla base qualche cosa è friabile (bastano poche stalle dove si tengano animali da codice penale, dove sporcizia e faciloneria siano la regola, dove si rinvengano prodotti vietati e via discor- rendo) tutta la costruzione vacilla. Si può assumere il migliore esperto di marketing per spiegare che siamo al top di benessere, per dire, ma se poi arriva l’inviato d’as- salto che mostra una stalla da galera, quelle immagini faranno più danno delle tantissime ottime realtà, perché insinueranno il dub- bio.

Insomma, ognuno è padrone a casa sua, certo, ma fino a un certo punto, quando si è dentro una logica di filiera. Quando si deve vendere un prodotto a un prezzo più alto di altri (che potrebbero essere percepiti come similari) non c’è anello delle catena che può essere trascurato. E, volenti o nolenti, l’ambiente stalla è il più delicato, per non dire critico. L’immagine che si costruisce e si rinforza è una responsabilità di tutti e varca i confini di ogni cancello.

Ogni allevamento è un anello di questa catena, non solo per il latte che fa ma anche per l’immagine che dà (volente o, generalmente, senza che lo sappia, se non a posteriori) sulle infinite piattaforme digitali dove queste immagini hanno vita perenne.

Purtroppo basta un solo anello difettato a rendere debole una ca- tena. Anche la catena di trasmissione del valore. Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019

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Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 6 Export, Confagricoltura: effetti gravi dall’em­ bargo russo “Le conseguenze economiche dell’embargo della Russia sulle importazioni di prodotti agricoli e dell’industria ali- mentare sono molto pesanti per l’Italia.

Dall’entrata in vi- gore del divieto di importa- zione di molti prodotti agricoli e dell’industria ali- mentare, il valore annuo delle esportazioni italiane (con- fronto 2018 su 2013) risulta ridotto di 153 milioni di euro (-22%), dopo aver raggiunto nel 2015 la punta di 324 mi- lioni di euro”. Lo rileva il Centro studi di Confagri- coltura nel Rapporto:” Con- seguenze economiche dell’embargo della Russia sulle importazioni dall’Italia di prodotti agricoli e dell’in- dustria alimentare”. I settori produttivi più colpiti, per Confagricoltura sono la frut- ticoltura (-100%), il com- parto delle carni (-99,9%) e quello degli ortaggi (-99,7%).

Seguono il latte e derivati (- 93%) e le preparazioni di ce- reali (-31,3%). Le regioni italiane più danneggiate solo nel 2018 rispetto il 2013, sono state l’Emilia Romagna (-67 milioni di euro), il Pie- monte (-42 milioni di euro) e il Veneto (-40 milioni di euro).

“Tenendo conto – ha stimato il Centro Studi di Confagri- coltura - della crescita delle esportazioni italiane di pro- dotti agricoli e dell’industria alimentare verso la Russia nel periodo 2009-2013, e proiet- tandola nel periodo 2014- 2018, si stima che il valore complessivo della perdita eco- nomica dell’Italia a causa del- l’embargo russo sia stato 2.431 milioni di euro. Nel 2020 arriverebbe a 3.706 mi- lioni di euro “. Intanto gli agricoltori russi, incentivati dal loro governo a tendere all’autosufficienza alimentare, perseguono l’au- mento produttivo in termini quantitativi e qualitativi.

“Sollecitiamo l’Ue a riconsi- derare le posizioni assunte – conclude Confagricoltura – poiché c’è il rischio che i no- stri prodotti non trovino più spazio su questo importante mercato”.

Produzione, trasformazione e commercializzazione di prodotti agricoli, aperto bando Ismea È aperto fino al 20 maggio 2019 un bando di finanzia- mento Ismea dedicato a pro- getti di investimento in materia di produzione, tra- sformazione e commercializ- zazione di prodotti agricoli e alimentari. Il bando si rivolge a società di capitali, anche in fomra cooperativa, finanzia- riamente sane, che operano nel settore agricolo e agroali- mentare. Sono erogati finanziamenti di durata massima di quindici anni, per un importo fino al 100% per cento delle spese ammissibili, a tasso agevolato (pari al 30% del tasso di mer- cato).

Gli investimenti devono essere compresi tra i 2 e i 20 milioni di euro e devono ri- guardare in particolare: - investimenti in attivi mate- riali e attivi immateriali nelle aziende agricole connessi alla produzione agricola primaria; - investimenti per la trasfor- mazione di prodotti agricoli e per la commercializzazione di prodotti agricoli; - investimenti concernenti beni prodotti nell’ambito delle relative attività agricole, individuati ai sensi dell’art. 32, comma 2, lettera c), del testo unico delle imposte sui redditi di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n.

917; - investimenti per la distribu- zione e la logistica, anche su piattaforma informatica, di prodotti agricoli compresi nell’allegato I del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

Per approfondimenti: http://www.ismea.it/flex/cm/p ages/ServeBLOB.php/L/IT/ID- Pagina/9755 FederBio soddisfatta: la Camera approva al­ l’unanimità la mozione che limita l’uso di pesticidi È stata approvata alla Ca- mera la mozione bipartisan che prevede un limite all’uti- lizzo in agricoltura della chi- mica di sintesi, maggiori controlli, la valorizzazione dell’agricoltura biologica, in- troduzione delle distanze di sicurezza dalle abitazioni, dalle zone frequentate dalla popolazione e dalle coltiva- zioni biologiche per evitare la contaminazione da pesticidi. Passata all’unanimità con 453 voti e il sostegno di tutte le forze politiche, la mozione che frena l’uso di pesticidi a favore della sicurezza alimen- tare è frutto anche dell’impe- gno di una coalizione di Associazioni ambientaliste e dell’agricoltura biologica, portato avanti con Cambia la Terra, il progetto di informa- zione e sensibilizzazione sul biologico voluto da FederBio con Isde-Medici per l’am- biente, Legambiente, Lipu e WWF e di tanti cittadini che si sono espressi anche attra- verso una petizione condotta dal gruppo facebook No pe- sticidi.

L’atto ha come obiettivi la protezione della salute, la tu- tela ambientale e la difesa del made in Italy puntando alla sostenibilità della nostra agri- coltura e impegna il governo a risolvere il problema dei multiresidui attraverso un maggior monitoraggio degli alimenti e controlli a livello nazionale ed europeo. “Il voto unanime del Parla- mento italiano per una mo- zione che chiede al Governo di limitare l’utilizzo dei pesti- cidi chimici di sintesi e di fa- vorire le alternative, fra cui l’agricoltura biologica, fa se- guito al voto quasi unanime della Camera dei deputati lo scorso dicembre sul progetto di legge per l’agricoltura bio- logica.

Entrambi questi voti, che superano schieramenti partitici e contrapposizioni ideologiche ed esprimono un sentimento diffuso fra i citta- dini, impegnano il Governo a scelte chiare già nei prossimi giorni quando si avvierà il la- voro di revisione del Piano nazionale per l’uso sostenibile dei pesticidi. La definitiva ap- provazione da parte del Se- nato della legge sull’agricoltura biologica è dunque il passaggio fonda- mentale per iniziare a lavo- rare concretamente per la transizione dell’agricoltura italiana alla sostenibilità non solo ambientale e sociale ma anche economica, come chie- ATTUALITÀ PROFESSIONE ALLEVATORE ogni quindici giorni l’essenziale dell’informazione per capire, decidere e riuscire in allevamento Asta delle bovine nate e allevate nel Comprensorio del Parmigiano Reggiano, vendu tu i capi a quotazioni elevate Ancora una volta gli allevatori, con le loro splendide bovine da lae, sono sta i grandi protagonis dell’Asta riservata al besame nato e allevato all’interno del Comprensorio del Parmigiano Reggiano, svoltasi sabato 23 febbraio presso la Stalla ex Centro tori del Con­ sorzio agrario provinciale di Parma.

L’iniziava è stata organizzata come sempre dall’Associazione regionale allevatori dell’Emilia Romagna in collaborazione con il Consorzio agrario di Parma e ha registrato una massiccia partecipazione di operatori, interessa alla compravendita dei migliori esemplari di bovine in laazione, ognuna con una produzione di lae giornaliera oscillante tra i 30 e i 40 litri. “Tu i sogge in esposizione sono sta vendu – dichiara soddisfao il direore di Araer, Claudio Bovo ­ con quotazioni ben superiori alla base d’asta. Questo dimostra non solo la validità dell’iniziava, ma soprauo mee in evidenza la ne­ cessità di un confronto tra allevatori che dalle nostre par, rispeo al passato, si era per­ duto.

Il fao poi che il besame che ha sfilato nel ring rappresen i più eccellen risulta oenu dal miglioramento geneco della razza è un ulteriore valore che si ag­ giunge a consunvo di un bilancio decisamente posivo. La reddività delle aziende che producono per il Parmigiano Reggiano sta registrando un andamento favorevole, ma i pro­ blemi non mancano.

Pensiamo solo alla perdurante siccità di ques ulmi due mesi che potrebbe pregiudicare le imminen semine, il cui raccolto è desnato all’alimentazione delle bovine. Senza di­ mencare l’impegno riguardo gli aspe sanitari e normavi che da parte degli allevatori richiede un’aenzione sempre costante e aggiornata”. Calato il sipario su questa quarta edizione dell’Asta delle bovine nate e allevate nel Com­ prensorio del Parmigiano Reggiano, e alla luce del successo registrato, già si pensa al pros­ simo appuntamento che si terrà a breve e al quale gli organizzatori stanno già lavorando. Nelle immagini due degli splendidi esemplari di bovine da lae compravendute.

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Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 7 dono anche le manifestazioni dei pastori e degli agricoltori di questi giorni”, ha dichia- rato Paolo Carnemolla, presi- dente FederBio. Silvano Turato nuovo presidente Anarb Di Villafranca Padovana (Pa- dova), allevatore storico della razza Bruna italiana, esperto di razza, presidente di Sezione, già consigliere Anarb per quasi un decennio negli anni 2000, Silvano Tu- rato è stato eletto nu- mero uno degli allevatori italiani della razza Bruna dal consi- glio direttivo dell’Asso- ciazione, con il più totale e unanime con- senso.

Altrettanto unanime l’elezione dei vice presi- denti che affianche- ranno Turato nella guida dell’Associazione: Flami- nio Locatelli e Onofrio Mael- laro.

Con una età media che supera di poco i quarant’anni – più della metà dei nuovi consi- glieri è poco più che trentenne – fanno inoltre parte del consi- glio (in ordine alfabetico): Ber- gonzani Daniele (Emilia Romagna), Loffreda Pasquale (Campania, Basilicata, Cala- bria e Molise), Marchi Ivo (To- scana, Umbria, Lazio), Marzari Walter (Bolzano), Oradini Cri- stian (Trento), Pella Silvio (Pie- monte e Liguria), Silvestri Marco (Lombardia) e Zischg Peter (Bolzano), oltre ai già ci- tati S. Turato (Veneto e Friuli), F. Locatelli (Lombardia) e O. Maellaro (Puglia).

L’azienda agricola Turato, sita nel padovano, a Villafranca Pa- dovana, ha sempre allevato bo- vini della razza Bruna, da generazioni. “Per efficienza produttiva e per l’alta qualità del latte prodotto” evidenzia il neo eletto presidente Anarb, capo dell’allevamento di fami- glia. Circa 130 i capi allevati – tutti bruni – con una media an- nuale produttiva pari a 9.062 kg latte, 4,34% per il grasso, 3,73 per la proteina e il 3,05% di ca- seina. Tra le poche aziende di razza Bruna in Italia con soggetti tutti genotipizzati, in termini ge- netici l’azienda Turato ha rag- giunto, negli anni, un livello di giovane be- stiame pari al miglior 3% della popolazione (rank 97), senza trascurare le affermazioni nelle manifestazioni zootecniche an- che a carattere internazionale.

Un’azienda agricola, quella gui- data da Silvano Turato, in evo- luzione continua e al passo con i tempi, che nei momenti diffi- cili ha saputo mettersi in di- scussione affrontando la crisi puntando su qualità del pro- dotto, efficienza dei processi e della stalla, trasformazione del latte e rapporto diretto con il consumatore finale. Persona, quindi, capace di rimboccarsi le maniche e di guardare avanti. Al nuovo presidente gli auguri di buon lavoro di Professione Allevatore.

Ue riprenderà da Italia 8,6 milioni di fondi Pac per errori di spesa L’Ue dovrà recuperare dal- l’Italia quasi 8,6 milioni di fondi Pac su cui sono stati ri- scontrati errori di spesa. Lo ha sancito la Commissione europea in una decisione pub- blicata sulla Gazzetta Uffi- ciale e ripresa da Ansa AgriUE. Nel dettaglio, le ri- sorse spese utilizzate dal Bel- paese in modo non conforme riguardano errori nella spesa dei fondi Feaga (aiuti diretti e misure di mercato) e Feasr (sviluppo rurale) e vecchie procedure di liquidazione dei conti risalenti al 2007, 2016 e 2017. (www.cia.it) Ambiente, con 17,9 mq verde a testa a Milano tornano misure anti smog Allerta inquinamento in diverse zone della Lombardia a partire da Milano, per le alte concen- trazioni di polveri nell’aria fa- vorite anche dall’effetto combinato dei cambiamenti cli- matici e della ridotta disponibi- lità pro capite di spazi verdi.

Nel capoluogo lombardo, in- fatti, ogni abitante può contare in città solo su 17,9 metri qua- drati di verde urbano a testa, a fronte di una media italiana di 31 metri quadrati. È quanto af- ferma la Coldiretti regionale sulla base dei dati Istat in occasione dell’adozione delle misure temporanee di ATTUALITÀ

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Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 8 primo livello in diverse pro- vince della Lombardia, dove per 4 giorni consecutivi è stato superato il limite consentito dei livelli di polveri sottili nell’aria. A livello nazionale – spiega la Coldiretti - ogni abitante di- spone in città di appena 31 me- tri quadrati di verde urbano, una situazione che in Lombar- dia peggiora nel capoluogo ma anche nelle aree urbane di Bre- scia con 23,1 metri quadrati pro capite; Pavia con 22,5; Ber- gamo con 22,2; Varese con 18,5 e infine Lecco con 14,2 metri quadrati a testa. Di fronte all’evidente cambia- mento del clima in atto – so- stiene la Coldiretti – non si può continuare a rincorrere le emer- genze, ma bisogna intervenire in modo strutturale favorendo nelle città la diffusione del verde pubblico e privato che concorre a combattere le pol- veri sottili e gli inquinanti gas- sosi.

Una pianta adulta – spiega la Coldiretti – è capace di cat- turare dall’aria dai 100 ai 250 grammi di polveri sottili e un ettaro di piante elimina circa 20 chili di polveri e smog in un anno.

La Coldiretti ha stilato la prima top ten delle piante mangia smog, dall’Acero riccio alla Be- tulla verrucosa, dal Ginkgo Bi- loba al Bagolaro, dal Frassino comune all’Ontano nero, dal Tiglio selvatico all’Olmo che anche nel proprio giardino sono capaci di ripulire l’aria da migliaia di chili di anidride car- bonica e sostanze inquinanti come le polveri PM10 che ogni anno in Italia causano circa 80.000 morti premature se- condo l’Agenzia europea del- l’Ambiente. In questo contesto – conclude la Coldiretti – è stata positiva l’introduzione in manovra del “bonus verde” con detrazioni del 36% per la cura del verde privato quali ter- razzi e giardini, anche condo- miniali.

Contro siccità nuove misure dal Parlamento Ue per utilizzo acque reflue in agricoltura Contrastare la scarsità d’acqua e la siccità facilitando il riuti- lizzo delle acque reflue per l’ir- rigazione agricola. Questo lo scopo delle misure approvate dal Parlamento Ue, riunito re- centemente in plenaria a Stra- sburgo, con una larga maggioranza di 588 voti favo- revoli. Le nuove proposte defi- niscono gli standard minimi di qualità da rispettare per il riu- tilizzo dell’acqua destinata al- l’irrigazione nei campi. Si stabiliscono, inoltre, gli obbli- ghi per gli operatori della pro- duzione, della distribuzione e dello stoccaggio, nonché le mi- sure di gestione del rischio.

L’acqua recuperata (ovvero le acque reflue urbane che sono state trattate in un impianto di bonifica) sarà utilizzata per ir- rigare colture alimentari, col- ture alimentari trasformate e colture non alimentari. La Commissione dovrà valutare entro cinque anni se l’acqua re- cuperata potrà essere usata in altri modi. Ora la questione passa in mano al Consiglio Ue, che dovrà adottare la sua posi- zione in vista del trilogo. Se- condo i deputati, gli Stati membri possono nel frattempo consentire che l’acqua recupe- rata sia utilizzata in altri modi, come il riutilizzo dell’acqua in- dustriale e per scopi ricreativi e ambientali, a condizione che la salute umana, gli animali e la natura siano completamente protetti.

(www.cia.it) ATTUALITÀ AGENDA I 8 ­ 9 MARZO 2019 XVII Congresso nazionale Mass Council Italia. Nuove tecnologie al servizio della sanità delle bovine e della qualità del lae, a Reggio Emilia, presso l’Aula Magna Manodori, Università di Modena e Reggio Emilia, via Allegri 15, organizzato da Mass Council Italia Informazioni: Mass Council Italia, c/o Diparmento di Scienze Veterinarie e Sanità pubblica (DIVET) ­ Malae Infeve, via Celoria 10 ­ 20133 Milano, tel. 02 50 31 80 73; fax 02 50 31 80 79; e­mail: info@mastalia.org; www.mastalia.org I 8 ­ 9 MARZO 2019 Scuola di Formazione connua per adde all’allevamento bovine da lae.

III modulo ­ Sanità e benessere, a Zorlesco di Casalpusterlengo (LO), presso il Centro convegni, Palazzina Ente Lombardo per il potenziamento zootecnico, via Centro Tori 1, organizzato da PVI Formazione Uofaa Informazioni: Segreteria Organizzava PVI Formazione Uofaa, tel. 0382 48 31 33; tutor@pviformazione.it; www.pviformazione.it I 9 MARZO 2019 Il veterinario aziendale.Focus sul funzionamento di Classy Farm, a Sassari, presso la Facoltà di Medicina veterinaria, via Vienna 2, organizzato dall’Ordine dei Medici veterinari della Provincia di Sassari Informazioni: Ordine dei Medici veterinari della Provincia di Sassari, via Alivia 6 ­ 07100 Sassari, tel.

079 27 60 55, e­mail: segreteria@ordinevet­sassari.it ; www.veterinarisassari.it I 16 MARZO 2019 Il veterinario aziendale. Focus sul funzionamento di Classy Farm (II edizione), a Sassari, presso la Facoltà di Medicina veterinaria, via Vienna 2, organizzato dal­ l’Ordine dei Medici veterinari della Provincia di Sassari Informazioni: Ordine dei Medici veterinari della Provincia di Sassari, via Alivia 6 ­ 07100 Sassari, tel. 079 27 60 55, e­mail: segreteria@ordinevet­sassari.it ; www.veterinarisassari.it I 16 MARZO 2019 Il veterinario aziendale. Focus sul funzionamento di Classy Farm, ad Abbasanta (OR), presso la Sala Agorà, via Guiso 7, organizzato dall’Ordine dei Medici veteri­ nari della Provincia di Oristano Informazioni: Ordine dei Medici veterinari della Provincia di Oristano, via della Conciliazione 58 ­ 09170 Oristano, tel.

0783 70 106, e­mail: ordvetor@scali.it; www.ordineveterinarioristano.it I 29 ­ 31 MARZO 2019 Agriumbria 2019, a Basa Umbra (PG), presso il Polo fierisco Umbriafiere, piazza Moncada, organizzato da Umbriafiere spa Informazioni: Umbriafiere spa, piazza Moncada ­ 06083 Basa Umbra (PG), tel. 075 80 04 005; fax 075 80 01 389, e­mail: info@agriumbria.eu; www.agriumbria.eu MONDO I 3 ­ 4 APRILE 2019 Dairy Innovaon Summit 2019, ad Amsterdam (Olanda), organizzato da Arena Internaonal Events Group Informazioni: Arena Internaonal Events Group; www.arena­internaonal.com/dairy/ COMUNICACI ORA LA TUA MAIL per restare sempre aggiornato sulle ultime novità di PROFESSIONE ALLEVATORE diffusione@pointvet.it ­ 02 60 85 23 32

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Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 10 SERVIZIO AZIENDE IN PRIMA PAGINA I l 6 febbraio scorso è nata la cooperativa. Soci sono la società agricola La Primula dei Fratelli Rovei di Pia- nezza (TO), l’azienda Co- letto Michele di Piossasco (TO), l’azienda Macchiorlatti Vignat Domenico ed Ines di Racconigi e l’azienda Agricola Panero Fabrizio di Fossano. Presidente della cooperativa è Paolo Druetta, mangimista, ideatore e catalizzatore del progetto. Latte Uht e vendita diretta Valorizzare una parte del latte prodotto, percorrendo la via della vendita diretta ma, e questo è il punto, vendita diretta di latte Uht.

Questa la missione delle Fattorie TObia, dove la TO sta per Torino, a sottolineare il legame con il ter- ritorio dell’intera iniziativa. Latte trattato termicamente, quindi, ma che mantiene la sua individualità e il suo collega- mento diretto con l’azienda che l’ha prodotto e va ad arricchire la gamma di ciò che il cliente può trovare nello spaccio aziendale.

Un latte che per questa ragione ha un suo nome proprio, rigoro- samente torinese, un marchio e presto un disciplinare di produ- zione volontario a cui gli alleva- tori coinvolti aderiranno. Questo perché Latte TObia non è, e non vuole essere, soltanto sinonimo di km zero, ma anche di latte prodotto seguendo i più rigorosi criteri di benessere animale, ra- zionale (e quindi minimo) con- sumo di farmaci, alimentazione sicura e controllata. Tutto quello che il consumatore chiede, e i produttori TObia sono pronti a fornirgli nel brick di latte. Dare più valore al latte Come è nata l’idea che ha por- tato alla nascita di Latte TObia? “La molla che ha fatto scattare il tutto – racconta Paolo Druetta - è stata ovviamente economica: cercare di valorizzare meglio una parte del latte che non veniva trasformata diretta- mente nel caseificio aziendale e che, venduta sul mercato spot, veniva pagata cifre irrisorie”.

Ma ci voleva altro per dare so- stanza e percorribilità al pro- getto. “Certo - continua Druetta - alla base c’era la volontà di ren- dere il nostro latte non più ano- nimo per il consumatore, ma ben riconoscibile, individuabile e as- sociabile direttamente non solo alla zona, ma addirittura alla stalla che l’aveva prodotto. Non solo. Serviva anche un latte che, a differenza del latte fresco, avesse una vita commerciale ra- gionevolmente lunga, e questo comportava inevitabil- mente il suo trattamento termico”.

Perplessità iniziali ce n’erano e le serate di di- scussione e approfondi- mento dell’idea tra i futuri soci non sono mancate. Le perplessità riguardavano la proposta al consuma- tore di un latte Uht, e non erano soltanto una questione di organizza- zione del processo indu- striale per il trattamento. I dubbi principali riguar- davano l’idea stessa di caratteristiche organolet- tiche specifiche di ogni azienda (gusto, aroma…) e della loro “sopravvivenza” in un latte sot- toposto a trattamento termico.

Ogni latte ha la sua azienda Come per tutte le cose, si è capito molto di più in corso d’opera, via via che si procedeva con il pro- getto.

“Per cominciare – ricorda Paolo Druetta - si è deciso di fare quello che normalmente non viene fatto per il classico latte Uht (che deriva da una miscela latti provenienti da stalle diverse, dove spesso i pregi dell’uno vanno a coprire i difetti dell’al- tro). Ossia, tenere rigorosamente separato il latte di ogni azienda aderente al progetto TObia nel suo percorso verso lo stabili- mento per il trattamento e ri- torno in azienda in bancali di brick da un litro. Questo ha com- portato un aggravio dei costi di trasporto, ovviamente, perché il carico della cisterna nel suo viag- gio verso lo stabilimento è in- completo.

Le quantità destinate a latte TObia sono infatti di 2.000 litri/mese per ogni azienda ade- rente, più o meno il latte di un fine settimana. Si sono fatte delle prove con quantitativi superiori, per stabilizzarsi su questa quan- tità in equilibrio con le vendite”. Interesse e ottimismo Come stanno andando i primi mesi di questa esperienza? Con la prudenza del caso che non deve mai mancare laddove una start up come questa fa i suoi primi passi e li fa correndo, c’è ottimi- smo tra i soci. C’è molto inte- resse, simpatia, richieste di adesione. E il latte si vende. Il FATTORIE TOBIA La via del latte aziendale Uht Per ora sono solo in quattro allevatori, ma l’esperienza è all’inizio, l’interesse cresce e le possibilità che se ne aggiungano altri molte.

Le stalle in questione sono quelle che hanno dato vita all’esperienza del latte TObia, un’iniziativa che nasce dal basso, dai produttori, per dare più valore al latte prodotto.

di Luca Acerbis

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 11 prezzo del latte TObia è di 1,40 euro per il latte intero e 1,30 per il parzialmente scremato. Per ora il latte TObia è solo quello di un fine settimana, mentre per gli altri tre è venduto ancora sul mercato, come prima. Il consumatore di riferimento è quello che già frequenta lo spaccio aziendale, che compra normal- mente mozzarelle o altri formaggi prodotti e che ora può anche tro- vare un latte a lunga conserva- zione rigorosamente locale e, come per i formaggi, prodotto nel- l’azienda di cui conosce tutto.

E di quella azienda mantiene un suo gusto e aroma, che lo differenza dagli altri latti trattati termica- mente, anche da quelli prodotti in altre aziende del circuito TObia. Particolare interessante, la vendita non è solo nello spaccio aziendale: per uno dei produttori c’è stato l’esplicito interesse di un su- permercato per avere sugli scaffali anche questo latte Uht rigorosa- mente a km zero.

Non si vende solo il latte Ma c’è di più. Quello che si vende non è solo il latte. In ogni brick c’è anche l’impegno alla produzione di un latte che è sino- nimo di benessere animale, di ali- menti locali, di uso razionale e prudente del farmaco. Il tutto non basato su generiche dichia- razioni di intenti, ma certifi- cato da ispettori terzi. Metodo CreNBA per il benessere animale e a seguire percorsi ana- loghi per quanto riguarda uso dei farmaci e verifica dei raziona- menti da parte di ispettori indi- pendenti. Un disciplinare che racchiuderà tutti questi aspetti è prossimo e diventerà la carta di identità del latte TObia per ognuna delle aziende produttrici che si avvarranno di questo mar- chio.

Obiettivi per il prossimo futuro non mancano, spiega Paolo Druetta. “Innanzitutto vogliamo consolidare questa esperienza per quel che riguarda discipli- nari, marchi, packaging. Poi c’è da aumentare le quantità di latte coinvolte perché sono ancora mi- noritarie rispetto a quelle teori- camente destinabili da ogni azienda. Non tanto aumentando le quan- tità di latte Uht ma aggiungendo nuovi prodotti, magari formaggi più o meno stagionati o freschi di vario tipo che richiedano pro- cedure più industriali di quelle reperibili nel proprio spaccio. C’è poi da costruire il percorso della comunicazione, per valo- rizzare i tanti punti di forza di quest’esperienza.

Sicuramente a livello locale, ma anche più ampio, per allargare il ventaglio di opportunità di TObia, con il coinvolgimento diretto dei con- sumatori che potranno essere, grazie alla rete social, nelle stalle dove viene prodotto il loro latte in ogni momento. “Vogliamo - conclude Paolo Druetta - coprire il più possibile il territorio pie- montese in maniera puntiforme, con un produttore TObia per ogni comune (o quasi) e la pos- sibilità per il consumatore di comprare un vero latte a km zero, tutto fatto in quell’azienda, con la sicurezza e la praticità dell’Uht” Aperti ad altri circuiti Se i numeri per ora sono limitati (ma numeri dei soci sono desti- nati ad aumentare presto con al- levatori già operativi con altri circuiti: latte fieno, latte biolo- gico, latte a2a2 che già sono pronti ad allargare la “famiglia” TObia), tutto lascia pensare che non lo resteranno per molto, dato l’interesse che sta attirando questa esperienza nata dal basso, rimboccandosi le maniche e pro- ponendo una cosa nuova senza aspettarsi concessioni da chic- chessia.

Per non dovere arrivare al punto di dover rovesciare il latte sulle strade. • SERVIZIO

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 12 I l tratto digestivo dei vitelli è particolarmente sensibile so- prattutto durante il primo mese di vita, quando l’apparato digerente subisce numerosi e signi- ficativi cambiamenti: si evolve in- fatti dalla sua funzione monogastrica iniziale, alla fun- zione poligastrica. Inoltre, la sepa- razione precoce dalla madre comporta un non corretto insedia- mento di microrganismi che de- gradano la fibra prima dei 60 giorni di età. (Chaucheyras et al., 2016).

I primi due mesi di vita dei vitelli, pertanto, risultano essere decisivi per le performance future e richie- dono buone pratiche di gestione ed alimentazione (Bach e Ahedo, 2008).

Un’indagine di campo con- dotta in Europa nel 2016 (dati in- terni) indica che, nei vitelli, la morbilità può variare dal 10 al 50%, e la mortalità dal 2 al 10%. Nei primi due mesi di vita i tratta- menti veterinari costano tra 8 e 20€ per animale, di cui il 30% sono spesi per cure antibiotiche. Per ri- durre queste spese, è necessario as- sicurare un equilibrio della flora in- testinale, un tratto digestivo ben preparato ed una risposta immuni- taria ben funzionante. In questo contesto, un nuovo prodotto che include frazioni di lievito specifica- mente selezionato, ha dimostrato di poter aiutare i vitelli e gli altri gio- vani ruminanti rinforzando il si- stema immunitario e migliorando l’equilibrio del microbiota intesti- nale.

Questo è stato confermato da un recente studio condotto dal- l’Università di Bologna. Una nuova frazione di lieviti Lallemand Animal Nutrition ha sviluppato una nuova generazione di derivati del lievito, combinando frazioni di lievito inattivato prove- nienti da 3 diversi ceppi, ognuno di essi prodotto utilizzando un processo dedicato. Si tratta di 2 ceppi di Saccharomyces cerevisiae e 1 di Cyberlindnera jadinii prove- nienti dalle colture di Lallemand. Questa innovativa soluzione (YANG, Lallemand Animal Nutri- tion, Canada) è formulata per rin- forzare le difese naturali degli ani- mali agendo sulla risposta immunita- ria, grazie ad un ef- fetto sinergico brevettato.

Il meccanismo d’azione è basato su due azioni complementari.

• Forte capacità di legame con i pa- togeni: efficace contro un ampio numero di batteri indesiderati, quando comparato a prodotti deri- vati da un singolo ceppo di lievito. • Modulazione ampia e bilanciata del sistema immunitario: grazie al- l'effetto sulla risposta immunitaria si ottiene una modulazione del si- stema immunitario ottimale, senza che ci sia il rischio di sovrastimo- lazione. Il rischio di sovrastimola- zione si può avere in caso di attivazione di un singolo recettore, come avviene con i derivati di lie- vito tradizionali.

Riduzione dei costi veterinari Precedenti prove di campo e com- merciali, hanno dimostrato che questa soluzione nutrizionale porti benefici in vitelli, agnelli e capretti, in situazioni critiche, come per esempio lo svezzamento.

Una prova condotta i Spagna nel 2014, su vitelli di razza Frisona trasportati in un allevamento commerciale, ha dimostrato come la somministrazione di YANG nell’alimento, abbia portato ad una minor morbilità durante que- sto periodo particolarmente stres- sante. Gli animali trattati almeno una volta con antibiotici sono AZIENDE YANG DA LALLEMAND Tre ceppi di lievito per vitelli più sani Rinforzare il sistema immunitario e migliorare l’equilibrio del microbiota intestinale dei vitelli salvagarda salute e performance produttive. La gestione dell’alimenta­ zione risulta essere un fattore chiave per limitare i fattori stressanti che influiscono negativamente sul tratto gastro­intestinale e le difese naturali dell’animale.

Figura 1. Effetto della somministrazione di YANG sulla percentuale di vitelli che hanno ricevuto trattamenti terapeutici (antibiotici ed antinfiammatori). Bisogna ricordare che i 2/3 dei trattamenti sono stati effettuati durante il primo mese. (Dati non pubblicati, Università di Bologna, 2017).

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 13 stati ridotti del 39%, mentre gli animali trattati per diarrea sono stati ridotti del 70%. Di conse- guenza l’accrescimento è mi- gliorato di +50 g/giorno, così come l’omogeneità dei gruppi degli animali trattati. Nel 2017 è stato condotto un altro studio dall’Università di Bologna presso un allevamento commerciale. L’obiettivo è stato quello di valutare l’effetto su morbilità e performance in vi- telli a carne bianca, in seguito alla somministrazione di YANG. 158 vitelli maschi di razza Frisona sono stati coinvolti nello studio (PV medio 52,3 kg, e 30-45 giorni di età), per 190 giorni: 57 animali nel gruppo Controllo mentre i ri- manenti 101 hanno ricevuto YANG nel latte in polvere, fino a 120 giorni.

Il prodotto somministrato ha aiu- tato a ridurre la mortalità e la morbilità, e di conseguenza i trat- tamenti veterinari. Nel gruppo Trattato, la percentuale di animali che hanno ricevuto almeno un trattamento terapeutico è stata ri- dotta del 35% (p < 0,05), e il nu- mero di animali cronici (2 o più) è stato ridotto del 19% (p < 0,05). La mortalità è stata numerica- mente ridotta rispetto agli animali del gruppo controllo (7,0% vs 4,9 %). Infine, il numero di animali trattati per problematiche intesti- nali è stato ridotto del 24%, quando sono alimentati con YANG (p < 0,05). L’età al primo trattamento è passata da 26 a 35 giorni di età (p=0,10).

Durante la prova sono stati pre- levati campioni di sangue al giorno 47 e 118, da 23 vitelli scelti casualmente. Sono stati va- lutati i livelli di Alfa-1 globuline (biomarker per l’infiammazione) e gamma globuline (principal- mente anticorpi): entrambe le molecole hanno indicato come YANG abbia aiutato a mante- nere i vitelli in salute. Si è assi- stito ad una riduzione delle Alfa-1 globuline nel gruppo trat- tato (p < 0,05), ciò si traduce in un minor stato infiammatorio, mentre le gamma globuline (cioè gli anticorpi) sono aumentate (immunità umorale). Inoltre sono state migliorate le performance di crescita grazie al trattamento.

Complessivamente, la somministrazione di YANG ha portato ad un elevato ritorno sul- l’investimento riducendo i costi dei trattamenti veterinari ed incre- mentando le performance degli animali.

Conclusioni Il primo mese di vita dei vitelli è un periodo molto critico che incide sulla futura vita produttiva e quindi la gestione dell’alimentazione ri- sulta essere un fattore chiave per li- mitare i fattori stressanti che influiscono negativamente sul tratto gastro-intestinale e le difese naturali dell’animale. In aggiunta alle buone pratiche di gestione dell’alleva- mento, YANG rappresenta un va- lido strumento per aiutare a mantenere i vitelli in salute e ridurre i costi dei trattamenti veterinari. • AZIENDE Riferimenti ­ Bach A. and Ahedo J., 2008. Record Keeping and Economics of Dairy Hei­ fers.

Vet Clin Food Anim (24 ) 117–138 ­Chaucheyras­Durandetal.Probiotics: asecondmotherfornewbornlambsin ruminal microbial establishment? 5th Beneficial Microbes Conference, Oct. 10­12, 2016

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 14 D avanti ad una platea di più di 220 tra allevatori e tecnici, Gordie Jones, Josè Santos, Steve Martin e Hank Wa- gner hanno lasciato messaggi e spunti di riflessione che non pos- sono essere lasciati cadere nel vuoto da chi vogli restare prota- gonista del mercato del latte in Italia nei prossimi anni. Ha iniziato i lavori ufficiali del Meeting Steve Martin, fondatore della società di consulenza DNMC, il quale segue più di 100.000 vacche in allevamenti di medie-grandi dimensioni nel sud- ovest degli Stati Uniti. Steve ha presentato due relazioni, la prima sulla nutrizione e gestione delle manze per un ottimale accresci- mento e la seconda sull’utilizzo di sottoprodotti nel razionamento di manze e vacche per una mag- giore sostenibilità ambientale degli allevamenti e una riduzione dei costi alimentari.

Di fatto il Meeting era già ini- ziato il martedì pomeriggio con un “Open Day” nell’Allevamento Cirio Agricola a cui è seguito un interessantissimo workshop sulla realizzazione di stalle da latte, durante il quale per la prima volta in Europa il dott. Gordie Jones ha presentato il suo nuovo concetto di stalla a ventilazione ibrida. Gordie - come da tutti è cono- sciuto - nella giornata di merco- ledì ha proseguito poi con una sessione riguardanti la gestione delle persone e gli aspetti relativi alla motivazione personale verso l’eccellenza nel proprio lavoro. La ricerca di alto livello que- st’anno è stata rappresentata dal prof.

Josè Santos, dalla Florida University. Santos conduce da anni ricerca sia di base che appli- cata negli ambiti della nutrizione, della biologia riproduttiva e della sua gestione negli allevamenti di bovine da latte.

Obiettivo principale delle sue due relazioni è stata la salute delle vacche nel periparto attra- verso una adeguata nutrizione e una prevenzione e cura delle pa- tologie dell’apparato riprodut- tivo. Infine graditissimo e applauditis- simo ospite è stato Hank Wagner, proprietario e manager della Wa- gner Farm inc., un allevamento da latte a conduzione familiare situato in Oconto Falls – Wiscon- sin (Usa) in cui attualmente sono in produzione circa 700 vacche con una produzione media di oltre 140.000 kg di media per vacca anno.

Le sue due presentazioni legate alla visione sua e della sua fami- glia nella gestione dell’alleva- mento e alla gestione delle persone hanno davvero dato un notevole contributo al meeting.

Gli spunti da applicare Di seguito ecco gli i principali messaggi che il Cirio Dairy mee- ting 2019 ci lascia in eredità CONVEGNO Alcune immagini dell’evento che ha riunito una platea di più di 220 tra allevatori e tecnici. CIRIO DAIRY MEETING 2019 Alle fondamenta dell’eccellenza nella produzione di latte “Alle Fondamenta dell’eccellenza nella produzione di latte”, questo il titolo ambizioso del Cirio Dairy Meeting 2019, svoltosi il 13 e 14 febbraio scorsi a Caserta. Un titolo scelto per sottolineare un dato fondamentale: saranno gli allevamenti che si concentreranno ogni giorno sui “fondamentali” che contano quelli in grado di competere nel mercato del latte di oggi e di domani.

E i quattro relatori che hanno dato vita a questa quinta edizione della rassegna casertana organizzata da Cirio Agricola, con la loro competenza e capacità comunicativa, hanno dato senso profondo al titolo della rassegna appena conclusa. di Cristian Rota

Indice Estate/Inverno: calcola OHGLӽHUHQ]HSURGXWWLYHGHOODPDQGULD nelle diverse stagioni, PLVXUDQGRQH ORVWUHVVWHUPLFR ARIENTI & C. S.R.L. 6HGH2SHUDWLYD6WUDGD&DVFLQD&DVWDJQD   3LHYH)LVVLUDJD /2 ,7$/

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 16 1 - Elevata qualità dell’aria du- rante tutto l’anno per tutte le vac- che in tutti le zone della stalla; raffrescamento efficace in estate con nessun ammucchiamento do- vuto allo stress termico e mas- simo cow comfort. Questi sono stati i criteri alla base della nuova concezione di stalla “Ibrida 4 Sta- gioni” che Gordie Jones ha pen- sato e realizzato con alcuni dei suoi clienti con risultati di incre- mento della produttività di note- vole interesse.

Garantire il massimo del benessere animale a livello di ogni cuccetta in termini di qualità dell’aria è una delle ca- ratteristiche che distinguono que- sto nuovo concetto di stalla a ventilazione naturale al disotto dei 18 °C e ventilazione forzata da entrambe i lati maggiori verso l’interno quando la temperatura sale sopra i 18 °C con la stalla che diviene sigillata grazie a pa- reti laterali che si sollevano, e un riciclo di aria garantito dal- l’apertura del colmo. Insomma, una soluzione da tenere in estrema considerazione per chi decidesse di realizzare un nuovo investimento per la stabulazione delle bovine da latte.

2 - Le manze sono la base per la pianificazione di una stalla di successo. Questo il tema sottoli- neato Steve Martin. Nel primo anno di vita la qualità della loro gestione in termini di programma di colostratura, programma ali- mentare a latte e mangime prima dello svezzamento e poi pro- gramma di crescita è inevitabil- mente legata alle performance di crescita ponderale giornaliera che si otterranno. Obiettivo minimo: arrivare ai 13 mesi di vita con la maggior parte delle manze con il 55% del peso delle vacche a ma- turità. Tale soglia è infatti indi- spensabile se non si vuole che la produzione di latte in prima lat- tazione venga notevolmente pe- nalizzata dal fatto che vi sia ancora da recuperare in prima lattazione il peso che non si è stati in grado di avere all’età di ingravidamento.

Pesare le manze non è più una opzione, ma una necessità per poter capire come procede l’accrescimento delle manze e una opportunità dalle notevoli conseguenze economi- che.

3 - La salute delle vacche fresche può essere notevolmente miglio- rata se adottiamo un piano di ali- mentazione nel periparto che sia in grado di assecondare il note- vole “sconvolgimento” del meta- bolismo che una vacca subisce con il parto e l’inizio della latta- zione, ha ricordato Josè Santos. Prevenzione dell’ipocalcemia con diete a DCAD negativo, ridu- zione della steatosi epatica e che- tosi tramite l’utilizzo di una adeguata quantità di colina rumi- noprotetta (13 grammi) pre e post parto, adeguata proteina metabolizzabile nel preparto (da 900 a 1.100 grammi per pluri- pare e primipare rispettivamente) per una maggior produzione ad inizio lattazione e un utilizzo strategico di grassi, in particolar modo omega 3 e omega 6, per aumentare la possibilità di gravi- danza e riduzione il rischio di perdite embrionali.

4 - Formazione e certificazione delle persone in ognuno dei ruoli che gli competono è di estrema importanza nella costituzione di un team di lavoro che punti al- l’eccellenza, ha ricordato Gordie Jones. Ognuno di noi ha una persona- lità diversa nelle relazioni di gruppo, ma comunque lavorare per motivarsi a ricercare nuovi obiettivi da condividere con gli altri colleghi di lavoro è una stra- tegia di buon senso. Tanti piccoli obiettivi da raggiungere uno dopo l’altro come in una gara di golf e per cui festeggiare ogni volta che uno di questi obiettivi viene raggiunto.

CONVEGNO

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 17 5 - Visione + Gestione adeguata delle persone + Pianificazione/Protocolli = Suc- cesso.

Per Hank Wagner questa è la ricetta della gestione dell’alle- vamento da latte, quella che si segue nella sua famiglia. Cam- biare senza paura è stato il motto adottato convinti che sia il modo migliore, più facile, più veloce e più intelligente per progredire nella gestione della nostra im- presa. 6 - La sostenibilità ambientale del settore zootecnico, è ancora Steve Martin a parlare - è uno degli aspetti che maggiormente può mettere in crisi la nostra im- magine nei confronti del consu- matore, e questo non lo possiamo più ignorare. Ma le vacche an- cora una volta ci vengono in aiuto. Il rumine con la sua capa- cità di utilizzare la fibra è in grado di produrre qualcosa che va oltre il riciclo, ovvero la tra- sformazione di nutrienti non uti- lizzabili per l’alimentazione umana in prodotti per la nutri- zione di altissimo valore biolo- gico: latte, formaggio, burro, carne! Considerare l’uso di sot- toprodotti (buccette di soia, glu- tine di mais, trebbie di birra, polpe di bietola, stocchi di mais, ecc) va nella direzione di un ra- zionamento più consapevole, ma richiede però di analizzare bene questi sottoprodotti -ove siano disponibili con continuità - per la digeribilità della loro fibra e anche per la parte di fibra indige- ribile di cui comunque in una certa parte abbiamo bisogno per la salute del rumine delle nostre vacche.

7 - La grande parte delle patolo- gie nelle vacche avvengono nelle prime settimane dal parto. Per Josè Santos quelle a carico del- l’apparato riproduttivo (metriti di vario tipo) sono spesso causa di un sistema immunitario che naturalmente diventa più fragile nel periparto. L’entità di questa riduzione è spesso accentuata dall’ipocalcemia subclinica, pro- blematica su cui però possiamo agire (come visto al punto 3) al fine di evitare che la vacca non sia in grado di rispondere ade- guatamente ai patogeni con cui viene a contatto nelle ore del pe- riparto e dei giorni immediata- mente successivi.

Ogni volta che dal parto in poi avviene un pro- blema a carico dell’utero ci tro- viamo ad avere un elevato rischio di riduzione del tasso di concepi- mento e di perdite embrionali nelle prime settimane di vita dell’embrione. Se vogliamo au- mentare le performance riprodut- tivo il primo posto su cui un buon team di lavoro deve lavo- rare è la prevenzione e cura im- mediata delle patologie uterine delle vacche fresche.

8 - Le sfide e i momenti difficili sono una occasione di crescita personale. Purtroppo – ha spie- gato Hank Wagner - spesso e vo- lentieri preferiamo stare nella no- stra zona di sicurezza e malvolentieri accettiamo il cam- biamento che ci viene richiesto. Ma dietro a ogni sfida vi è sem- pre una grande opportunità na- scosta per diventare migliori. Il rapporto con le altre persone ma anche con noi stessi è la sfida più grande che abbiamo nella nostra vita. Rapportarci meglio a noi stessi e agli altri che siano consu- matori a cui noi forniamo ali- menti, nostri vicini e concittadini con cui condividiamo la realtà sociale, colleghi di lavoro con cui trascorriamo tanta parte della nostra giornata, nostri famigliari con cui condividiamo la nostra visione della vita, ecco questa sfida è qualcosa a cui non pos- siamo rinunciare né sottrarci.

Ognuno ha in sé il seme della grandezza e questo non dob- biamo dimenticarcelo per non sprecare i doni di cui siamo do- tati. • CONVEGNO

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 18 CELLULE SOMATICHE Esiste un legame tra CCS e aspetti comportamentali U n’equipe di ricercatori del diparti- mento di bioscienze animali dell’Uni- versità di Guelph (Canada) ha realizzato una ricerca per valutare se esiste un’associazione tra il conteggio delle cellule somatiche del latte (CCS) alto o basso e al- cune caratteristiche fisiche e comportamentali delle bovine quali: locomotion score (LS), body condition score (BCS), igiene, compor- tamento di riposo e produzione di latte. Lo studio trasversale si è svolto in 14 alleva- menti da latte nella Provincia canadese del- l’Ontario.

Ciascuna azienda è stata visitata per un totale di 3 periodi di osservazione (a intervalli di 5 settimane) in 2 occasioni per periodo (a 7 giorni di distanza) fino al com- pletamento di 3 test sul latte previsti dal pro- gramma di miglioramento dell’allevamento (dairy herd improvement, DHI).

In base ai risultati di ciascun test DHI, le vac- che - di razza Hol- stein - in lattazione sono state selezionate in base alla CCS. Le vacche che si pone- vano nella top 10% per CCS in ciascun al- levamento (≥ 200.000 cellule/ml, n = 370) sono state selezionate e accoppiate in base alla parità e al giorno di lattazione a vacche appartenenti allo stesso allevamento con CCS bassa (≤ 100.000 cellule/ml; n = 382). Per le vacche selezio- nate è stato registrato il comportamento di riposo per 6 giorni dopo ogni campionamento per i test sul latte, utilizzando dei data logger.

Durante la visita in cui sono stati posizionati i data logger, le vacche sono state valutate per l’andatura (da 1 = normale a 5 = zoppia) e l’igiene di mammella, arti inferiori e supe- riore/fianco (da 1 = pulito a 4 = sporco).

Nella visita in cui i data logger sono stati ri- mossi, 7 giorni dopo, sono stati valutati il BCS (da 1 = magro a 5 = grasso) e l’igiene. Le vacche sono state quindi classificate in una delle categorie di punteggio per l’igiene (pu- lito: ≤ 2; sporco: ≥ 3), BCS (alto: ≥ 4; nor- male: 3-3,5; basso: ≤ 2,5) e andatura (normale: ≤ 2; zoppia: ≥ 3). Rispetto alle vacche con BCS normale, quelle con un BCS basso erano associate a CCS ele- vata. Inoltre, le vacche con CCS elevata erano associate a una minor produzione di latte di 2,2 ± 0,72 kg/giorno rispetto a quelle con CCS bassa.

Per quanto riguarda il comportamento di ri- poso, rispetto alle vacche con BCS normali, quelle con BCS basso erano associate a tempi di riposo ridotti (-27,2 ± 12,5 min/giorno), una minor dell’igiene degli arti inferiori e a una produzione di latte maggiore (+ 2,9 ± 0,88 kg/giorno). Secondo i ricercatori, questi risultati suggeri- scono che un BCS basso può essere un fattore di mediazione tra comportamento di riposo, igiene e livello di produzione in presenza di CCS elevata. Zambelis A., Robles I., DeVries T.J. Comparison of physical and behavioral traits between dairy cows with low and high somatic cell count.

Prev Vet Med., 2019; vol. 163: pp. 1-6. doi: 10.1016/j.pre- vetmed.2018.12.009.

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Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 20 GESTIONE DEL PERSONALE Il modo migliore per introdurre in azienda un nuovo dipendente S econdo Chuck Schwartau della University of Minnesota il dipendente neo assunto in un’azienda produttrice di latte ne- cessita di informazioni corrette e di molte attenzioni.

A questo proposito l’Autore sotto- linea la differenza tra “addestra- mento” e “orientamento”. Il primo riguarda l’apprendimento di compiti diversi, mentre per “orientamento” si intende l’intro- duzione del nuovo assunto nella cultura e nel sistema di lavoro ca- ratteristici dell’azienda. Un buon processo di orientamento inizia già al momento della firma del con- tratto e può proseguire per i primi tre mesi e anche oltre.

Prima di iniziare il lavoro vero e proprio è essenziale che alcuni ar- gomenti siano ben chiari: - dove parcheggiare l’auto; - dove si consuma il pasto di mez- zogiorno e quando ci sono inter- valli; - dove si trovano armadietti, bagni e docce; - chi è il diretto superiore con cui rapportarsi; - quali sono gli altri lavoratori in azienda e quali compiti rivestono; se sono impossibilitato a recarmi al lavoro come mi devo comportare? Ci sono regole particolari riguar- danti l’abbigliamento e i protocolli di sicurezza?

Qual è la filosofia aziendale in tema di cura e rispetto degli animali? Dopo avere messo a fuoco questi argomenti di base, nei giorni se- guenti si potranno affrontare altre tematiche, quali ad esempio: il comportamento che ci si attende dal dipendente; - gli obiettivi economici del- l’azienda; - i valori caratteristici dell’azienda.

Naturalmente l’attività di orienta- mento non deve gravare completa- mente sul proprietario, ma anche il manager e i dipendenti più esperti dovranno fornire il loro contributo; questa attività sarà utile per “fare squadra”.

Quando il nuovo assunto smetterà di sentirsi un estraneo, avrà la pos- sibilità di esprimersi al massimo; è provato che se questo processo si compie attraverso i primi due anni di lavoro, aumentano in modo si- gnificativo le probabilità che il la- voratore rimanga in azienda per un lungo periodo. Fonte: Chuck Schwartau, “Hot to give employees a successful start”. Farm Journal GESTIONE

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 21 PROFESSIONE AGRICOLTORE L’AGRICOLTURA IN ZOOTECNIA UN’ALTERNATIVA INTERESSANTE ALLA MEDICA Trifoglio pratense: una leguminosa foraggera da (ri)considerare con attenzione Il trifoglio pratense è una leguminosa foraggera un tempo molto utilizzata nell’area padana, ma progressivamente abbandonata con la diffusione di silomais.

Tuttavia, le caratteristiche di questa foraggera, la sua versatilità, la sua adattabilità all’insilamento, il favorevole apporto di acidi grassi omega 3 a latte e carni che assicura, la rendono una coltura estremamente moderna e la sua reintroduzione andrebbe attentamente considerata.

I l trifoglio pratense è una forag- gera leguminosa prativa a ciclo biennale, con radice fittonante, particolarmente adatta ai terreni a reazione subacida, che era ampia- mente coltivata fino all’avvento del silomais, soprattutto nella pianura padana, in coltura asciutta o irri- gata, estendendosi anche fino alle pianure dell’Italia centrale. Occu- pava nel 1957 (dati dell’Annuario di statistica agraria) 450.000 ettari, scesi a 170.00 nel 1982 e oggi del tutto sporadica e non più segnalata come voce singola dai dati Istat. Una così ampia estensione di allora in un territorio relativamente ri- stretto, e limitatamente alle aziende a lattifere, testimonia l’interesse che gli allevatori ponevano in tale col- tura, apprezzandone le particolari qualità adatte per le bovine in latta- zione, utilizzandone l’erba soprat- tutto come foraggiamento verde in stalla, non adattandosi bene alla fie- nagione se non in consociazione con graminacee, come nei prati polifiti.

L’introduzione del silomais fece con- testualmente arretrate anche altre foraggere prative e gli erbai di al- lora; determinò la concentrazione degli allevamenti a lattifere nelle pia- nure irrigue, in particolare quella padana, con conseguente riduzione degli allevamenti negli ambienti de- clivi soprattutto appenninici, contri- buendo così, come concausa, all’abbandono di vastissime aree. Quando,verso la fine degli anni ‘70, mettemmo a punto, con il prof.An- drea Canale, la tecnica di insila- mento dei foraggi prativi, realizzammo anche sperimentazioni con tale obiettivo, in numero di quattro, anche sul trifoglio pratense.

Tuttavia si determinò inizialmente la diffusione del loglio italico e poi dell’erba medica insilati: il primo in successione stretta al silomais,al fine di massimizzare la produzione annua di foraggio; la seconda per in- serire nell’avvicendamento colturale una leguminosa miglioratrice e per sostenere la produzione aziendale di proteine. Il trifoglio pratense rimase però in sordina, anche per la com- plessità dell’argomento ad esso le- gato, che ostacolò allora la sua divulgazione.

Contemporaneamente, cioè dal principio degli anni ‘80, iniziarono sul piano internazionale, intense in- dagini sulle caratteristiche qualita- tive degli insilati di trifoglio pratense e della sua utilizzazione, volte a ve- rificare le conoscenze empiriche tra- dizionali, molto promettenti, su tale foraggera, estendendo la ricerca in tutti questi ultimi 40 anni.Abbiamo raccolto questa sperimentazione, comprensiva della nostra di quei primi anni, in un testo appena pub- blicato con il patrocinio dell’Acca- demia di Agricoltura di Torino. Figura 2. Il trifoglio è nato e sopravvive nel frumento, 24 aprile 2017.

Figura 1. Semina in “bulatura” del trifoglio pratense su frumento, febbraio 2017. di Angelo Ciotti ­ già docente di Produzione e conservazione dei foraggi all’Università dei Torino ­ aemciotti@gmail.com

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 22 Dalla citata revisione, traiamo gli elementi più significativi di carattere applicativo che derivano dalle ricer- che in esso esposte, trascurando in questo articolo di analizzarle singo- larmente. Esamineremo pertanto le principali caratteristiche qualitative e produttive dell’erba e dell’insilato di trifoglio pratense, in confronto con quelle dell’erba medica come è esposto nelle ricerche stesse, seguito dagli aspetti operativi per la sua col- tivazione e utilizzazione, termi- nando con la descrizione delle prime esperienze aziendali degli ultimi due anni effettuate in provincia di To- rino.Annotiamo che il Piemonte era un ambiente di elezione per tale le- guminosa e vi era coltivato l’ecotipo “Spadone” come trifoglio pratense per antonomasia, ma tutta la Pia- nura Padane ne è un ambiente elet- tivo.

In questi ambienti il confronto con l’insilato di erba medica è pre- valentemente a favore del trifoglio, ed è per questo che auspichiamo la reintroduzione della sua coltiva- zione.Va citato che la coltura del tri- foglio pratense è la seconda negli Stati Uniti dopo quella della medica e che è estesamente diffusa nel Nord Europa, particolarmente Svezia e Finlandia, dove il silomais non è an- cora divulgato.

Le caratteristiche del trifoglio pratense Analizzeremo di seguito le caratteri- stiche di insilabilità, nutrizionali, produttive e qualitative del trifoglio pratense, queste ultime per l’aspetto dei contenuti di acidi polinsaturi del grasso del latte e in confronto con quelle dell’erba medica. Insilabilità Il trifoglio pratense si insila bene perché ha un tenore piuttosto ele- vato di zuccheri (CSA, carboidrati solubili in acqua), mediamente sui 120-130 g/kg di sostanza secca (SS), superiore di circa il 30% a quello della medica, e un potere tampone relativamente basso, inferiore di circa il 30% a quello egualmente della medica.

Gli zuccheri del trifo- glio si consumano in parte, per re- spirazione, durante l’appassimento, risultando un po’ inferiori al mo- mento della raccolta per l’insila- mento, mentre quelli della medica aumentano nello stesso periodo per idrolisi di carboidrati superiori, in particolare di amidi di cui la specie è dotata. In definitiva prevale il più basso potere tampone che, nell’insi- lato, permette un più rapido e pro- fondo abbassamento del pH, con conseguente qualità fermentativa già più che soddisfacente a tenori di appassimento del 30% di SS,mentre per la medica è necessario arrivare a valori del 35-40% per avere analoga qualità fermentativa.

Ricordiamo che al 30% di sostanza secca non si hanno più colature di liquidi dalla massa in trincea, e che quindi tale valore va sempre rag- giunto con l’appassimento. Il trifoglio pratense ha generalmente tenore proteico inferiore a quello dell’erba medica, per lo meno al primo taglio, e ha una acquosità ge- neralmente superiore, ciò che deter- mina il prolungamento del tempo di appassimento, in parte però com- pensato dalla possibilità di racco- gliere più anticipatamente, come detto. Ma l’argomento verrà trat- tato più estesamente in seguito. Protezione data dai polifenoli della pianta all’idrolisi delle proteine Le polifenoliossidasi sono enzimi presenti nel trifoglio pratense che, PROFESSIONE AGRICOLTORE Trifoglio pratense e qualità del grasso del latte (con riferimento agli acidi grassi polinsaturi “benefici”) Il futuro del mercato alimentare evidenzia crescente consapevolezza e interesse dei con­ sumatori verso la qualità degli alimenti stessi e, per quanto ci interessa, della qualità del latte e derivati, oltre che delle carni.

Particolare importanza assume a questo riguardo la composizione degli acidi grassi del grasso del latte e precisamente dei suoi contenuti di acidi polinsaturi cosiddetti omega 6, acido linoleico C18:2 n­6, e omega 3, acido α­linole­ nico C18:3 n­3. Il primo è precursore di prostaglandine pro infiammatorie e il secondo di prostaglandineantinfiammatorie;diquianchelafondamentaleimportanzadelrapport o fra i due acidi nei prodotti alimentari degli animali, che, per avere un ruolo “salutare” deve essere inferiore a 2 (cioè meno di due volte il primo rispetto al secondo). Purtroppo, nell’ambiente anaerobico del rumine e ad opera dei batteri ruminali, avviene una forte bioidrogenazione degli acidi polinsaturi, presenti in alta misura nei foraggi di partenza, in acidi saturi, la quale è generalmente attorno all’85% per l’omega 6 e dal 90 al 95% per l’omega 3, con conseguente forte diminuzione dei medesimi polinsaturi nel flusso duodenale degli animali (e quindi nel grasso del latte), che si riduce, per quanto ri­ guarda gli omega 3, a valori molto bassi, inferiori all’1% del complesso degli acidi grassi presenti.

La maggiore idrogenazione dell’acido α­linolenico rispetto al linoleico ha come conseguenzal’inversionedellororapportoduranteilpercorsodigestivoasfavoredel l’α­ linolenico, benefico, che era invece a suo favore nei foraggi originali. Ebbene,l’insilatoditrifogliopratensepuògiocareunruoloimportantenelfareaumen tare la quantità di omega 3 nel flusso duodenale e quindi nel latte o nelle carni, e così miglio­ rare il rapporto stesso fra i due acidi grassi. Ciò in quanto la stessa protezione che i fenoli deltrifogliodavanoalladegradazionedelleproteine,descrittapiùsopra,ladannoan che, sebbene per via biologica del tutto diversa, agli acidi polinsaturi e in maggiore misura proprio all’acido α­linolenico, il che determina quindi un suo arricchimento con le diete abasediinsilatiditrifogliorispettoaquelleabasediinsilatidimedicaedellegrami nacee, quali il loglio italico.

Si può sostenere che comunque si tratti di quantità piccole di acidi polinsaturi omega 3, ma se si considera che la bioidrogenazione dell’α­linolenico è attorno al 95% per le gra­ minacee e al 90% per l’erba medica, mentre per il trifoglio pratense scende attorno all’85%, è evidente che nel flusso duodenale ne passano rispettivamente il 5, il 10 e il 15%, che rappresentano aumenti, col trifoglio pratense, maggiori rispettivamente del 50% e del 200%, e non sembra un piccolo risultato migliorativo. Va inoltre considerato che con diete a forte presenza di insilato di trifoglio il rapporto omega 6 : omega 3 è attorno a 1, cioè eguale quantità dei due acidi, e che esso peggiora grandemente quanto maggiore è la proporzione nella dieta di concentrati proteico­ami­ dacei e dello stesso silomais, nei quali il medesimo rapporto è sempre superiore a 10.

Figura 4. Particolare della coltura del trifoglio durante la falciatura, 15 maggio 2018. Figura 5. Le andane del trifoglio dopo la falciatura,15 maggio 2018. Figura 3. Ricrescita del trifoglio dopo la siccità estiva del 2017, 5 maggio 2018.

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 23 attivandosi durante la lacerazione dei tessuti della pianta, come ad esempio la trinciatura, inducono le- gami dei polifenoli con le proteine ivi presenti formando complessi proteico-fenolici particolarmente re- sistenti all’idrolisi provocata dalle proteasi enzimatiche della pianta. Tale protezione, sebbene parziale, si protrae durante l’appassimento e soprattutto nell’ambiente anaero- bico del silo, e poi anche nel rumine. La solubilizzazione delle proteine dell’insilato di trifoglio pratense si attesta a valori del 35-40% ai nor- mali tenori di SS,mentre nell’insilato di erba medica, che non ha tale pro- tezione per inattività delle sue poli- fenoliossidasi, raggiunge normalmente valori del 60-70%.

Per questa specie occorre quindi ap- passire al 50% e oltre di SS per mantenere l’idrolisi a valori accetta- bili (al di sotto cioè del 500 g/kg di proteine totali).

Ricordiamo che quanto più elevata è la idrolisi delle proteine già dell’in- silato ingerito con la dieta (scompo- sizione in amminoacidi liberi, peptidi, ammoniaca, ecc.) tanto più diviene difficoltoso realizzare l’equi- librio dei composti azotati con l’energia a disposizione dei batteri ruminali,con conseguente perdita di azoto attraverso le pareti del rumine e poi nelle urine. Le più avanzate determinazioni delle frazioni proteiche analizzate col metodo Cornell (Cornell Net Carbohydrate and Protein System, CNCPS), indicano che negli insi- lati di medica è generalmente molto più rappresentata la fra- zione non proteica A, e anche la frazione proteica rapidamente de- gradabile B1, mentre negli insilati di trifoglio lo sono di più le fra- zioni proteiche B2 e B3, rispettiva- mente mediamente e lentamente degradabili; quest’ultima in gran parte quindi bypassante nell’inte- stino, con evidenti vantaggi del- l’utilizzazione complessiva delle proteine medesime.

Inoltre la pic- cola frazione di B3 presente negli insilati di medica mediamente ap- passita è per lo più legata alle pa- reti cellulari dei tessuti, quindi di basso valore nutrizionale. È an- cora da considerare che nell’insi- lato di trifoglio è generalmente presente una più elevata propor- zione di frazione C (ADIP, pro- teine insolubili nel detergente acido, legate alle lignine e quindi non utilizzabile dall’animale), ma in modesto rapporto differenziale rispetto ai contenuti nell’insilato di medica.

Il valore di energia netta dell’insi- lato di trifoglio pratense come de- terminato dalla sperimentazione in vivo sulle bovine Un numero elevato di sperimenta- zioni venne eseguito nei primi anni del 2000 presso l’US Dairy Forage Research Centre di Madison, Wi- sconsin, sul confronto fra presta- zioni produttive di bovine alimentate con diete a base di insilati di erba medica oppure di trifoglio pratense. I risultati furono duplici, nel senso che nei casi di minore in- gestione delle diete a trifoglio ri- spetto a quelle a medica, le produzioni lattee risultavano uguali, e, nei casi di eguali ingestione delle due diete, quelle a trifoglio davano produzioni lattee, o differenze di peso corporeo, superiori, con evi- dente maggiore efficienza energetica delle diete a trifoglio in entrambi i casi.

Tali risultati sono stati spiegati dai calcoli del bilancio energetico fra quantità di energia ingerita con le diete e quantità di energia contenuta nei prodotti delle prestazioni bovine, da cui è emerso un contenuto ener- getico,espresso in ENL,degli insilati di trifoglio superiore dell’ordine del 15% (fino al 18%) rispetto a quello di medica, e ciò derivante da una netta superiorità della digeribilità delle varie frazioni fibrose degli in- silati di trifoglio. Inoltre, le eventuali minori ingestioni delle diete a base di insilati di trifoglio, sono spiegate dal fatto che la sazietà per le diete stesse non è tanto determinata dalla quantità di sostanza secca ingerita quanto dalla quantità di sostanza organica digeribile ingerita.

I dati delle tavole nutrizionali dell’Inra I risultati emersi dalle sperimenta- zioni in vivo sopra descritti, sono confermati dai dati che si ricavano dalle tavole del valore nutrizionale dei foraggi dell’INRA (Istituto Na- zionale della Ricerca Agronomica francese) determinati dalle analisi in vitro sugli stessi. Riportiamo alcuni di questi dati nella tabella 1 relativi precisamente ai valori in Unità fo- raggere latte, di contenuto e digeri- bilità della fibra NDF e del contenuto di proteina grezza del- l’erba di medica e di trifoglio pra- tense al primo e secondo ciclo di sviluppo stagionale.

Si osserva che ai medesimi stadi di sviluppo delle due colture l’erba di trifoglio pratense, in entrambi i cicli di crescita, ha sempre valore energe- tico e digeribilità superiore e conte- nuto di fibra inferiore a quelli della medica. I medesimi valori allo stadio di piena emissione dei bottoni fiorali della medica, stadio a cui si effettua normalmente il taglio per il suo in- silamento, sono pari a 0,77 UFL al primo ciclo e 0,82 al secondo ciclo dopo 5 settimane. Però essi corri- spondono pressoché esattamente ai valori del trifoglio pratense al suc- cessivo stadio di inizio emissione dei fiori nel primo ciclo, pari a 0,81 UFL e 0,84 dopo 7 settimane dal primo.

Parallelamente la digeribilità dell’NDF è 0,56 e 0,59 per la me- dica e 0,60 e 0,61 per il trifoglio nel primo e nel secondo ciclo rispettiva- mente. Il tenore di proteine grezze è alquanto superiore nella medica al primo ciclo e si attenua successiva- mente nel ricaccio. L’andamento del secondo ciclo si ripete poi in quelli successivi, terzo e quarto. Si evidenzia pertanto da questi dati che il valore energetico in UFL del- l’erba di trifoglio pratense risulta su- periore del 12% nel primo ciclo e del 9,6% nel secondo a quello della medica, e che essi concordano con quelli prima evidenziati sulle ricer- che in vivo di diete a base dei rispet- tivi insilati.

Due considerazioni applicative Dal complesso delle suddette ri- cerche e dati sul valore energetico, si possono esprimere due conside- razioni di carattere applicativo. La prima, generale, è che il trifoglio pratense presenta una notevolis- sima elasticità in merito al mo- mento di effettuazione dei tagli, realizzabili infatti tra gli stadi di emissione dei bottoni fiorali e ini- zio emissione delle infiorescenze nella prima crescita primaverile e dopo da 5 a 7 settimane nei suc- cessivi ricacci. Mentre per l’erba medica non bisogna invece ritar- dare il taglio oltre lo stadio di bot- toni fiorali e dopo 5 settimane nei ricacci, pena perdita di digeribilità e valore nutritivo, non adatti per l’alimentazione di bovine ad alta produzione.

La seconda considerazione, deri- vante dalla precedente, è che è pos- sibile, e opportuno, effettuare il taglio primaverile del trifoglio un paio di settimane dopo quello del- l’erba medica, ottenendo pari valore nutrizionale ma superiore produ- zione del taglio stesso a causa del prolungato periodo vegetativo, e così scalando di sette settimane i tagli dei ricacci successivi, anziché cinque settimane per la medica. Il numero di tagli stagionale per il tri- foglio, condizioni di umidità del ter- reno permettendo, sarà inferiore a PROFESSIONE AGRICOLTORE Figura 6. Trifoglio in coltura di orzo, piuttosto rada in questo caso, 21 giugno 2018.

Figura 7. Emergenza del trifoglio seminato su terreno preparato dopo mais, dicembre 2018.

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 24 quello della medica: presumibil- mente quattro anziché sei tagli, con probabile pari produzione e qualità del foraggio, ciò che consentirà un notevole risparmio di lavoro e una sua migliore possibilità organizza- tiva. Prime esperienze aziendali sul trifoglio pratense svolte in provincia di Torino La prima esperienza aziendale ini- ziò nel 2017 con la semina in “bu- latura” di trifoglio pratense cv Dajana (Pro Sementi) su 50 ettari di frumento distribuiti in vari ap- pezzamenti presso l’azienda a lat- tifere dei Sigg. Visca di Carmagnola (TO) impiegando 20 kg/ha di semente.

Nell’azienda, a ricordo degli anziani, la suddetta modalità di semina era estesa- mente praticata per l’impianto della coltura di trifoglio ecotipo “Spadone”, utilizzata per l’ali- mentazione verde delle bovine fino una cinquantina di anni or- sono. Ed è per questa esperienza dei padri che i figli, attuali conduttori dell’azienda, non hanno esitato a “provare” per l’attuale prima volta le col- tura del trifoglio su una su- perficie così estesa come citato.

L’emergenza e la prima crescita delle piantine di trifoglio fino alla mietitura, avvenuta ai primi di luglio, ebbe successo anche per le sufficienti precipi- tazioni durante la primavera, come evidenziato dalle figure, che mostrano la coltura del tri- foglio durante il periodo in consociazione col frumento e poi frammisto alle stoppie. Successivamente però, come tutti gli agricoltori padani ri- cordano, l’estate 2017 fu estremamente siccitosa e le colture degli appezzamenti più sabbiosi e poco fertili si diradarono completamente mentre in quelli migliori, anche se non irrigati, resistet- tero tutto il resto della sta- gione, riprendendo a vegetare solo nel tardo autunno e poi a crescere nella primavera 2018.

Lo sfalcio di questo primo sviluppo primaverile av- venne il pomeriggio del 15 mag- gio alla comparsa dei primissimi fiori, esattamente due settimane dopo avere effettuato il taglio e l’insilamento dell’erba medica col- tivata nella stessa azienda. La col- tura del trifoglio aveva un’altezza media di 90 cm e una produzione stimata di 5,5 tonnellate di SS/ha, quasi il doppio di quella della me- dica raccolta più anticipatamente. Al taglio il tenore di SS era del 17% con contenuto di zuccheri di 135 g/kg di SS, dati che confer- mano l’alta acquosità della pianta e il buon tenore di CSA come in- dicato dalle ricerche esposte nei capitoli precedenti.

La raccolta avvenne la mattina del 18 maggio con tenore di SS che aveva rag- giunto il 37% e zuccheri ridotti a 95 g/kg di SS.

Va evidenziato che il taglio alla com- parsa dei primi fiori fu deciso a giu- dizio e opportunità organizzativa dell’agricoltore senza che avesse la minima conoscenza dei dati del- l’Inra precedentemente esposti, con una corrispondenza peraltro per- fetta ad essi. L’utilizzo dell’insilato nell’alimentazione delle bovine dell’azienda Visca è avvenuto posi- tivamente in sostituzione di quello dell’erba medica in quantità di circa 10 kg/capo/giorno in miscela nella razione. Dopo questo primo taglio l’appezzamento fu arato per dar posto alla programmata coltura del mais, per cui non si ha ancora esperienza sui successivi ricacci, esperienza che verrà maturata nel- l’anno corrente.

Nella figura 7 è evidenziata l’emergenza di una coltura seminata at- torno al 10 ottobre 2018 su terreno preparato di un ap- pezzamento di 20 ha in suc- cessione al mais.

Va precisato che le semine in bulatura effettuate dal- l’azienda Visca nell’inverno 2017 sono avvenute, e sono attualmente ripetute, su appezzamenti apparte- nenti ad aziende vicine che effettuano la coltivazione biologica di cereali, fru- mento e mais, il cui regola- mento impone l’alternanza di una leguminosa ogni due anni di cereali. Tali aziende non sono più at- trezzate per gestire le col- ture foraggere e incontrano difficoltà nella coltivazione di altre leguminose, quali ad esempio la soia che richiede il diserbo, e l’ac- cordo con aziende allevatrici di- venta una soluzione utile ad entrambe, l’una risolve il pro- blema della coltivazione obbliga- toria di una leguminosa e l’altra, dietro modesto compenso, amplia le sue possibilità produttive di fo- raggio pregiato.

Sintesi operative In considerazione delle elevate carat- teristiche qualitative e produttive del trifoglio pratense sopra descritte, è da ritenere che gli allevatori dovreb- bero ben valutare l’opportunità di reintrodurre nei propri ordinamenti colturali tale leguminosa, adottan- done l’insilato nelle proprie razioni. Il trifoglio pratense può essere se- minato, come l’erba medica, in primavera o in autunno su terreno preparato, ma anche nella moda- lità molto vantaggiosa di bulatura, cioè traseminato in inverno, come si faceva estesamente un tempo, su colture di cereali vernini, evitando così la lavorazione (conseguenza importante quando la motorizza- zione non era ancora in atto) e permettendo un più prolungato periodo vegetativo dopo la mieti- tura.

Tale modalità è anche utile dal punto di vista ambientale in quanto determina, in assenza di la- vorazione, un maggiore sequestro del carbonio nel suolo. Il momento più vantaggioso di effet- tuazione del primo taglio in prima- vera, sebbene possa considerarsi molto elastico, sembra essere allo stadio di apparizione dei primi fiori, al quale la qualità nutrizionale è pari a quella dell’erba medica falciata una quindicina di giorni prima allo stadio di bottoni fiorali, come nor- malmente avviene per tale coltura, ma con produzione quasi la metà. Gli sfalci seguenti possono attuarsi dopo 7 settimane dai precedenti, anziché 5 come per la medica, rea- PROFESSIONE AGRICOLTORE Tabella 1.

Valori di Unità foraggere latte, contenuto di fibra neutro detersa e sua digeribilità e con- tenuto di proteine grezze della sostanza secca dell’erba di erba medica e di trifoglio pratense a due stadi di sviluppo delle colture (Inra, 2010) UFL/ kg SS NDF PG, g/kg SS g/kg SS Digeribilità, % ME TP ME TP ME TP ME TP 1° ciclo Inizio bottoni fiorali 0,83 0,92 476 437 60 70 206 196 Bottoni fiorali 0,77 0,89 488 447 56 67 193 180 Inizio fioritura 0,73 0,81 513 476 53 60 178 170 2° ciclo Dopo 5 settimane 0,82 0,93 487 417 59 69 222 215 Dopo 6 settimane 0,82 0,88 484 452 59 66 215 205 Dopo 7 settimane 0,77 0,84 513 461 56 61 198 192 L’ampio lavoro originale, pubblicato in fascicolo separato e corredato dalla sintesi di tutte le singole ricerche dalle quale sono tratte le notizie sul trifoglio pratense, è disponibile su richiesta direttamente all’Autore o all’Accademia di Agricoltura di Torino.

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 25 lizzando così nell’arco della sta- gione, e condizioni di umidità del terreno permettendo, un numero di quattro tagli anziché sei come av- viene per l’erba medica,con evidente risparmio di lavoro e facilitazione organizzativa. Attenzione va posta alla fase di ap- passimento, in considerazione della più elevata acquosità della pianta di trifoglio rispetto a quella dell’erba medica e della maggiore produzione istantanea, e quindi più elevata quantità di acqua da evaporare. Ma il prolungamento del tempo di ap- passimento che ne deriva, è in parte compensato dalla più lunga durata del giorno a metà maggio rispetto ai primi del mese e dalla possibilità di insilare a tenori relativamente bassi di sostanza secca, dell’ordine del 30- 35%, quando è già assicurata un buon quadro fermentativo e buona protezione proteica, e non si verifi- cano più colatura dal foraggio accu- mulato.

Va considerato che tali relativa- mente bassi tenori di sostanza secca dell’erba, determinano una sua migliore compattazione nel silo, trincea o altro, e quindi mi- nore penetrazione dell’aria quando il silo è aperto per il consumo, con limitazione del rischio di deteriora- mento aerobico. Se si opera con queste modalità, non è necessaria una trinciatura molto fine dell’erba da insilare ma è sufficiente quella determinata ad esempio dal carro autocaricante munito di coltelli che, effettuando la trinciatura sugli 8 cm, rappresenta probabilmente la minore dispendiosa modalità di raccolta per l’insilamento.

Vari aspetti collaterali possono inoltre risultare interessanti. Ad esempio quello di tra seminare il trifoglio nei medicai, eventual- mente coesistenti nell’azienda, quando iniziano a diradarsi, per- mettendo quindi il prolunga- mento della durata colturale dell’appezzamento. Si aggiunga che la copresenza delle due specie trinciate assieme nel silo rende- rebbe possibile il trasferimento della protezione fenolica delle proteine e degli acidi grassi polin- saturi del trifoglio alla medica, come ricerche sperimentali dimo- strano, con allargamento di tale vantaggio. Inoltre, la semina in bulatura invernale nei cerali favo- risce anche la stipula di accordi di coltivazione, come eseguita dal- l’azienda Visca menzionata, con aziende vicine alla propria che ab- biano smesso l’allevamento e at- tuino la coltivazione biologica di cereali, per la quale è obbligatoria l’introduzione ogni due anni di un leguminosa.

Ciò consentirebbe di ampliare ancora più, e a basso costo, la propria produzione fo- raggera di leguminose di pregio. All’espansione della produzione aziendale di leguminose, principal- mente attraverso l’introduzione della coltura del trifoglio pratense, potrebbe seguire, a nostro parere, qualche benefico contenimento della coltura del silomais, ambien- talmente oggi meno sostenibile e divenuta alquanto costosa per varie ragioni, permettendo così anche di sostituire alla scadente fibra dello stocco del mais quella più nobile delle leguminose e ancor più del trifoglio pratense. Senza contare che l’insilato di mais ha impliciti alti rischi di deteriora- mento aerobico, con, in alternativa ai componenti fermentativi natu- rali antimicotici presenti negli insi- lati di leguminose, derivanti da fermentazioni etero lattiche (acidi acetico, propionico e in minime quantità butirrico), che preven- gono tale deterioramento.

Tutto questo salvaguardando comunque la produzione del pastone di spi- ghe di mais.

In definitiva, le interessanti carat- teristiche del trifoglio pratense rendono la coltura competitiva, dove le condizioni pedologiche e ambientali lo consentono, come in tutta la pianura padana, con quella dell’erba medica, permet- tendone la copresenza nella mede- sima azienda, o la sostituzione nei casi più favorevoli. • PROFESSIONE AGRICOLTORE

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 26 La concimazione con materiali organici (come le­ tamazioni, residui organici e sovesci) risulta es­ sere la tecnica agronomica che, in misura maggiore, influisce positivamente sulla fertilità dei suoli e sulla capacità di ridurre le perdite di carbonio, aumen­ tandone lo stoccaggio.

È quanto è emerso dall’ana­ lisi effettuata dal Crea in collaborazione con il Mercator research Institute on Global Commons and Climate Change di Berlino, che, per la prima volta, ha valutato la capacità dei suoli agricoli delle regioni a clima mediterraneo di raggiungere l’obiet­ tivo stabilito dall’iniziativa “4 per 1000: Soils for Food Security and Climate” (https://www.4p1000.org/). Si tratta dell’accordo volontario per lo stoccaggio di carbonio nei suoli, che si prefigge di raggiungere un incremento glo­ bale annuo di carbonio nei primi 40 cm dei suoli dello 0,4% (4‰). Un risultato strategico sia per au­ mentare la fertilità e la produttività dei suoli, sia per contrastare gli effetti negativi dei cambiamenti cli­ matici limitando le perdite di CO2 e contenendo l’aumento della temperatura entro la soglia dei 2 °C.

L’analisi è stata limitata ai suoli agricoli delle regioni a clima mediterraneo, perché presentano un ele­ vato potenziale di stoccaggio di carbonio organico, dovuto sia ai livelli più bassi di stock sia alla pre­ senza delle legnose agrarie che garantiscono una copertura permanente del suolo. Partendo, quindi, dall’esame di 72 articoli pubblicati su riviste inter­ nazionali dal 2003 al 2017, che analizzavano 76 siti di queste regioni, i ricercatori del Crea hanno con­ frontato le pratiche agricole convenzionali di lavo­ razione e fertilizzazione con quelle alternative. Sono stati 235 i raffronti eseguiti su seminativi e legnose agrarie, valutando gli effetti delle lavorazioni del ter­ reno, della fertilizzazione, della rotazione colturale nei seminativi, dell’inerbimento nelle legnose e della durata dell’esperimento in campo.

Lo studio ha evidenziato che la concimazione or­ ganica ha un’elevata potenzialità di aumentare il tasso medio annuo di stoccaggio del carbonio or­ ganico ben oltre l’obiettivo del 4‰, con un accu­ mulo superiore di 15 volte nei seminativi e di oltre 20 volte nelle colture legnose. In aggiunta, nei si­ stemi legnosi agrari la non lavorazione, l’inerbi­ mento e la concimazione organica rappresentano la gestione del suolo dominante.

Nei seminativi predominano le rotazioni e la con­ cimazione minerale e/o minerale + organica, men­ tre la lavorazione convenzionale rimane la tecnica più diffusa. Il lavoro è stato pubblicato a gennaio 2019 sulla ri­ vista internazionale Mitigation and Adaptation Stra­ tegies for Global Change ed è consultabile al seguente link: https://link.springer.com/article/10.1007%2Fs1102 7­018­9832­x PROFESSIONE AGRICOLTORE RIDURRE LE PERDITE DI CO2 E AUMENTARE LA FERTILITÀ Suoli mediterranei: le migliori alternave per ridurre le perdite di CO2 e aumentare la ferlità

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 27 Società Italiana di Genetica Agraria: seconda edizione del Corso teorico-pratico sulle nuove tecniche di incrocio La Società Italiana di Genetica Agraria comunica l’organizzazione della se- conda edizione del Corso teorico-pratico “New breeding techniques: CRISPR/Cas9 in plants”, che si svolgerà da martedì 2 luglio 2019 a venerdì 5 Luglio 2019 presso l’Università degli Studi di Verona.

La parte teorica verterà sulle nuove tecniche di breeding, focalizzandosi sull’approccio CRISPR/Cas9 in ambito vegetale, le principali applicazioni esistenti e il quadro normativo vigente. La parte pratica, in aula informatica, prevederà la progettazione in si- lico di costrutti CRISPR/Cas9 e l’analisi di sequenze (Sanger/Illumina) derivanti da eventi di editing genomico (target e off-target). La parte pratica, in labora- torio, prevederà l’uso di costrutti per il genome editing, la trasformazione di espianti vegetali in vitro e i metodi di screening molecolare degli eventi di tra- sformazione.

Alpini, Confagricoltura partner ufficiale dell’Adunata 2019 Associazione NazionaleAlpini e Confagricoltura hanno sottoscritto un con- tratto che conferisce a quest’ultima il ruolo di partner ufficiale dell’Adu- nata di Milano, in programma nel capoluogo lombardo il 10, 11 e 12 maggio prossimi. Confagricoltura sarà sponsor dell’evento nelle varie iniziative che lo caratterizzeranno. In particolare, Confagricoltura – che con il corpo degli Al- pini condivide l’amore per il territorio e l’impegno nella sua difesa- fornirà una selezione di prodotti tipici, provenienti dalle aziende associate dei diversi ter- ritori coinvolti.Proprio per promuovere le specificità agricole dei territori,delle aziende associate, delle proprie attività e dei servizi offerti, Confagricoltura avrà uno spazio dedicato all’interno del Villaggio dell’Adunata, al Parco Sem- pione.

Nel corso della manifestazione, saranno poi organizzate iniziative di vario tipo per diffondere la conoscenza dei prodotti agroalimentari tipici.“Seb- bene l’Adunata – sottolinea il Generale Renato Genovese,presidente del COA - sia ormai simpaticamente definita da chi ci accoglie come un’invasione paci- fica, nasconde un lavoro organizzativo impegnativo e meticoloso, che passa innanzitutto attraverso la collaborazione convinta con le istituzioni e le realtà locali. L’accordo con Confagricoltura conferma che anche quella del Cente- nario a Milano rappresenterà in pieno non solo lo spirito tipico delle adunate alpine, ma anche il territorio”.

“Siamo orgogliosi di sostenere questa impor- tante iniziativa – commenta Massimiliano Giansanti, presidente di Confagri- coltura – che quest’anno si svolge nel capoluogo regionale: metteremo a disposizione le nostre tipicità e le nostre energie per la buona riuscita dell’Adu- nata di un’Associazione assai significativa per il nostro Paese”. “Gli Alpini – sottolinea Antonio Boselli, presidente di Confagricoltura Lombardia con un passato da alpino - rappresentano un modello per l’impegno profuso nelle at- tività di volontariato e di protezione civile,ma anche per la tutela del territorio, specialmente nelle aree più svantaggiate come quelle della montagna”.

Cissva realtà strategica. Cia Est Lombardia chiede un piano strutturale per sostenerla Il Caseificio Sociale della Valle Camonica e del Sebino è una realtà strategica che va aiutata.È doveroso che la politica sostenga questa realtà con un piano strutturale e a lungo termine che possa garantirne il futuro e la realizzazione degli investimenti di cui necessita.Cissva d’altronde è una struttura fondamen- tale per una cinquantina di allevatori del territorio e per una trentina di aziende camune che conferiscono il loro latte,ma anche importante per la significativa quota di indotto che crea. È quanto dichiarato da Cia Est Lombardia, a soste- gno di Cissva e del suo presidente Giancarlo Panteghini, che nei giorni scorsi ha fatto un appello alle istituzioni affinché diano ascolto alle istanze del casei- ficio.

Il Caseificio sociale di Valle Camonica sta affrontando un periodo di grandi investimenti necessari per il suo mantenimento e il suo sviluppo. Ser- vono nuovi spazi per accogliere i 160mila litri di latte in prodotti lattiero ca- seari di qualità, oltre che nuove celle per la stagionatura dei formaggi e magazzini per la merce. Senza un intervento pubblico di sostegno consistente questo non è possibile. Gli agricoltori da soli non possono farcela. Occorre un intervento che compensi l’alienazione delle quote Cissva avvenuta per un ob- bligo di legge lo scorso anno da parte della Comunità Montana del Bim Valle Camonica e che di fatto ha messo in difficoltà il caseificio in un periodo di spese necessarie per la continuità aziendale.

(www.cialombardia.it) IN BREVE

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 28 PROFESSIONE AGRICOLTORE Grazie all’impiego di nuovo algoritmo, potrebbe essere possibile prevedere la resa e la qualità dei raccolti di mais. È quanto emerge da uno studio pub­ blicato sulla rivista Agronomy dai ricercatori dell’Uni­ versità dell’Illinois di Urbana (Usa) (pubblicato da Mangimi&Alimenti.it), che hanno utilizzato questo sistema per stimare l’entità e il contenuto nutrizio­ nale delle piantagioni di mais del Midwest, negli Stati Uniti. Per realizzare l’algoritmo, gli scienziati hanno analizzato i dati presenti nei resoconti pubblicati dallo U.S.

Grains Council, che ogni stagione preleva campioni di cereali per valutarne la composizione e la qualità. Hanno quindi confrontato le informazioni presenti nei rapporti con i dati sulle condizioni me­ teorologiche che hanno caratterizzato le stagioni 2011­2017.

In particolare, per elaborare il sistema si sono con­ centrati sul clima presente durante tre periodi critici dello sviluppo del cereale: emergenza, emissione degli stili e maturazione. Hanno così scoperto che l’elemento che fornisce dati più accurati sulla resa e sulla qualità del mais è la disponibilità di acqua du­ rante le fasi dell’emissione degli stili e della matura­ zione. Approfondendo l’analisi, gli autori hanno identificato le condizioni climatiche che influenzano la composi­ zione del cereale, ossia le proporzioni di amido, olio e proteine presenti all’interno dei chicchi. Hanno in­ dividuato, nello specifico, due situazioni che favori­ scono la presenza di concentrazioni più elevate di olio e proteine: la minore lisciviazione dell’azoto durante le prime fasi della crescita e temperature più alte du­ rante la fioritura.

Invece, temperature più basse du­ rante la fioritura e la maturazione fanno sì che i chicchi abbiano un contenuto maggiore di olio che di proteine.

Gli scienziati spiegano che la capacità di prevedere le concentrazioni di proteine e olio nei chicchi di mais potrebbe influenzare i mercati globali, data la cre­ scente domanda di mais ad alto contenuto proteico che proviene dall’industria mangimistica. Grazie al nuovo algoritmo, concludono gli esperti, potrebbe es­ sere possibile prevedere il rendimento e la qualità delle colture settimane o mesi prima del raccolto, semplicemente osservando le condizioni meteorolo­ giche. (Tratto da Mangimi&Alimenti.it) RESA E QUALITÀ DEI RACCOLTI DI MAIS La composizione del mais calcolata sulle previsione meteo

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 30 CONVEGNO INTERNAZIONALE SUI FORAGGI Foraggio e fibra alle origini del latte Si è svolta il 15 febbraio scorso a Piacenza la terza edizione del “Convegno internazionale sui foraggi”. Un evento di altissimo livello tecnico e scientifico, che ha radunato alcuni tra i migliori esperti mondiali. Si è parlato di come valutare il valore nutri­ zionale dei foraggi, di quali sono i fattori che governano i processi di insilamento, del ruolo di nuovi e vecchi foraggi. Cercando di dare una risposta alla domanda su come ottenere più latte dai propri foraggi.

H a riscosso un grande successo il convegno or- ganizzato da Agroteam, svoltosi presso PiacenzaExpo il 15 febbraio scorso, sul ruolo delle fibre e del foraggio nell’ali- mentazione delle bovine da latte. Il foraggio, infatti, è fonte di fibra insostituibile in quanto se- lettivamente trattenuto lunga- mente all’interno del rumine e, oltre al vantaggio sanitario le- gato alla prevenzione dell’abbas- samento di pH, da esso originano i principali costituenti del latte. Si è parlato di come va- lutare il suo valore nutrizionale, di quali sono i fattori che gover- nano i processi di insilamento e delle caratteristiche e vantaggi di un foraggio relativamente nuovo, il sorgo.

In generale, si è cercato di capire come ottenere più latte dai pro- pri foraggi. Andrea Formigoni, Università di Bologna, chairman dell’evento, ha introdotto i lavori ricordando come il foraggio svolga un ruolo nutrizionale e dietetico, infatti il legame fra qualità del foraggio e risposte produttive e sanitarie delle bovine è noto da tempo, un ruolo ambientale nella conserva- zione dei territori, soprattutto nelle aree marginali, un ruolo economico, per i minori costi e rischi di esposizione sui mercati, e un ruolo nella tipicità delle produzioni, in quanto in Italia la maggior parte del latte è lavo- rato crudo per produrre for- maggi di pregio e tutte le principali Dop italiane richie- dono che entri a far parte della ALIMENTAZIONE di Tatiana Lo Valvo Grandissima la partecipazione all’evento.

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 32 razione della bovina per il 50- 75% della sostanza secca. I fat- tori che influenzano la qualità intrinseca dei foraggi riguardano la genetica e la sanità delle piante, l’ambiente di produzione e i fattori climatici, le tecniche di coltivazione e irrigazione e, in ultimo ma non meno impor- tante, le modalità di raccolta e conservazione. Attualmente, sono disponibili più strumenti di conoscenza che consentono, qualora vengano utilizzati razio- nalmente, di migliorare la qua- lità dei foraggi e la capacità di impiegarli nelle razioni. È auspi- cabile, quindi, che industria e al- levatori si avvalgano sempre più della ricerca per essere in grado di progredire.

Produzione dei foraggi in azienda Francesco Masoero, Università Cattolica del Sacro Cuore di Pia- cenza, ha spiegato quali strategie possono essere adottate per otti- mizzare la produzione di foraggi in azienda attraverso un approc- cio integrato. L’azienda agricola, infatti, è un sistema complesso e l’allevatore si trova a dover gestire le que- stioni relative agli animali, al mercato e ai terreni nell’obiet- tivo di migliorare l’efficienza della sua azienda. La nuova frontiera è rappresentata dalla agricoltura di precisione, che si associa ad una alimentazione di precisione, dal gruppo al singolo individuo e ad una gestione ri- produttiva di precisione, che si traduca in un aumento del tasso di gravidanza.

Esistono dei mo- delli di simulazione che possono affiancare ed aiutare l’allevatore nelle decisioni da prendere, for- nendo stime sulla crescita dei raccolti, sull’andamento della mandria, sulla sostanza secca in- gerita, sui costi, sull’impatto am- bientale e sulla redditività aziendale.

Per mezzo di programmi mate- matici è possibile stimare come determinate decisione possono incidere sugli avvenimenti futuri in azienda e quindi prendere de- cisioni più consapevoli. Il pro- blema di questi strumenti è però dato dalla loro complessità e dalla mancanza di dati appro- priati e reali. Occorre qualcosa di più sem- plice, utilizzando parametri di più facile rilevazione. Andreb- bero raccolti dati affidabili sul costo di produzione dei foraggi in azienda, sulle caratteristiche del suolo e degli impianti di irri- gazione, su possibili coltivazioni alternative e sul prezzo al mer- cato delle materie prime, su composizione e performance della mandria, sulla qualità, quantità e utilizzo delle strutture in allevamento e sulla possibilità di immagazzinare e conservare gli alimenti per i bovini.

È bene valutare la disponibilità di stoc- caggio perché nella maggior parte dei casi è uno dei principali fattori limitanti.

Analizzando il costo di produ- zione dei foraggi e la situazione attuale dell’azienda si possono sviluppare dei modelli che sco- prano come ridurre al minimo i costi, in quanto per proporre un’alternativa bisogna prima si- mularla. In questo modo è possibile otti- mizzare la propria realtà azien- dale trovando le alternative più vantaggiose attraverso il dialogo tra consulenti e allevatore. L’al- levatore potrà così poi prendere la decisione finale in base alle sue esigenze e alle caratteristiche della propria azienda.

Questo approccio potrebbe es- sere utilizzato come uno stru- mento di supporto decisionale per allevatori e consulenti.

Un processo per gradi permette di verificare le specifiche limita- zioni e il possibile aumento della redditività derivato dalla loro eliminazione. Foraggi altamente lignificati, quando usarli? Alex Ariza Bach, IRTA Institut de Recerca i Tecnologia Agroali- mentaries (Spagna), conduce ri- cerche di base sulla fisiologia e il metabolismo dei ruminanti con particolare enfasi sull’impatto della nutrizione e della gestione durante lo sviluppo precoce sulla futura funzione metabolica. In generale, la nutrizione dei rumi- nanti si focalizza sul migliora- mento della qualità dei foraggi in quanto la fibra è indispensa- bile per la corretta funzionalità ruminale e favorisce la sintesi di grasso nel latte.

I foraggi sono più economici dei concentrati, ma una cattiva qua- lità degli stessi compromette ALIMENTAZIONE Alex Bach. Limin Kung. Igino Andrighetto. Sergio Vaiani. Andrea Formigoni. Francesco Masoero. David K. Combs.

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Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 34 l’assunzione di cibo e la produ- zione di latte.

Occorre sempre prestare attenzione a ciò che si acquista, in quanto guardare solo il prezzo non sempre rap- presenta la scelta più redditizia. Le bovine da latte hanno biso- gno di consumare fibra anche per mantenere le funzioni meta- boliche nella norma. Infatti, l’acidosi ruminale è causata da un eccesso di NDF, non da una sua carenza. È importante anche la forma fi- sica della fibra, meglio piccola che grande.

Contrariamente a quanto si po- trebbe ritenere, la fibra alta- mente lignificata risulta essere un ottimo alimento per i vitelli, per le vacche in asciutta e nelle lattifere ad alta produzione. Un tempo la più comune racco- mandazione inerente l’alimenta- zione del vitello era quella di non somministrare foraggio prima dello svezzamento, ma so- lamente starter. Recenti prove in- dicano invece che dare ai vitelli foraggi trinciati altamente ligni- ficati, come paglia di avena a 2 cm, aumenta la loro assunzione di starter. La paglia non viene di- gerita nel rumine, ma esercita un effetto fisico, con aumento della cheratina che protegge le papille dall’acidosi.

La fibra lignificata aumenta la velocità di transito e l’assunzione totale viene incre- mentata del 30%.

L’asciutta è un ottimo momento per utilizzare i foraggi forte- mente lignificati, che servono a mantenere le bovine in salute e a prevenire la chetosi. La fibra molto lignificata è molto efficace anche nell’alimen- tazione di vacche ad alta produ- zione. Supponendo di avere due animali con produzioni diverse, pur fornendo la stessa dieta, pa- radossalmente, avrò valori di energia netta diversa dalla ra- zione. Nella vacca che produce di più, mezzo chilo o 1 kg di trinciato rallenta la velocità di transito ruminale, permettendo una maggiore digestione dell’ali- mento e quindi un aumento delle proteine nella dieta.

Fermentazione dell’insilato Limin Kung, Università del De- laware (USA), maggior esperto al mondo in tema di inoculazione dei foraggi e conservazione degli insilati, ha aperto la sua rela- zione con un parallelismo fra ciò che accade nel rumine e nell’in- silamento. Sebbene in entrambi i casi vi sia un ambiente anaerobico, la fer- mentazione che avviene nel ru- mine è un processo dinamico, continuo e non deve raggiungere pH minori di 6, mentre nel silo vi è un processo statico, la cui alimentazione avviene una volta sola e il cui pH deve rimanere al di sopra di 5. Anche gli acidi grassi che si producono devono essere diversi nei due casi, ad esempio la produzione di acido lattico è incoraggiata nell’insi- lato, ma non auspicata all’in- terno del rumine.

In entrambi i casi la produzione di azoto deve mantenersi bassa.

Durante il processo di insila- mento gli zuccheri solubili fer- mentano in acidi e alcoli, le proteine vanno incontro a feno- meni di proteolisi, la fibra ri- mane stabile anche se avviene una leggera perdita di emicellu- lose e l’amido si mantiene pres- soché inalterato. Sebbene subisca un minimo declino du- rante il processo fermentativo, diventa maggiormente disponi- bile per il rumine in quanto la proteolisi spezza le prolamine. Le minori perdite di sostanza secca si hanno quando i processi fermentativi impiegano il minor tempo possibile per raggiungere il plateau.

A seconda del tipo di fermenta- zione che si produce all’interno del silo e della tipologia di batteri che intervengono avremo pro- dotti finali diversi.

Una fermenta- zione eterolattica produce acido lattico, alcoli e anidride carbo- nica, mentre nella fermentazione omolattica il maggior prodotto è l’acido lattico. Nel caso interven- gano lieviti, si produrranno alcoli e anidride carbonica. Con l’inter- vento dei clostridi avremo me- tano, ammoniaca e anidride carbonica e per azione delle ente- robatteriacee alcoli, ammoniaca e anidride carbonica.

L’acido lattico presente nell’insi- lato, una volta ingerito, viene convertito dai batteri utilizzatori di lattato, come M. elsdenii, in acido propionico, a sua volta convertito in glucosio all’interno del fegato, mentre l’acido acetico arriva alla ghiandola mammaria per la sintesi di acidi grassi e per essere ossidato in energia. L’acido propionico arriva al fe- gato dove si trasforma in gluco- sio e l’acido butirrico viene trasformato in corpi chetonici, trasferito al tessuto adiposo e alla ghiandola mammaria, dove produce energia e acidi grassi. Gli inoculi possono indirizzare le fermentazioni che avvengono all’interno di un insilato incre- mentando la velocità delle fer- mentazioni e provocando un calo più repentino di pH e mi- gliorando i prodotti finali, con un conseguente aumento nell’ef- ficienza fermentativa.

In tal modo si riduce la degradazione proteica, aumenta il recupero energetico e la quantità di so- stanza secca e vengono miglio- rate le performance di stalla. L’aria che entra a contatto con un insilato produce un effetto domino di deterioramento. Quando l’insilato è esposto al- l’aria i lieviti si attivano e degra- dano l’acido lattico. Con l’aumento dei lieviti che deriva dalla maggiore quantità di sub- strato a disposizione, si ha una forte degradazione e distruzione dei nutrienti con la conseguente produzione di calore e aumento del pH. In queste condizioni si attivano muffe e batteri che cau- sano un ulteriore deterioramento e aumento del calore.

I lieviti, in- fatti, sono indesiderati in quanto producono etanolo, con perdita di sostanza secca, e utilizzano il lattato. Possono essere control- lati riducendo al minimo la quantità di ossigeno presente all’interno dell’insilato e trat- tando con additivi che li inibi- scono, come L. buchneri o miscele di acidi organici. I clostridi possono essere con- trollati minimizzando la conta- minazione del suolo o con inoculi omolattici che abbassino il pH. Gli enterobatteri compe- tono con i batteri che producono acido lattico dagli zuccheri, pro- ducendo invece acetato e pos- sono essere combattuti attraverso l’utilizzo di inoculi omolattici.

La combinazione di L. buchneri e L. hilgardii nell’inoculo sembra avere effetti sinergici nel miglio- ramento della stabilità aerobica degli insilati, con un effetto più rapido rispetto all’utilizzo dei due batteri singolarmente. Que- sto prodotto dovrebbe essere ap- provato in tempi brevi nel- l’Unione Europea. Misurare la digeribilità della fibra David K. Combs, Università del Winsconsin-Madison (USA), ha presentato un nuovo parametro per valutare e quantificare la di- geribilità della fibra, il Total Tract NDF Digestibility, o TTNDFD. La digeribilità della fibra è molto importante nella nutrizione della bovina da latte, in quanto fornisce energia, mi- gliora le componenti del latte e la produzione di proteina micro- bica ruminale e mantiene la vacca in salute.

Il processo di di- gestione della fibra dipende da fattori intrinseci alla fibra stessa, come l’NDF potenzialmente di- geribile e il tasso di digestione della fibra, e fattori dipendenti dall’animale, come la sua capa- cità di digerire la fibra e il tasso di transito. Componendo questi due fattori otteniamo la misura della vera digeribilità della fibra (TTNDFD). Un cambiamento di 2-3 unità di TTNDFD nella ra- zione corrisponde a variazioni di 0,5 litri nella produzione di latte.

Questo indice si misura con un test in vitro che si basa sull’uti- lizzo di analisi in spettroscopia NIR (Near InfraRed) e può es- sere ottenuto rapidamente e con una buona accuratezza. Per cal- colarlo servono diversi parame- tri, infatti esso integra la fibra indigeribile (uNDF), la velocità di transito nel rumine (Kp) e la degradabilità ruminale (Kd). Utilizzare il TTNDFD nel bilan- ciamento di una razione vuol dire usare la digeribilità della fibra per formulare la dieta e quindi il suo valore effettivo. In- fatti, la digeribilità della fibra varia a seconda del tipo di forag- gio e se non si riesce a misurare correttamente ci saranno delle difficoltà nella formulazione della razione.

Ricordiamo che la digeribilità della fibra ha un grosso impatto sulla produzione del latte. La digeribilità del- l’NDF è molto variabile e una sua variazione si ripercuote non solo sulla produzione di latte, ma anche sull’assunzione di cibo e sulla resa della proteina micro- bica ruminale.

I parametri di NDF e TTNDFD ALIMENTAZIONE

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Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 36 possono essere utilizzati insieme per predire la qualità dei foraggi, risolvere i problemi nelle razioni e nelle performance degli ani- mali e per formulare corretta- mente la dieta della bovina da latte. Efficienza produttiva Igino Andrighetto, Università degli Studi di Padova, ha ricor- dato che ciò che non si misura non può essere migliorato. Ne genera l’importanza della far- ming precision, un sistema che fornisce gli strumenti per fare la cosa giusta, nel posto giusto, al momento giusto.

Ma se per es- sere precisi bisogna misurare, oc- corre anche chiedersi che cosa sia necessario misurare, in quanto esistono moltissime mi- sure non sempre di immediata interpretazione e utilizzo e vi è la necessità di utilizzare indicatori in grado di sintetizzare molte in- formazioni. La misura delle per- formance delle attività e dei processi aziendali, infatti, ri- chiede la definizione di un si- stema di indicatori che permetta di rappresentare in modo sinte- tico la capacità dell’azienda di perseguire i propri obiettivi di breve, medio e lungo periodo. Si tratta di numeri di sintesi che va- lutano l’economicità di sistema, l’efficienza del sistema, l’effica- cia di un intervento e l’anda- mento del sistema.

Per essere utili devono essere di rapida e fa- cile determinazione, devono poter essere rilevati di continuo e devono fornire indicazioni in tempo reale all’allevatore, in modo che possa intervenire tem- pestivamente sui processi. Gli indicatori di efficienza ed ef- ficacia alimentare sono valutati in base alla determinazione della digeribilità apparente diretta- mente in campo, cercando di sti- mare la quantità di nutrienti trattenuti dagli animali e desti- nata al mantenimento e alla pro- duzione. I fattori che possono incidere sull’efficienza alimen- tare possono essere sia alimen- tari, che condizionano la conversione dei nutrienti ingeriti in latte, come la funzionalità ru- minale, la gestione della razione, le ripercussioni sul profilo meta- bolico-ormonale delle bovine, sia extra-alimentari, che sono di derivazione gestionale.

La produzione potenziale otti- mizzata è un indicatore di effi- cienza alimentare che corrisponde al possibile incre- mento di produzione che derive- rebbe dal miglioramento della digeribilità della dieta sino ai va- lori osservati nelle aziende più produttive e con una ingestione media pari a 25 kg di sostanza secca capo/die. L’Efficiency Milk Test (EMT) viene effettuato mediante la de- terminazione degli indici di effi- cienza e di efficacia con prelievo di campioni di unifeed e di feci e permette l’analisi e l’individua- zione delle criticità alimentari e gestionali limitanti il raggiungi- mento di performance ottimali.

Si può quindi delineare un possi- bile protocollo oggettivo per la misura dell’efficienza produttiva delle aziende di vacche da latte. Detta misura sembra essere molto più esaustiva di quanto at- tualmente applicato e basato sulla semplice conversione in latte della sostanza secca consu- mata. La misura della produ- zione potenziale e di quella potenziale ottimizzata permette infatti all’azienda di individuare il tipo di criticità che condiziona la produzione reale di latte. Ciò consentirà all’allevatore di com- piere le scelte corrette come da prerogative della farming preci- sion. L’applicazione del test di efficienza (EMT) è rapida e il ri- sultato è oggettivo.

Tuttavia ne- cessitano ulteriori approfondimenti sperimentali per definirne la reale portata e un sostanziale ampliamento della casistica che potrà essere facilitato dalla diretta applica- zione in campo di tutto il test. Il sorgo: nuova coltura da foraggio Sergio Vaiani, libero professioni- sta, nutrizionista specializzato sui ruminanti, attualmente presi- dente di Agroteam srl, ha preso in considerazione un nuovo tipo di coltura da foraggio, il sorgo, che presenta notevoli vantaggi rispetto al mais soprattutto per quanto riguarda la resistenza allo stress idrico.

Il sorgo da granella ha fatto la sua comparsa nelle razioni so- prattutto per sostituire il mais contaminato da aflatossine, mentre il sorgo da foraggio rap- presenta una realtà emergente, che però sta prendendo sempre più piede tanto che il silosorgo sta diventando un competitor del silomais. Finora la genetica era tutta fina- lizzata alla produzione di gra- nella, ma vi è un interesse crescente con la conseguente evoluzione anche per la compo- nente foraggera. Stesso discorso vale per i frumenti. Infatti, solo da qualche anno il cereale au- tunno vernino viene studiato per la produzione di foraggio (tritri- cale).

I motivi di questo crescente inte- resse sono collegati ai fabbisogni idrici, ai trattamenti necessari e alle patologie. L’evoluzione della genetica, che ha portato alla re- gistrazione di oltre 300 varietà in Europa, è finalizzata all’au- mento di produzione e stabilità, resistenza alle basse temperature e alle malattie, alla qualità del foraggio, oltre che della granella, e all’aumento dello stay green per avere una migliore digeribi- lità della parte fibrosa. Per quanto riguarda le intera- zioni con l’ambiente, il sorgo di- mostra una grande tolleranza alla siccità, una grande produtti- vità e adattabilità, permette un basso utilizzo di antiparassitari e usa un terzo dell’azoto rispetto al mais.

I sorghi per uso foraggero ven- gono utilizzati tipicamente per l’insilato. Hanno un’altezza ele- vata, un apparato fogliare molto sviluppato e un panicolo più pic- colo. Hanno sviluppo tardivo e consentono elevate produzioni di foraggio. Di solito si opera un taglio singolo. I tipi di sorgo da foraggio sono il sorgo foraggero monosfalcio, il Sudangrass, gli incroci Sudangrass x Sudangrass o Sorgum x Sudangrass. La variante Sudangrass o Sudan- grass x Sudangrass viene utiliz- zata tipicamente da fieno o pascolo, si opera un multisfalcio, è caratterizzata da statura medio-bassa e stelo sottile, è molto fogliosa, con elevata capa- cità di ricaccio ed accrescimento veloce.

Il Sorgum x Sudangrass ha un’al- tezza superiore al Sudan e pre- senta uno stelo più fine. E’ caratterizzato da elevatissimo accrescimento e rapido ricaccio. Ottimo come fieno e pascolo, può essere insilato solo se preap- passito. Ne esiste una variante sensibile al fotoperiodo che pre- senta una crescita costante fino a 12,5 ore di luce, ha una fine- stra di raccolta molto ampia e mantiene una eccellente qualità sia come fieno che come insilato. La fioritura ritardata prolunga la crescita della pianta in una fase vegetativa di maturità che tende a migliorarne la qualità. La variante sterile, invece, è ca- ratterizzata dall’alta qualità del foraggio perché non mobilità gli zuccheri.

Si utilizza un singolo sfalcio. La brachitica è utilizza- bile come fieno o come insilato. È caratterizzata da ridotta al- tezza, ridotta lunghezza degli in- ternodi e maggior numero di foglie. Evita gli allettamenti e ha produzioni comparabili con gli altri sorghi. Il sorgo BMR è molto più digeribile, in quanto presenta concentrazioni inferiori di lignina e una maggiore digeri- bilità dell’NDR. Simili agli altri sorghi per caratteristiche gene- rali, all’alta digeribilità asso- ciano una elevata appetibilità, un contenuto di lignina del 40- 60% in meno e valori nutritivi molto simili al mais.

Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Dairy Science, il silosorgo può essere utilizzato in vacche Holstein in sostituzione totale del silomais senza effetti indesiderati sulle performance, ma con rifessi positivi sulla ca- pacità antiossidante e sugli acidi grassi polinsaturi del latte. Rap- presenta, inoltre, un’ottima op- portunità nelle aree di difficile coltivazione del mais legate alla carenza idrica.

I sorghi da foraggio, quindi, rap- presentano una buona conve- nienza per le aziende zootecniche, in quanto permet- tono un risparmio idrico e di energia, nonché grandi produ- zioni di foraggio di elevata qua- lità. Vanno incontro meno frequentemente a patologie e hanno un’ottima reazione agli stress climatici. Infatti, non pati- scono la siccità e hanno un fab- bisogno idrico ridotto del 40% rispetto al mais. Rappresentano la scelta ottimale in secondo rac- colto dopo i foraggi autunno vernini. Comportano, inoltre, dei costi limitati, basti pensare che il costo del seme incide del circa l’80% in meno rispetto al mais.

• ALIMENTAZIONE

CHIEDI AL TUO medico VETERINARIO COME PROTEGGERE LA MANDRIA DALLA BVD La Diarrea virale bovina (BVD) è una patologia molto comune e può determinare gravi perdite economiche dovute a problemi riproduttivi, cali di crescita e riduzione della produzione di latte. Una vaccinazione completa, associata ad un buon piano di biosicurezza e all’eliminazione dei soggetti immunotolleranti, può prevenire queste problematiche.

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 38 GIORNATE IN AZIENDA DEATECH Meno farmaci se si lavora bene fin dai primi giorni L’allevamento ha di fronte la sfida della sostenibilità.

Sostenibilità che passa soprattutto dal minor consumo di farmaci. Minor consumo di farmaci che è possibile soltanto lavorando bene già dalle prime ore di vita del vitello e poi nei giorni, nelle settimane e nei mesi successivi. Il risultato non è solo un animale più sano e un minore consumo di farmaci, ma anche un miglioramento delle prestazioni e, complessivamente, della sostenibilità, non solo ambientale ma anche economica e sociale della stalla. C’è già chi è ben avviato su questa strada. Ad esempio chi segue il programma Nutri Junior Omega di Deatech. Un programma che è stato presentato il 12 febbraio in un evento svoltosi in due aziende del piacentino.

C on un appuntamento in due stalle del piacentino Deatech ha illustrato il 12 febbraio scorso Nutri Junior Omega, il suo protocollo in tre momenti per arrivare ad avere un’ottima manza, cresciuta con un netto minor utilizzo di far- maci (mediamente del 35%). Una manza che diverrà anche un’ottima lattifera, produttiva e resistente. Chi sta facendo questo percorso in stalla è il miglior te- stimonial per gli altri, potendo mostrare dati e animali che di- mostrano la bontà del pro- gramma Nutri Junior Omega. Come l’azienda Gandolfi (150 vacche in lattazione) di Castel- l’Arquato e l’azienda Colomba- rone (80 vacche in lattazione) di Besenzone.

Due aziende che se- guono ormai da anni il pro- gramma Nutri Junior Omega, con tutti i benefici del caso, che hanno spiegato agli ospiti in vi- sita: approccio globale (nutrizio- nale ma anche molto di più), abbattimento del consumo di farmaci, riduzione del costo ali- mentare della produzione della manza, gestione più “semplice”, maggior tempo libero e, quindi, qualità della vita migliorata. Tutto questo con un’anticipa- zione della messa in produzione della manza.

Risultati raggiunti Entrambe le stalle che hanno fatto da cornice all’evento del 12 febbraio hanno ottenuto risultati interessanti collaborando con Deatech. Migliorata decisamente l’età al primo parto, raggiun- gendo una media di 22 mesi (ri- spetto ai 24 precedenti, per la cascina Gandolfi) e 23 mesi (ri- spetto ai 26 precedenti, per l’azienda Colombarone). La pre- parazione della manza alla prima fecondazione ha visto in en- trambe le situazioni un abbassa- mento dei mesi necessari, con il raggiungimento di misure otti- mali e peso pari a 380 Kg a 12 mesi di età. Animali che non solo entrano prima in lattazione, ma che sono poi anche più pronti per la seconda lattazione, cosa che si è vista nella stalla Colom- barone, dove già sono in produ- zione le secondipare “figlie” del programma Nutri Junior Omega.

Infine un dato che sta divenendo sempre più centrale in ogni ana- lisi di sostenibilità di un alleva- mento: il consumo di farmaci. Come è noto, nell’allevamento da latte i primi mesi di vita del vitello sono critici, una fase dove non di rado il consumo di far- maci è elevato per far fronte alle sfide sanitarie che l’allevamento del vitello pone. In queste due stalle c’è stata la riduzione del 30 e del 40% nell’uso dei farmaci. Un programma per recuperare efficienza (e usare meno farmaci) Entriamo nel merito del pro- gramma Nutri Junior Omega, protagonista, con gli allevatori convenuti nelle due aziende, della giornata.

Come spiega il dr. Salvatore Curreli, Area Manager di Deatech, il programma Nutri Junior Omega è un protocollo sperimentato e validato sul campo da vari anni, con ottimi risultati che si confermano in ogni realtà in cui viene appli- cato. Molti sono infatti i suoi punti di forza: uno di questi è la sua estrema semplicità e dinami- cità e la possibilità di arrivare allo stesso risultato pur partendo da condizioni di partenza molto diverse, cosa che lo rende appli- cabile praticamente ovunque. E sono molte le aziende dove la principale lacuna da colmare è proprio quella della fase iniziale, della preparazione della manza a partire dai primi giorni di vita del vitello.

Si considerano tre fasi. La prima è quella che va dal giorno zero fino ai due mesi di vita. È una fase che prevede un latte specifico con una composi- zione appositamente studiata, ar- ricchito con un attivatore ruminale che consente l’accelera- zione dello sviluppo dei meccani- smi enzimatici indispensabili per il passaggio dalla fase di mono- gastrico a quella di poligastrico ruminante e da un pool di olii es- senziali che lavorano in preven- zione contro le patologie neonatali.

Il programma Nutri Junior Omega (e questo è uno dei punti che ne assicura la grande elasti- cità e applicabilità in ogni conte- sto) può essere attuato indifferentemente con monopa- sto, doppio pasto o lupa. La mas- sima attenzione è posta sul tema colostro. Sul suo utilizzo il pro- gramma Nutri Junior Omega pone indicazioni precise e vinco- lanti: prima di somministrarlo va misurata la sua qualità, deve es- sere di prima munta, dato nelle prime 6 ore di vita, in quantità pari al 10% del peso dell’ani- male e alla temperatura di 38- 40°C.

Attivatori ruminali in azione Fin dal quinto giorno di vita viene somministrato assieme al latte un attivatore ruminale che è un prodotto unico sul mercato italiano, in forma solida e com- pletamente estruso che da il via alle fermentazioni ruminali utili a innescare il metabolismo del rumine.

Da 20-30 giorni di età fino ai due mesi, al latte e all’attivatore ruminale, viene affiancato un ali- mento solido, costituito da fo- raggi e concentrati che possono essere somministrati in unifeed o separatamente.

Dai due ai sei mesi di vita, i vi- telli proseguono solo con l’ali- mentazione solida che gli consente di raggiungere gli accre- scimenti e i volumi desiderati. Dai sei mesi alla messa in asciutta si prosegue con un’ali- mentazione secca o si passa alla forma semiumida, in base alle preferenze e alle disponibilità delle aziende. Come detto, in- sieme a queste, l’animale per tutta la durata del programma ri- ceve con la razione anche un pool di oli essenziali specifici volti alla prevenzione delle pato- logie intestinali e per accrescere l’immunità generale. Anche que- sto è un punto basilare della pro- AZIENDE

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 39 posta nutrizionale di Deatech, mirata alla riduzione dell’uso del farmaco in allevamento, che con- duce a una sensibile riduzione delle malattie ed al migliora- mento delle performance di cre- scita. Altro punto qualificante dell’integrazione è il modulatore ruminale per le proteine, che au- menta il by- pass e gli assorbi- menti. Inoltre, il lino estruso agi- sce come base energetica e come regolatore ormonale. Una raccolta e un’analisi continua dei dati La validità del programma Nutri Junior Omega è data dalla qua- lità delle tecnologie alimentari utilizzate, e dallo staff tecnico che segue l’allevatore passo dopo passo (dalla pesata degli animali fino alla misurazione delle im- munoglobuline del colostro), al fine di mantenere le promesse fatte.

Un elemento di grande va- lore è sicuramente il lavoro di raccolta e analisi continua dei dati, un altro dei segni distintivi dell’attività di Deatech con i pro- pri allevatori. Un lavoro gomito a gomito tra tecnici e allevatori grazie al quale si può verificare passo dopo passo lo sviluppo sul campo di Nutri Junior Omega. • AZIENDE Risultati, benessere e minor consumo di farmaci: il programma Nutri Junior di Deatech è stato illustrato il 12 febbraio scorso in una giornata aziendale che ha coinvolto due aziende del piacentino: l’azienda Gandolfi (150 vacche in lattazione) di Castell’Arquato e l’azienda Colombarone (80 vacche in lattazione) di Besenzone.

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 40 IN BREVE AGRINSIEME Per il lae ovicaprino lavorare per programmazione, smalmento eccedenze, riro giacenze e tracciabilità “La grave crisi in cui versa il comparto ovicaprino italiano richiede con urgenza misure che nell’imme­ diato diano ristoro a una filiera ormai allo stremo; parallelamente a ques interven, ne servono altri struurali da auare nel lungo periodo, che pun­ no a stabilizzare un comparto che da troppo tempo soffre gli andamen altalenan del mer­ cato”. Lo hanno soolineato i rappresentan di Agrinsieme in occasione dell’odierna audizione in Commissione Agricoltura della Camera nell’am­ bito della discussione congiunta di una serie di ri­ soluzioni sulle iniziave a sostegno del comparto del lae ovicaprino.

Ad avviso del coordinamento che riunisce Cia­Agri­ coltori italiani, Confagricoltura, Copagri e Alleanza delle Cooperave Agroalimentari, “occorre in primo luogo intervenire con misure immediate per lo smal­ mento delle eccedenze e il riro delle giacenze, che risolvano la crisi causata dalla sovrapproduzione e il conseguente crollo dei prezzi”. “Nel lungo periodo, bisogna invece lavorare per avere da cer ineren alla produzione, araverso un sistema di tracciabilità completa delle materie prime, da realizzare con un provvedimento legislavo specifico o valutando la possibilità di estendere all’ovicaprino le disposizioni già in essere per il lae bovino”, ha suggerito Agrin­ sieme, secondo cui “vanno anche rilevate in dea­ glio le consegne, le produzioni e le importazioni di tuo il lae e di tu i prodo laero­caseari, com­ presi i semilavora, con lo scopo di oenere un qua­ dro completo e trasparente della produzione e delle importazioni, indispensabile per una programma­ zione produva efficace e credibile.

Allo stesso tempo, riteniamo fondamentale il ruolo del Consor­ zio per la tutela del formaggio Pecorino Romano, nel quale già aualmente sono rappresenta gli alleva­ tori, valutando anche l’assegnazione delle quote produve in capo agli stessi”. “Tali misure contri­ buirebbero peraltro a ristabilire un rapporto equili­ brato tra gli operatori della filiera, condizione impre­ scindibile per migliorare le relazioni contrauali”, ha aggiunto il coordinamento, spiegando che “queste e altre proposte di intervento verranno discusse do­ mani al Tavolo di Filiera al Mipaa ; tale Tavolo deve vedere la partecipazione di tue le componen, al fine di un completo coinvolgimento e di una reale condivisione delle strategie, e deve essere convo­ cato con cadenza periodica”.

“Il comparto ovicaprino nazionale ­ ha ricordato Agrinsieme ­ conta oltre 7 milioni di capi; nella sola Sardegna, dove si concentrano le maggiori avità, si contano quasi 12 mila aziende, con un patrimonio che ammonta a oltre 3 milioni di capi, per una pro­ duzione media annua che nell’annata 2017­2018 è stata di 330 milioni di litri di lae ovino, la gran parte dei quali ulizza per la produzione di Peco­ rino Romano Dop”.

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 42 COMPORTAMENTO E BENESSERE Il comportamento delle bovine dice la comodità delle cuccette Come valutare una serie di comportamenti (normali e anomali) che possono essere tenuti da una bovina in stabulazione libera su cuccette o a posta fissa.

S e le cuccette sono conforte- voli, le bovine passano il 60% del tempo in decubito; la cuccetta ideale ha davanti uno spazio aperto che consente all’ani- male di alzarsi e sdraiarsi in modo normale ed è priva di ostacoli che possano arrecare infortuni, dolore o frustrazione.

Decubito normale Le posizioni di decubito normale sono quattro: long (lunga, con la testa estesa in avanti), short (corta, con la testa piegata sul fianco), narrow (stretta, con ap- poggio sullo sterno e gli arti po- steriori vicino al corpo) e wide (ampia, con appoggio sulla parte laterale del corpo e gli arti poste- riori estesi). In piedi con i quattro piedi in cuccetta Questo comportamento può ac- compagnarsi anche ad altre mani- festazioni, quali compressione del naso contro una struttura o movi- menti pendolari della testa. Nella stabulazione fissa con poste strette e divisori presenti ogni due vacche, è possibile che lo spazio sia insuf- ficiente per il decubito contempo- raneo di due soggetti, al punto che uno sta in piedi e l’altro si corica.

In stazione o in decubito con i piedi anteriori in cuccetta e i posteriori in corsia Questo è un comportamento che favorisce l’insorgenza di altera- zioni al corno degli unghioni po- steriori. In decubito aumenta la contaminazione di mammelle, ca- pezzoli, arti e code, con conse- guente rischio di mastite. Causa di questo comportamento può ritrovarsi in educatori mal piazzati o in ostacoli nella parte anteriore della cuccetta. Uno studio ha dimostrato che l’en- tità dell’atteggiamento diminuiva quando la larghezza delle cuccette passava da 112 cm a 132 cm. In stazione o in decubito in diagonale Ciò può verificarsi a causa della mancanza di spazio in senso lon- gitudinale, così come per la ca- renza di spazio per lo slancio in avanti della testa.

In stazione o in decubito longitudinale La posizione dell’animale col corpo parallelo ai divisori della cuccetta è indice di una struttura adatta alle esigenze dell’animale, col giusto spazio libero nella parte anteriore. Decubito al contrario In questo caso la bovina si trova con la testa rivolta verso la corsia; ciò implica la presenza di letame nella parte anteriore, con conse- guente aggravio di lavoro per il personale. Questo comportamento può es- sere appreso da vitelle e manze al- loggiate in cuccette mal dimensionate e si può perpetuare nella stalla di lattazione anche in presenza di strutture adeguate per gli animali adulti.

Alcuni ritengono che le vacche si pongano in decubito al contrario quando le cuccette sono troppo larghe; ciò può essere vero se la larghezza supera 137 cm, caso in- vero assai raro. Vi sono peraltro vacche che si sdraiano a rovescio in cuccette larghe meno di 122 cm. ATTREZZATURE a cura della redazione Le bovine arrivano a passare fino al 60% del loro tempo in decubito se le condizioni della cuccetta sono confortevoli.

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 43 Decubito “inquieto” Con questo termine si intende il frequente spostamento dalla posi- zione “stretta” (sollevata) a quella ampia.

Fattori favorenti possono essere una tavola per l’appoggio dello sterno troppo alta o una mangiatoia troppo elevata nel caso della posta fissa. Ostacoli di altro tipo o lesioni (es. zoppie) possono indurre la bovina a restare sdraiata per lungo tempo senza rialzarsi, né cambiare lato. Occupazione alternata Questa situazione si verifica in stalle con numero di cuccette su- periore a quello delle bovine, quando queste ultime occupano una cuccetta sì e l’altra no, avendo di fronte una cuccetta vuota.

Movimenti per sdraiarsi e rialzarsi In condizioni normali si tratta di movimenti continui e delicati. La testa viene slanciata in avanti e ri- tirata indietro, quindi sollevata e abbassata di nuovo. Nell’atto di rialzarsi, le spalle si muovono in avanti di circa 40 cm e la testa di circa 60 cm. Leccare il posteriore Talvolta la bovina lecca la piega cutanea tra la mammella e l’arto posteriore; questo atteggiamento può essere indice della scivolosità del pavimento. L’animale poggia sugli arti anteriori e su un arto po- steriore.

Sindrome della vacca inginocchiata In questo caso la bovina sta ap- poggiata con entrambi i carpi e con gli arti posteriori estesi, fi- nendo per defecare sulla parte po- steriore della cuccetta, con conseguente aggravamento del ri- schio di mastite.

Nella posta fissa questo atteggiamento può essere una conseguenza del cattivo posi- zionamento degli educatori elet- trici, che sono troppo bassi o troppo in avanti rispetto al gar- rese. Le bovine possono stare “in ginoc- chio” anche nel caso in cui la mangiatoia si trovi troppo in basso o se si sforzano di raggiun- gere l’alimento situato troppo di- stante dalla loro portata. Sia nella posta fissa che nella stabulazione libera con cuccette questo com- portamento può essere la risposta ad impedimenti nei movimenti per sdraiarsi e rialzarsi (tipico il caso della mancanza di spazio per lo slancio in avanti della testa).

Posizione di “cane seduto” La bovina siede sugli arti poste- riori, mentre quelli anteriori sono estesi. Lo stesso comportamento può essere definito anche “rial- zarsi come i cavalli”, vale a dire estendendo prima gli arti anteriori e poi i posteriori.

Ciò può indicare l’esistenza di par- ticolarità strutturali che creano di- sagio all’animale, così come lesioni a carico di un arto ante- riore. Se una bovina a posta fissa è le- gata con una catena troppo corta e non ha la possibilità di slanciare la testa in avanti in modo ade- guato, essa si difende rialzandosi come un cavallo e rimanendo se- duta come un cane per diversi mi- nuti. Gesti ripetitivi – pressione del naso Gesti apparentemente inutili e ri- petuti con frequenza eccessiva co- stituiscono una risposta comportamentale ad una situa- zione stressante, che può essere difficile da identificare.

Struttura delle cuccette e comportamento delle bovine Di solito per valutare il livello di benessere delle bovine ci si basa ATTREZZATURE

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 44 esclusivamente su ciò che si vede nel corso di una breve visita in stalla. Ci preoccupiamo di valu- tare (in modo forzatamente ap- prossimativo) il tempo medio trascorso dagli animali in piedi in corsia, in decubito, oppure in piedi in cuccetta; tali impressioni possono riflettere la realtà, op- pure no. Anche se necessitano di molto più tempo, i filmati dell’at- tività degli animali forniscono un’idea assai più valida della si- tuazione.

Gli indicatori tradizio- nali (es. l’indice di utilizzo delle cuccette) si basano sull’osserva- zione di un momento, ma dicono nulla riguardo ai tempi. Stare in stazione con i piedi in cuccetta è un’importante modificazione del comportamento che si associa ad un aumento dell’incidenza di zop- pie in un ambiente lontano dal- l’ideale. Si consiglia di osservare gli animali due ore prima della mungitura del mattino per avere un’idea del livello di occupazione delle cuccette.

Nel 2004 venne eseguito il primo studio di natura tridimensionale per misurare in modo accurato lo spazio occupato da una bovina per coricarsi e rialzarsi; un sog- getto adulto ha bisogno di circa 300 cm di spazio longitudinale. Ciò deve indurci a garantire uno spazio di questa entità e privo di ostacoli. La struttura delle cuccette Sia il tipo che la quantità di mate- riale da lettiera condizionano l’im- piego delle cuccette. Si riscontrò un tempo maggiore (fino a 2, 3 ore al giorno) trascorso in decubito in cuccette con sabbia quando quest’ultima arrivava al livello del cordolo, piuttosto che 14 cm al di sotto di esso.

Il sovraffollamento fa diminuire il tempo trascorso in decubito ed au- menta la permanenza in piedi in corsia. In condizioni di stress da caldo gli animali preferiscono le cuccette con segatura alle cuccette con ma- terassini. Tappeti di gomma posti in corri- spondenza della mangiatoia indu- cono le bovine a trascorrere più tempo ad alimentarsi e meno a giacere in cuccetta. Comportamenti anormali Un comportamento lontano dalla norma può derivare da ostacoli al normale giacere e rialzarsi, oppure da strutture in grado di provocare dolore o paura: cuccette strette o corte, educatori troppo bassi o troppo vicini alla parte posteriore della cuccetta, cordoli troppo alti, carenza di materiale da lettiera, ecc.

Osserviamo la deambulazione Una bovina sana che cammina al pascolo (vale a dire su un terreno “sicuro”) pone il piede posteriore sul punto lasciato libero dal piede anteriore corrispondente. Al con- trario, su un pavimento scivoloso o in condizioni di scarsa visibilità il piede posteriore sarà posto esternamente all’impronta la- sciata dal piede anteriore, con conseguente alterazione della lun- ghezza del passo e della velocità dell’incedere. Questo atteggia- mento da un lato garantisce una migliore stabilità, ma dall’altro distribuisce più peso sull’un- ghione esterno.

La scelta del tipo di pavimenta- zione e l’intensità dell’illumina- zione influenzano pertanto il comportamento deambulatorio e la salute del piede.

Ricercatori tedeschi hanno regi- strato un numero inferiore di sci- volate su pavimentazioni di gomma morbida. La lunghezza dei passi compiuti su grigliato rico- perto di gomma era simile a quella riscontrata al pascolo. Inoltre la sanità del piede era migliore su grigliato ricoperto di gomma mor- bida rispetto al grigliato conven- zionale. (Fonti varie) ATTREZZATURE

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 45 SERVIZIO MOLTE VARIABILI IN GIOCO Ipocalcemia subclinica in bovine all’inizio della lattazione O biettivo di un gruppo di ricercatori della Texas Tech University e della Cornell Univer­ sity era porre in relazione le concentrazioni plasmatiche di calcio nei primi quattro giorni di lat­ tazione col rischio di incorrere in metrite o disloca­ zione abomasale (o in entrambe le patologie) e con la produzione di latte delle prime 15 settimane di lattazione.

Da 396 vacche di razza Holstein (137 primipare e 259 pluripare) appartenenti a due diverse aziende furono effettuati prelievi di sangue nei primi quat­ tro giorni di lattazione.

Un metodo statistico fu adottato allo scopo di veri­ ficare la relazione esistente tra la calcemia in ognuno dei primi quattro giorni di lattazione e il ri­ schio di metrite per le primipare da una parte e il rischio di incorrere in metrite, dislocazione aboma­ sale (o entrambe) per le pluripare dall’altra. La calcemia del primo giorno di lattazione non ri­ sultava associata al rischio di metrite nelle primi­ pare, mentre una relazione di questo tipo si osservò al secondo, terzo e quarto giorno; le soglie critiche erano rispettivamente ≤ 2,15, 2,10 e 2,15 mmol/l. La calcemia risultava associata al rischio di metrite o dislocazione dell’abomaso (o entrambe) per le se­ condipare al secondo giorno di lattazione (soglia ≤ 1,97 mmol/l) e al quarto giorno di lattazione per le bovine di terzo parto e oltre (soglia ≤ 2,20 mmol/l).

L’ipocalcemia registrata al primo giorno di latta­ zione era associata ad una maggiore produzione di latte sia nelle primipare che nelle pluripare, mentre quando era riscontrata al quarto giorno corrispon­ deva ad una produzione inferiore, ma soltanto nelle pluripare.

Nelle primipare il livello plasmatico di calcio non era associato ad una bassa produzione in alcuno dei quattro giorni di prelievo. Si può concludere che la valutazione dell’ipocalce­ mia subclinica deve tenere conto del momento in cui viene effettuata la misurazione e del numero di parti della bovina, poiché è dimostrato che l’epide­ miologia di questa condizione patologica è alta­ mente dipendente da queste due variabili. Fonte: R. C. Neves, B. M. Leno, K. D. Bach, J. A. A. McArt, “Epidemiology of subclinical hypocalcemia in early­lactation Holstein dairy cows: The temporal associations of plasma calcium concentration in the first 4 days in milk with disease and milk production”.

Journal of Dairy Science 101:9321–9331. Ricercatori della Texas Tech University e della Cornell University hanno posto in relazione le concentrazioni plasmatiche di calcio nei primi quattro giorni di lattazione col rischio di incorrere in metrite o dislocazione abomasale (o in entrambe le patologie) e con la produzione di latte delle prime 15 settimane di lattazione.

46 C i sono delle parole che di- ventano protagoniste dei dibattiti sulla produzione animale e che sembrano aliene alla maggioranza degli allevatori, poi con il tempo diventano fami- liari. Così se il concetto di soste- nibilità è ormai entrato a far parte dei programmi di sviluppo aziendale ed è al centro di tanti progetti e dei nuovi strumenti messi a punto dalla associazioni di razza delle razze da latte, a du- plice attitudine e da carne, quello di biosicurezza è ancora lontano dai dibattiti generali.

Che cosa si intende per biosicu- rezza? Cosa c’entra la selezione con la biosicurezza? Quali aspetti della genetica sollevano riflessioni su questo tema? Quando si parla di biosicurezza Si definisce biosicurezza l’in- sieme delle procedure applicate per mantenere o migliorare la si- tuazione sanitaria dell’alleva- mento attraverso: a) la prevenzione dell’ingresso di nuove patologie; b) il controllo sulla circolazione aziendale di quelle presenti.

Ma biosicurezza è anche l’insieme delle norme che regolamentano l’applicazione la produzione e l’utilizzo di organi- smi geneticamente modificati. Il fine ultimo dei protocolli di biosicurezza, in entrambi i casi, è garantire la salute pubblica e, nel caso di prodotti animali, quella dei consumatori che utilizze- ranno latte, carne, uova, ecc. per la propria alimentazione. Quindi, per quanto riguarda la selezione, sono due gli aspetti che sono riconducibili alla tematica della biosicurezza: il primo ri- guarda il ruolo che il migliora- mento genetico può giocare nella prevenzione delle patologie in al- levamento e il secondo, oggi, ri- guarda le applicazioni delle rivoluzionarie tecnologie di edi- ting del genoma, tra le quali quella chiamata CRISP-CAS9.

Sul primo aspetto negli ultimi anni sono stati sviluppati gli strumenti più diversi, alcuni da parte delle organizzazioni nazio- nali che si occupano del calcolo di indici genetici, altri da parte dei centri di FA e altri ancora dall’industria privata farmaceu- tica che si occupa di prevenzione e cura Sul secondo si stanno facendo molte ricerche. Negli Stati Uniti sono in corso progetti che imple- mentano tecniche di genome edi- ting ad esempio per selezionare soggetti senza corna ed è stato proposto di utilizzare il genome editing per migliorare la salute della mammella, ma qualcuno ha provato a immaginare e valutare che cosa succederebbe al pro- gresso genetico se il genome edi- ting venisse abbinato alla genomica per ridurre ancora di più l’intervallo di generazione.

La selezione per la ridurre l’uso dei farmaci L’aumento della dimensione delle aziende e l’incremento dell’uso di programmi gestionali per la rac- colta dati, sia produttivi che ri- produttivi e sanitari, ha reso di- sponibili tante informazioni su diagnosi e trattamenti che oggi con l’aiuto della genomica è pos- sibile utilizzare per dare stru- menti attendibili di scelta dei riproduttori a tutti gli allevatori. Sull’esempio dei Paesi Nordici che, sin dagli anni ‘90, hanno scelto di far confluire, attraverso un accordo con i veterinari aziendali, tutte le informazioni relative a diagnosi e trattamenti nella stessa base dati nazionale che raccoglieva dati anagrafici, produttivi e morfologici degli animali allevati, in questi ultimi anni in tutti gli altri Paesi del mondo sono stati avviati progetti importanti di raccolta di infor- mazioni sanitarie al fine di tra- sformarle in indici genetici sulla base dei quali poter fare scelte di selezione.

Oggi ci sono valori genetici uffi- ciali che consentono agli alleva- tori di prevenire le principali patologie degli allevamenti da latte oltre che nei Paesi Nordici nei Paesi Bassi, in Francia, in Ca- nada, in Italia e negli Stati Uniti. Per avere una idea di quanto la selezione per i caratteri della sa- lute si sia evoluta in questi ultimi anni la tabella 1 riporta un qua- dro riassuntivo di tutti gli stru- menti disponibili per la razza Frisona nel mondo. Possiamo di- viderli in tre categorie in fun- zione di chi è il responsabile del loro calcolo: a) quelli sviluppati dalle organizzazioni che si occu- pano tradizionalmente delle va- SPAZIO SELEZIONEGENETICA E SELEZIONE DELLA VACCA DA LATTE di Fabiola Canavesi Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 Genetica e biosicurezza Figura 1.

Tecnica CRISP-CAS09 (Autore: National Human Genome Research Institute (Nhgri). Tabella 1. Gli indici che aiutano gli allevatori della Frisona a selezionare per una maggiore resistenza alle patologie. Tipo Carattere Paesi Razze Indici nazionali Mastite Paesi Nordici, Paesi Bassi, Italia, Canada, Francia Frisona Patologie metaboliche Paesi Nordici, Canada, USA Frisona Patologie Podali Paesi Nordici, Paesi Bassi, Canada Frisona Patologie riproduttive Paesi Bassi Canada, USA Frisona Indici di centri di FA Immunità Canada Frisona Patologie della transizione USA Frisona Chetosi Francia Indici dell’industria farmaceutica Mastite, Zoppie, Metrite, Chetosi, USA, Italia Frisona Dislocazione abomasale, Ritenzione di placenta

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 47 lutazioni genetiche e genomiche; b) quelli messi a punto dall’indu- stria della FA; e c) quelli svilup- pati dall’industria farmaceutica. Gli indici nazionali È diventata quasi un impresa te- nere il passo di tutte le novità che si sviluppano sul fronte salute. A partire dagli anni 2000 la sele- zione della Frisona e, per riflesso, anche quella delle altre razze da latte, ha cambiato priorità e dopo la folle corsa all’aumento di produzione incentrata sulla proteina degli anni ‘80-90 ha co- minciato a dare progressiva- mente più peso ai caratteri funzionali.

Sono stati introdotti indici per le cellule somatiche, in- dicatori indiretti della resistenza alla mastite, per la longevità e per la funzionalità di arti e piedi e, infine, per la fertilità delle fi- glie. L’obiettivo era quello di se- lezionare animali non solo più produttivi ma anche con un li- vello di funzionalità che potesse supportare nel tempo quelle alte produzioni sul modello della se- lezione dei Paesi Nordici. Negli ultimi dieci anni si è fatto un ulteriore passo in avanti con l’introduzione di: a) indici per la mastite, che utilizzano i dati di diagnosi e trattamenti per i casi clinici; b) per la chetosi, utiliz- zando i dati del livello di BHB ri- levato nel sangue e/o dai dati di diagnosi e trattamenti; c) indici per la salute del piede sviluppati sulla base di diagnosi e tratta- menti per le patologie podali.

Tra gli ultimi in ordine di tempo negli Stati Uniti lo scorso aprile 2018 sono stati pubblicati gli in- dici relativi alla resistenza a sei diverse patologie: mastite, me- trite, chetosi, collasso puerperale, ritenzione di placenta e disloca- zione dell’abomaso e in Canada, a dicembre 2018, è stato pubbli- cato l’indice per la salute del piede. In tabella 1 si tenta di rias- sumere il quadro complessivo di tutti gli indici diretti per la resi- stenza alle patologie pubblicati per la Frisona.

Gli indici dei centri di FA Insieme agli indici sviluppati dalle organizzazioni nazionali che si occupano di valutazioni genetiche ufficiali nei diversi Paesi, la stessa tabella riporta anche altre due categorie di in- dici genetici sviluppati per sup- portare gli allevatori nella scelta di riproduttori che trasmettono una superiore resistenza alle pa- tologie. Una di questa è quella in cui gli stessi centri di FA svilup- pano strumenti per dare indica- zioni sulla salute che trasmettono i tori di loro proprietà. Sono due fino ad ora: uno punta al miglioramento dell’immunità generale trasmessa alla progenie e l’altro alle patologie tipiche della fase di transizione.

Nel primo caso, invece di selezionare per la resistenza ad ogni singola patologia, si punta a migliorare la generale capacità degli animali di difendersi dagli attacchi dei patogeni in generale, affrontando così in maniera globale tutte le patologie quelle conosciute e non.

Questo indice si basa sulle ricer- che condotte dalla dr.ssa Mallard dell’Università di Guelph, ed è sviluppato sulla base dell’analisi delle risposte ad un protocollo della durata di 15 giorni che va- luta la risposta immunitaria di- rettamente sui tori e identifica i migliori soggetti con il logo Im- munity+® . Il dettaglio dei modelli utilizzati e del livello al di sopra del quale viene conferita la qua- lifica a un toro non sono pub- blici. Un altro strumento di questo tipo, chiamato Transition RightTM, codifica con un numero di stelle che varia da 1 a 5 il li- vello di superiore capacità di passare attraverso il periodo di transizione (dall’asciutta alle prime fasi della lattazione) in maniera ottimale, cioè con mi- nori problemi al parto e di pato- logie post partum.

L’indice è sviluppato sulla base di un grande numero di informa- zioni su diagnosi e trattamenti delle principali problematiche della transizione che vengono combinati con gli indici tradizio- nali e genomici di cellule, fertilità e facilità di parto. Per entrambi questi indici il confronto è fatto sui soli tori del Centro, quindi l’allevatore non può sapere se esistono in commercio tori, di altri centri, capaci di trasmettere livelli di salute alle figlie supe- riori a quelli presenti nel cata- logo dei centri in questione. Gli indici dell’industria farmaceutica Uno strumento più interessante, che dallo scorso ottobre è dispo- nibile anche in Italia, è quello messo a punto da Zoetis.

In que- sto caso si tratta di indici geno- mici sviluppati da una casa farmaceutica che ha investito ri- sorse nella raccolta dati e nella messa a punto di un modello sta- tistico di analisi che fornisce in- dici con una attendibilità oggi vicina al 60% in collaborazione con le organizzazioni americane che gestiscono l’archivio genea- logico e dei dati produttivi delle bovine sottoposte ai controlli funzionali.

Milioni di dati di diagnosi e trat- tamenti hanno consentito di identificare i marcatori genetici che forniscono la previsione più accurata possibile per le sei pato- logie che più incidono sulla red- ditività delle bovine da latte e per le tre che influenzano il buon an- damento della vitellaia. Il chip può essere utilizzato per testare i tori ma anche le manze e con- sente di avere una indicazione precisa del livello genetico per la resistenza alle 9 patologie che i soggetti trasmettono alla proge- nie e che, per quanto riguarda le manze, esprimono in alleva- mento.

Dallo scorso ottobre questo stru- mento è disponibile anche in Ita- lia e fornisce informazioni preziose sulla resistenza a: ma- stite, zoppie, metrite, chetosi, ri- tenzione di placenta e dislocazione abomasale per quanto riguarda le bovine in pro- duzione e su mortalità, patologie respiratorie e diarrea per quanto riguarda la vitellaia.

Alcuni centri di FA testano tutti i loro tori con questo chip ed è possibile quindi saper quali ri- produttori trasmettono una su- periore resistenza ad una specifica patologia alle loro fi- glie.

Gli indici sono espressi sulla stessa scala utilizzata per i carat- teri funzionali in Italia cioè hanno una media pari a 100 e una deviazione standard di 5. I soggetti che hanno indice supe- riore a 100 hanno una salute su- periore a livello genetico. È stato condotto uno studio di validazione dello strumento in 11 allevamenti americani che ha dato dei risultati molto buoni di- mostrando l’efficacia dello stru- mento (McNeel e coll., J. Dairy Sci., 2017). Uno studio simile è stato condotto in 15 allevamenti italiani per un totale di circa 1.600 bovine. I risultati prelimi- nari di questo studio italiano sono riportati in tabella 2.

SPAZIO SELEZIONE Tabella 2. I risultati preliminari della validazione degli indici Zoetis per i caratteri della salute negli allevamenti italiani (Fonte: Zoetis Italia).

Carattere Gruppo genetico Indice medio Incidenza Ritenzione di placenta Miglior 25% 107 3,34% Peggior 25% 94 6,87% Metrite Miglior 25% 107 12,49% Peggior 25% 94 25,43% Chetosi Miglior 25% 106 7,25% Peggior 25% 94 20,53% Dislocazione abomaso Miglior 25% 105 1,49% Peggior 25% 91 16,8% Mastite Miglior 25% 107 7,44% Peggior 25% 92 19.69%

Professione Allevatore ­ Numero 4 - 1/15 Marzo 2019 48 I numeri parlano da soli: avere una mandria con un livello di in- dice medio vicino a 105, significa almeno dimezzare l’incidenza di tutte e sei le patologie e in alcuni casi di ridurle ancora di più, con un impatto diretto sui costi ad esse associati.

Cloni e editing genetico C’è un altro fronte che riguarda la selezione nell’ambito del quale si discute di biosicurezza ed è quello di cloni e dell’editing del genoma.

Negli Stati Uniti l’FDA ha dichia- rato che i prodotti derivati da cloni non presentano alcun ri- schio per la salute pubblica: que- sto ha permesso di poter commercializzare seme di tori clonati. In Europa i cloni sono banditi quindi questi riprodut- tori e tutti i loro discendenti non possono essere commercializzati in Europa. Clonare soggetti è co- munque molto costoso e date le restrizioni di mercato non è cosa comune a tutte le organizzazioni di FA americane. C’è, invece, un altra tecnologia che sta suscitando molte discus- sioni in termini di etica e biosicu- rezza in tutto il mondo ed è quella dell’editing genomico.

Lo studio dei meccanismi di at- tacco dei virus alle cellule e di quelli di difesa messi in atto dagli organismi viventi per difendersi da questi attacchi ha portato alla scoperta di enzimi che permet- tono di tagliare il DNA in punti precisi e di sfruttare la normale attività di riparazione del DNA per andare a modificarlo realiz- zando quello che si chiama “edi- ting” del genoma. Paia di basi in sezioni specifiche di DNA pos- sono essere cancellate, modificate o aggiunte. Queste variazioni, se effettuate nelle cellule germinali possono essere trasmesse alla progenie. Le nuove metodiche. che hanno nomi come ZFNs, TA- LENs, e CRISPR/Cas9 (figura 1) e oggi, il brevetto dell’università di Trento EVO Cas9, consentono la modificazione precisa del ge- noma animale in una maniera piuttosto semplice: tagliando in un punto preciso la catena attra- verso catene di RNA guida e poi effettuando delezioni per disabili- tare il funzionamento di uno spe- cifico gene o inserendo precise modifiche alla sequenza.

La tec- nica legata alla proteina CRISPR- CAS9 e le sue evoluzioni, di fatto una specie di “forbice” del DNA, è quella di più facile applicazione e che potrebbe rivoluzionare il mondo della selezione. Utiliz- zando queste tecniche sono nati degli animali di razza Frisona polled portatori della variante del polled che si trova nella razza Angus e dai quali è stato possibile avere una progenie polled. Sono stati creati in questo modo anche suini, pecore e bovini con il gene della “doppia coscia”. Altre ricer- che, sempre utilizzando queste tecniche, hanno creato bovine che producono lattoferrina umana e lisozima nel latte e dimostrato che, a causa di questa modifica, le bovine sono più resistenti alle in- fezioni mammarie.

Non solo: la salute dell’intestino di suini, topi e cavie alimentate con questo latte ha mostrato mi- glioramenti significativi. Sono già in corso ricerche e studi per valu- tare che impatto potrebbe avere l’utilizzo di queste tecniche per accelerare ulteriormente il pro- gresso genetico con risultati, al- meno in teoria, molto impressionanti. Come già suc- cesso per gli ogm queste tecnolo- gie e la loro applicazione promettono di suscitare un grande dibattito. Modificare il ge- noma correggendo geni difettosi o inserendo geni che comunque in quella specie esistono natural- mente anche se con una bassa fre- quenza come il polled è un conto, inserire geni di specie diverse è un altro.

Europa e Stati Uniti: due approcci diversi? In questo ambito si riapre l’eterna discussione sulle differenze di ap- proccio fra Europa e Nordamerica dove prevalgono principi diversi: quello di precauzione in Europa e quello di “innocenza fino a prova contraria” utilizzato invece negli Stati Uniti. Sui cloni le decisioni sono state decisamente diverse, sul- l’editing del genoma il dibattito è appena cominciato. Anche sulla ri- duzione dell’uso degli antibiotici sembrano esserci enfasi diverse sul- l’una e l’altra sponda dell’Atlan- tico. La buona notizia è che tutti gli allevatori oggi possono utilizzare strumenti genetici per costruire mandrie più sane e che richiedono minori interventi veterinari: questo significa minori costi, minore uso di farmaci ed antibiotici e minore impatto ambientale.

Quello che invece accadrà sul- l’editing genomico è ancora tutto da scoprire. • SPAZIO SELEZIONE SELEZIONE GENOMICA DELLA VACCA DA LATTE Dove siamo e dove andiamo di FABIOLA CANAVESI Questo manuale riporta in maniera organica quanto pubblicato negli ultimi anni da Profes­ sione Allevatore, nella rubrica Spazio e selezione ­ Genetica e selezione della vacca da latte. Partendo dal presupposto che investire sul capitale genetico costituito dalla mandria sia un ele­ mento fondamentale di qualsiasi strategia di sviluppo per un’azienda da latte moderna ci si è fo­ calizzati sui nuovi strumenti e le tecnologie che stanno rivoluzionando e cambiando il miglioramento genetico dei bovini da latte in Italia.

La selezione genomica, la selezione per la fertilità, l’attenzione ai caratteri recessivi e le nuove tecnologie riproduttive: tutti insieme questi strumenti rendono oggi possibile migliorare il livello genetico della mandria con una efficacia im­ pensabile fino a 5 anni fa. Ci si augura che possa rappresentare un valido strumento di appro­ fondimento per tutti coloro che, a vario titolo, si occupano di genetica. PER ORDINI E INFORMAZIONI: tel. 02 ­ 60.85.23.32 ­ e­mail: diffusionelibri@pointvet.it

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